sabato, Agosto 24

Se Mosca fa sul serio e Pechino l'appoggia 40

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Mentre la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine, i rappresentanti delle 44 Nazioni alleate si riunirono a Bretton Woods, New Hampshire, nel tentativo di creare un nuovo ordine mondiale. Con gran parte delle economie decimate dai conflitti internazionali, gli Stati Uniti emersero come nuovi leader globali; relativamente giovani ed economicamente agili, si apprestavano a rimpiazzare una potenza ormai morente: la Gran Bretagna lasciava il suo storico primato piena di debiti e devastata dalla guerra.

Era l’inizio di un sistema gold exchange, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro a sua volta agganciato all’oro. Fino a quando, in una notte d’agosto del 1971, il Presidente americano Richard Nixon decise di interrompere la convertibilità dei biglietti verdi in oro. Due anni più tardi nascevano i ‘petrodollari‘: l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti raggiunsero un accordo in base al quale ogni barile di petrolio acquistato dai sauditi sarebbe dovuto essere pagato in dollari; qualsiasi Paese che avesse voluto comprare oro nero da Riyad avrebbe dovuto prima cambiare la propria moneta in valuta statunitense. Per dimostrare la propria gratitudine, Washington offrì al fidato partner armi e protezione dai vicini, Israele compreso. Nel 1975 il sistema venne esteso a tutte le Nazioni OPEC: la bilancia commerciale veniva sostenuta dal ruolo della moneta americana come riserva di valuta e il dollaro diventava la moneta sovrana delle transazioni petrolifere. E’ stato proprio il ruolo egemonico del biglietto verde come valuta globale ad assicurare agli Stati Uniti la leadership economica mondiale, nonostante deficit e debito pubblico alle stelle.

Ma ora per qualcuno è giunto il momento di cambiare un sistema che non rispecchia più gli equilibri geopolitici, ormai visibilmente sbilanciati a Oriente. Gli Stati Uniti hanno ancora un Pil annuo (16 trilioni di dollari) due volte quello della Cina (8 trilioni), tuttavia, se i calcoli vengono effettuati in base al costo della vita reale, ovvero a parità di potere d’acquisto, il sorpasso cinese sull’America potrebbe avvenire già entro quest’anno. Nel 2011, lo stesso Fondo Monetario Internazionaleper bocca di Dominique Strauss-Kahn, sostenne la necessità di utilizzare come nuova moneta internazionale per il commercio globale i cosiddettidiritti speciali di prelievo‘, il cui valore viene calcolato giornalmente sulla base di un paniere delle valute internazionali più importanti, ovvero dollaro americano, euro, sterlina e yan giapponese, alle quali si punta di aggiungere in futuro anche lo yuan/renminbi.

Adesso più che mai, tra i fautori di un ridimensionamento del dollaro negli scambi globali svetta la Russia. Non è la prima volta che l’idea di un mondo ‘de-dollarizzato’ percorre i corridoi del Cremlino, ma l’inasprimento delle sanzioni da parte Washington e Bruxelles nell’ambito della crisi ucraina hanno reso la prospettiva ancora più allettante. La novità è che stavolta non si tratta più di semplice speculazione della stampa sensazionalista, ma dichiarazioni ufficiali del Governo moscovita. Come riportava la scorsa settimana ‘Prime’, il 24 aprile le autorità russe hanno organizzato un incontro per cercare un modo su come sbarazzarsi del dollaro ed aumentare il ruolo del rublo nelle esportazioni nazionali. «Agenzie governative ed esperti nel settore bancario e dell’energia si sono riuniti e hanno proposto una serie di misure in risposta alle sanzioni» al cospetto di Igor Shuvalov, primo Vicepremier della Federazione Russa, scrive ‘Voice of Russia’. «Fonti governative ritengono che ormai il sistema bancario nazionale sia pronto a gestire l’aumento delle transazioni denominate in rubli» e che il Ministero delle Finanze darà presto il semaforo verde al progetto.

La ‘de-dollarizzazione’ è stata di nuovo argomento di discussione durante un secondo meeting, questa volta presieduto dal Viceministro delle Finanze, Alexey Moiseev, il quale ha dichiarato all’emittente ‘Rossia 24 che nessuno dei presenti ha sollevato alcun problema a riguardo. Anzi, Moiseev ha precisato che il Governo russo detiene il potere legale di costringere le imprese nazionali a scambiare una percentuale delle merci in rubli, sebbene «si tratterebbe di una ‘misura estrema’ ed è difficile dire come le autorità decideranno di metterla in pratica».

Una cosa è certa: nulla di tutto questo sarebbe realizzabile senza l’appoggio di partner commerciali disposti a boicottare i biglietti verdi. Tutt’altro che a sorpresa, Politonline.ru, sito web schierato a favore del Cremlino, annovera tra i probabili interessati Cina e Iran. I presupposti, d’altronde, ci sono tutti. Il primo affondo ai danni del regime monopolistico dei ‘petrodollari’ partì nel luglio 2011 dal Golfo Persico, precisamente dall’isola di Kish, prescelta dal Ministro del Petrolio ad interim iraniano per ospitare la prima Borsa al mondo dove è possibile acquistare e vendere oro nero senza sborsare nemmeno un dollaro. Tra maggio e giugno dell’anno successivo, Pechino siglò accordi con Giappone e Iran per la fornitura di petrolio e prodotti finiti, stabilendo il pagamento in yuan, mentre nel settembre cominciò a compravendere greggio russo rigorosamente in valuta locale. Al tempo Gabriele Vedani, managing director di Fxcm Italia, commentò così la notizia: «La decisione della Cina di pagare in renminbi le forniture di petrolio provenienti dalla Russia, che ha accettato di buon grado, rispondendo che le risorse a di oro nero a favore del partner asiatico saranno illimitate, benché poco reclamizzata dai media, potrebbe essere l’alba di un nuovo ordine valutario mondiale dove il dollaro perderebbe progressivamente il proprio ruolo centrale».

La questione è tornata d’attualità alla vigilia della trasferta cinese del Presidente russo Vladimir Putin, volato martedì a Shanghai per presenziare al summit sulla sicurezza asiatica CICA, in occasione della quale è stato quest’oggi raggiunto un accordo riguardo le tribolate forniture di gas che la russa Gazprom e CNPC (China National Petroleum Corporation) trascinavano da un decennio. Si parla di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per trent’anni a partire dal 2018; i dettagli dell’accordo non sono stati resi noti, ma sembra che il suo valore si aggiri sui 400 miliardi di dollari. Nel fine settimana Gazprom aveva parlato di «progressi sostanziali» nel raggiungimento di un’intesa sul prezzo, mentre, secondo fonti vicine alla società, il colosso energetico russo avrebbe voluto rassicurazioni tangibili sulle intenzioni future del Dragone con un anticipo di 25 miliardi di dollari. Fosse mai che Pechino cambi idea. Venendo a noi, tra le voci di corridoio aveva inoltre fatto comparsa l’ipotesi che il ‘Santo Graal energetico’, come è stato ribattezzato l’accordo, potesse essere denominato in yuan/rubli e non in dollari.

Il degenerare dei rapporti tra Mosca e l’Unione Europea – che nel 2012 è stata destinataria dell’80% delle esportazioni di petrolio russo-, così come le frizioni tra Washington e Pechino in materia di cybersicurezza e interessi geopolitici nel Pacifico, non hanno fatto altro che avvicinare ulteriormente i due giganti d’Eurasia. Mosca vuole diversificare i mercati di sbocco delle sue risorse energetiche ancora troppo direzionate a Occidente; la Cina anela assicurarsi approvvigionamenti attraverso rotte terrestri, che permettano di aggirare il rischioso Stretto di Malacca. Nell’ottobre 2009, Gazprom e CNPC si sono impegnate nella costruzione di un gasdotto dalla Siberia verso il Nord-ovest cinese nell’ambito dell‘Altai Project, mentre nel marzo 2013 è stato siglato un memorandum d’intesa sulle forniture di gas verso la Cina lungo la rotta ‘Power of Siberia‘. Si stima che, quando entrambe le pipeline saranno in funzione, Mosca rifornirà l’Asia di 68 miliardi di metri cubi di gas l’anno.

In passato, Pechino non ha mai fatto mistero di voler creare «una nuova moneta internazionale per sostituire il predominate dollaro». Né di voler sponsorizzare il proprio reminbi nelle transazioni globali, attualmente già seconda valuta più utilizzata al mondo. Quest’ipotesi si è fatta più pressante quando nell’ottobre 2013 le divergenze tra Obama e i repubblicani causarono l’arresto del regolare svolgimento delle attività governative degli Stati Uniti. All’epoca l’agenzia di stampa ‘Xinhua’ auspicò la realizzazione di ‘un mondo de-americanizzato’, dichiarando che «la stagnazione congiunturale in cui verte Washington per una soluzione bipartisan riguardo al budget federale e all’approvazione dell’innalzamento del tetto del debito ha lasciato molte Nazioni in pericolo e la comunità internazionale agonizzante». Funzionari cinesi hanno più volte minacciato pubblicamente l’arresto dell’acquisto del debito statunitense, di cui il Dragone è ancora il primo acquirente con oltre 1.260 miliardi di dollari nei suoi forzieri; cifra, tuttavia, ridimensionata dopo che alla fine dello scorso anno la Cina ha ceduto 48 miliardi di dollari di Treasuries, il dato più alto dal dicembre 2011 e indice di una crescente diffidenza verso la tenuta dell’economia americana. La stessa agenzia di rating Dagong, nata come alternativa cinese al monopolio delle ‘tre sorelle’, in autunno aveva provveduto a declassare il debito a stelle e strisce da A a A-, nonostante il raggiunto accordo al Congresso sulla legge di bilancio e sul tetto del debito.

Allo stesso tempo, l’internazionalizzazione dello yuan ha fatto notevoli passi avanti a partire da un consistente accordo di currency swap con l’Eurozona, in funzione di un netto ridimensionamento dell’utilizzo del biglietto verde negli scambi tra Cina e Ue, primo partner commerciale della Repubblica popolare. Soltanto pochi mesi prima Pechino aveva raggiunto un’intesa simile con il Regno Unito. Si è poi parlato dell’interesse della State Administration of Foreign Exchange, l’ente che gestisce i 3,66 trilioni di dollari di riserve in valuta estera del gigante asiatico, per il mercato immobiliare europeo, considerato un’opzione papabile per diversificare gli investimenti nazionali.

Ma, stando a quanto scrive su The Economic Collapse il reporter investigativo americano, Michael Snyder, le reali intenzioni cinesi sono smascherate sopratutto dallo shopping esasperato di oro. Il Dragone è il primo produttore, ma anche il principale importatore a livello globale del metallo prezioso. Nell’ultimo anno, Pechino ha accumulato oltre 1.600 tonnellate di lingotti, portando le proprie riserve auree al secondo posto dopo quelle statunitensi, sembrerebbe, proprio per garantire una protezione sufficiente a lanciare con tranquillità lo yuan sui mercati internazionali, in vista della libera fluttuazione che dovrebbe avvenire tra qualche anno. Un punto, quest’ultimo, di particolare interesse per Washington, che accusa da tempo il Governo cinese di mantenere artificialmente basso il valore della propria divisa per favorire l’export.

Cosa accadrebbe se Cina e Russia decidessero effettivamente di dire basta al monopolio dei ‘petrodollari’? «La domanda per il dollaro e il debito americano registrerebbe un crollo verticale, con conseguente aumento dei prezzi», profetizza Snyder, «Il nostro modo di vivere dipende dal fatto che il dollaro è la principale valuta di riserva. Tutti i Paesi ne necessitano per commerciare l’uno con l’altro, fattore che ha mantenuto il suo valore artificialmente alto, permettendoci di importare prodotti a buon mercato. Se il resto del mondo smettesse di utilizzare i biglietti verdi, uno tsunami di valuta si riverserebbe sulle coste americane. Al momento, il dollaro è la moneta più utilizzata al di fuori degli Stati Uniti e se qualcosa dovesse cambiare, rendendoci incapaci di esportare inflazione, ci troveremmo seriamente nei guai».

 

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