martedì, Luglio 16

Se la Turchia parla, May prenda appunti! L’unione doganale Turchia-UE potrebbe essere un buon esempio per togliere dai guai il Regno Unito

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Il Regno Unito post-Brexit – o almeno una parte di esso – anela da tempo l’opzione di un’unione doganale con l’Unione Europea per non incappare in scossoni politici in Irlanda e percosse economiche oltre-Manica. L’Unione è già esperta nel campo di partenariati commerciali e unioni doganali: forse, il Regno Unito dovrebbe aguzzare lo sguardo e osservare bene gli esempi in essere. La Turchia e l’Ucraina sono due buoni modelli, anche se il primo è quello che può insegnare di più. I ‘British fans’ dell’unione doganale – della ‘costums union’ – dovrebbero studiare bene e a lungo l’esperienza turca.

L’adesione all’UE della Turchia è un capitolo aperto da anni: Ankara non ha vita facile nell’allinearsi alle richieste europee. Nonostante lo stallo politico, il partenariato commerciale tra Unione Europea e Turchia prospera dal dicembre 1995, quando si firmò l’Accordo di Unione Doganale. Negli ultimi due decenni, il volume commerciale in entrata e in uscita è aumentato di sette volte, ma l’unione doganale sembra non reggere il passare del tempo – soprattutto ora che la Turchia vive un momento di inflazione (un tasso del 16,33 per cento nel 2018, anche se l’OCSE prevede un ritorno a tassi più bassi) e un momento di (relativa) confusione politica dopo le ultime elezioni amministrative.

La Turchia è candidata ufficialmente a Stato membro europeo dal 1999 e fa parte del Partenariato Euromediterraneo (PEM). Lo stallo nel processo di integrazione europea per Ankara è celato nelle controversie e nelle dispute con alcuni Stati membri europei. Questi scontri bilaterali hanno, fino ad ora, affievolito il progetto per un’unione doganale più ampia e solida – senza trascurare il peggioramento delle relazioni euro-turche in seguito al fallito tentativo di colpo di Stato nell’estate 2016 e la conseguente reazione repressiva di Ankara. Al Governo turco rimane, però, una strategia di riserva, graduale ma aperta a più scenari: una richiesta ufficiale e convinta di Ankara nel proseguire il processo iniziato con l’Unione Europea e ufficializzato nel 1999 – anche se è tutto sospeso.

Recentemente, il Presidente turco, Tayyip Erdogan, ha assicurato che «la Turchia continuerà ad impegnarsi per entrare nell’UE, nonostante le azioni di quelli che stanno tentando di allontanarla dalla comunità europea: senza la piena partecipazione della Turchia, tutti gli sforzi dell’UE per garantire i valori professati sono destinati a fallire». Durante la stessa riunione sull’attuazione delle riforme di Ankara, il Presidente tuona nel dire: «L’Unione Europea ha bisogno della Turchia più di noi». Erdogan, poi, giunge al cuore della questione: un nuovo accordo sull’unione doganale tra Turchia e UE è nell’interesse non solo di Ankara, ma anche della stessa Unione Europea.

Da una parte c’è Ankara che lancia l’amo per migliorare il partenariato, dall’altra Londra che cerca di afferrare il salvagente di uncostums union’ che possa schiarire gli scenari di collasso economico e finanziario tracciati a larghe pennellate da molti osservatori internazionali. La Camera dei Comuni ha votato tre volte contro l’Accordo di recesso – ‘the withdrawal agreement’ – di fatto paralizzando la Brexit a data da destinarsi. Per essere precisi, il periodo di transizione della Brexit non è affatto ‘sine die’. Infatti, la nuova scadenza è il 31 ottobre 2019, dopo la quale il Regno Unito lascerà ufficialmente l’Unione – a meno che i ‘Commons’ non trovino voti sufficienti per votare un nuovo ‘deal’ di uscita.

Nella proposta iniziale del capo negoziatore Brexit, Michel Barnier, il tasto dolente per Londra è la clausola delbackstop’ – tasto dolentissimo, invece, per i ‘brexiteers’ più convinti. La clausola è pensata per mantenere una frontiera aperta tra le due Irlande, qualsiasi cosa succeda nelle negoziazioni. Il ‘backstop’ è stato un rospo duro da ingoiare per il Primo Ministro, Theresa May, ma oltremodo indigesto per i deputati della House of Commons inglese. Fino ad ora, il rospo non sembra avere intenzione di trasformarsi in un principe.

Dunque, sarà meglio per Londra prepararsi al peggio e prendere il futuro con molto ‘British humor’ – oppure studiare l’esperienza di Ankara e trarne insegnamenti validi. L’esperienza turca mostra le sfide che uno Stato non membro affronta in un’unione doganale formale con l’Unione Europea. Per questo motivo, in vista della Brexit, il Regno Unito dovrebbe mirare a un accordo doganale con l’Unione più profondo e ampio rispetto a quello turco.

«L’unione doganale euro-turca si sta corrodendo», afferma Bahadir Kaleagasi, Segretario generale dell’Associazione Turca per Industria e Commercio (TUSIAD), lamentando una condizione svantaggiosa: Ankara, a detta di Kaleagasi, deve fronteggiare un’elevata concorrenza nel mercato senza poter beneficiare di nuovi accordi commerciali. Sinan Ulgen, ricercatore turco per Carnegie Europe, parlando delle importazioni europee in Turchia pensa che siano dannose per l’economia turca e che rappresentino «una minaccia economica».

La risposta turca, per ora, è stata chiara: Ankara ha ricorso all’articolo 16 dell’Accordo per caricare tariffe su una serie di importazioni europee, che vanno dalle automobili all’elettronica. Si legge su una nota ufficiale che Ankara richiede l’aggiornamento dell’Accordo per «affrontare importanti asimmetrie e carenze» e per eliminare «i problemi strutturali nell’unione doganale». Inoltre, domanda «una partecipazione effettiva ai meccanismi decisionali dell’Unione Europea» – ovvero entrare nelle istituzioni europee come Paese osservatore.

Insomma, le relazioni commerciali necessitano di nuovi parametri e nuovi aggiornamenti – a detta del Governo turco – per evitare una ‘guerra dei dazi’ o un ulteriore inasprimento politico da parte di qualche Stato membro.

Secondo un report di Fadi Hakura del Chatham House, l’Accordo doganale euro-turco sarebbe viziato da obiettivi e influenza limitati, asimmetria commerciale e di regole, problemi logistici e riguardanti i permessi alle dogane. Per sopperire all’ultimo problema, ad esempio, la Turchia spinge per semplificare le procedure alle quali sono sottoposti i suoi mezzi commerciali negli spostamenti verso l’Europa: in particolare, Ankara si riferisce al passaggio per il confine bulgaro e per quello greco – oltre che al passaggio per i confini interni europei.

Nello stesso report si legge che entrambe le parti convengono sulla necessità di modificare e aggiornare l’Accordo, con l’obiettivo di eliminare disuguaglianze nel rapporto commerciale e rendere il partenariato competitivo con quelli più recenti firmati dall’Unione Europea – come, ad esempio, il CETA con il Canada. A tal proposito, la Commissione Europea ha proposto di espandere i termini dell’unione doganale a servizi, diritto di stabilimento, appalti pubblici e agricoltura. Ma, in ogni caso, le parti non sembrano ancora tanto vicine da poter riscrivere le ‘regole del gioco’.

La sezione commerciale dell’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Ucraina, che progetta la Zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA), rappresenta un modello aggiornato di quelle che potrebbero diventare le relazioni commerciali euro-turche,  almeno in alcuni settori – e anche quelle future con il Regno Unito post-Brexit.

La situazione attuale, però, vede molti Stati europei non incentivati a migliorare gli accordi con Ankara, perché le tariffe e i dazi scagliati dalla Turchia non li hanno colpiti. Nel Regno Unito, i critici dell’unione doganale con l’Unione sollevano la medesima preoccupazione: unacostums unionpotrebbe far venire meno la speranza inglese di costruire una rete di singoli accordi commerciali con gli Stati, precludendosi l’ottenimento di agevolazioni vantaggiose – in termini di profitto – in settori lucrosi come quello dei servizi.

A questo punto, Londra sta già prendendo appunti e tempera la matita. Infatti, un’unione doganale con il Regno Unito potrebbe essere un vantaggio anche per la Turchia: Londra deve far tesoro delle passate esperienze altrui, Ankara deve sperare che il peso economico di Londra faccia ripensare velocemente a Bruxelles nuovi termini e impegni per l’Accordo euro-turco – come conseguenza delle eventuali concessioni e accordi con i britannici.

Il Presidente dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), Pinar Artiran, dialogando con la Commissione Brexit del Parlamento britannico, ritiene che «se questo viene offerto al Regno Unito, penso che la Turchia – giustamente – chieda le stesse possibilità» nell’ambito dell’unione doganale.

La Turchia si preoccupa di equilibrare la bilancia commerciale e aumentare le esportazioni per dare un colpo decisivo all’inflazione. Il Regno Unito e l’Unione Europea dovrebbero preoccuparsi di non pestarsi i piedi, né alle elezioni europee della prossima settimana né nella futura rete commerciale internazionale. Intanto, Londra farebbe meglio a fare tesoro dell’esperienza turca, ma rimane tutto in mano a Westminster.

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