mercoledì, Maggio 22

Se il Caso s'innamora di me… ...ma forse non può farlo, nè di me nè di nessun'altro

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Caso

Se il Caso s’innamora di me può sostenermi con doni e meriti speciali, oppure può sfinirmi con soprusi e oltraggi disgustosi. Di certo, sarò io comunque il Suo oggetto privilegiato, nella buona come nella cattiva sorte… Ancora una volta, mi scopro a inseguire un’idea circonfusa d’immaginazione, una delle tante, troppe fantasie riparative del prosaico, umano sgomento. Subito dopo, però, il Pensiero purificato da ogni bizzarria interpretativa, m’impone una sconsolata riflessione e si rifugia in un’indiscutibile certezza: il Caso non si può innamorare, né di me, né di nessuno. Esso è diverso da un animale, ma anche da una pianta e da una pietra, non ha anima corallina né virtù monacale, non ha radici e, se lo sfreghi un po’, non dà scintille; ci vede benissimo nel buio, non guarda al sole, né ti precede nell’occhio scostumato, giacché non cerca nulla e nulla lo abbaglia. Non vive e non muore, esiste senza regole e intenzioni, abbraccia costantemente il Tempo, ma non sente l’obbligo di abbracciare gli infreddoliti o di far sempre inchini agli impellicciati.

Alle infinite questioni sollevate da questo tema, in mille ambiti molto più autorevoli, vorrei qui aggiungere, senza pretese ma con la sensazione di un’ineffabile necessità, soltanto qualche suggestione personale. E chiedo venia in anticipo. Un incontro fortuito, casuale per l’appunto, così come uno specifico ambiente o un determinato luogo del mondo, sottende esperienze diverse e peculiari, in virtù di particolari coincidenze, a loro volta strettamente connotative o del tutto anodine per quel contesto, ma è assai difficile prevedere quale aggancio con la Realtà realizzerà la mente, ancor prima che il corpo del protagonista di quell’incontro o dell’ignaro indigeno.

Tutto quanto succede non parallelamente accade (dentro di noi), e meno che mai assurge sic et simpliciter al livello di evento: relazioni o contatti immediati si dissolvono spesso con simmetrica rapidità e solo di rado si solidificano in rapporti duraturi; identità, persecutorie o addirittura mortifere, riportano la nemesi del punto di origine al punto di non ritorno di una condanna stabilita altrove, anche nel caso in cui la volontà individuale e la coerenza identitaria siano state forzate a cambiamenti e sospinte verso nuovi desideri.

L’emozione, che preceda il vagito di un affetto o il ruggito di un sentimento, è solo una scintilla, accesa da una situazione imprevista o sfuggita da un fuoco incenerito a lungo rimestato; eppure, essa vince, perché il mio pensiero impavido non si è schermato e ora si brucia, inesorabilmente. È la Vita, come si dice, e io penso che sia la mia vita; invece, Scienza e Fede la chiamano, con nome greco, Bios; procede indipendentemente da me, ma al tempo stesso tramite me; non è mai personale, anche se in quel momento ha occhi solo per me, come un vero innamorato. Esso ha estratto, chissà perché, da un insondabile sentimento cosmico un piccolo elemento di distinzione a me riservato, in forma di un lacerto d’improvvisa felicità o d’indesiderata sciagura. Io, tutto di me compreso, ho scambiato quest’attenzione subitanea per il mito fondante della mia presente vita.       

Per nulla scoraggiato dalla logica serrata, insisto con variazione sul tema: e se Io m’innamoro del Caso?

Seguo il mio pensiero rivolto ai miseri, transfughi dal lato sbagliato del mondo: essi scelgono l’avventura di forzare la sorte e di puntare, per esempio via mare, alla felicità in altro luogo. Io, da parte mia, potrei scegliere di trasformare il destino di quei profughi, intanto potenziandone la probabilità di sopravvivenza, ancor prima di decidere di condividere con loro il mio oro, ospitandoli nel mio mondo ricco dove si vive di più e meglio, nonostante l’imperio di mali fisici e psichici tuttora incurabili.

Ci penso su, sospeso tra fantasie onnipotenti e semplificazioni da cuore rapito: mi sono innamorato di quel caso, sfidato a rivelarmi se tra i morituri sottratti ai flutti c’è quello studente premiato fra trent’anni col Nobel per la sua scoperta dell’antitumorale definitivo!

Mi infastidisce, solo un po’ in verità, presagire che il mio piccolo innamoramento, pur utile per una teorica corsa verso l’immortalità, ora non vale nulla per me, ma come tutti gli atti amorosi della nostra specie anch’esso anticipa e serba una gioventù fisica e psichica perpetua. Saranno corpi e anime, seppur malcauti esposti, tuttavia sempre più in grado di perfezionare nuovi e per ora impensabili condizionamenti del caso.

Sull’Eventualità, scrutata e indovinata, vince, per come può grazie ai suoi numeri, lo Scienziato innamorato, ma se egli si allea in un calcolo non scritto con l’Evento Amoroso del singolo che non sa far di conto, o nell’anarchico furore con la Creazione Amorosa dell’artista sgrammaticato, ingigantisce le sue probabilità di successo nella sua impresa solinga.

Il Caso, infatti, non risponde dei suoi turbamenti erotici né alla Scienza tutta, né all’ancillare pur se rigorosa Statistica, esattamente come fa ogni essere umano quando cede ad un autentico innamoramento, se è stato capace di mettere da parte cifre, ricordi e previsioni. Del resto, lo sappiamo bene, il potere dell’Eventualità ci concede tutt’al più un armistizio e un patto d’alleanza, pure con molte limitazioni. Prendere o lasciare. Ma se il caso s’innamora di me (e non di un altro), la mia mente soltanto ha la possibilità di costruire un evento; se quest’affermazione somiglia al vero, chiediamoci tuttavia usando quali mattoni ciò avviene. In altri termini, quali possibilità avrà la mia testa di scegliere la sua testata d’angolo e i migliori “materiali”? Glieli fornirà, per caso, la Provvidenza?

L’evento, nella serie di immagini e di idee che lo connotano, infinite come le caratteristiche di un luogo o di un incontro, si dispiega in un’articolazione di pensieri interrotti, di strade scambiate, di dolori inattesi e di opportunità disattese. Roccia scolpita dalla memoria e levigata dai desideri, il prodotto dell’amplesso tra Caso e Mente può comportarsi però come un cuneo inserito fra le ruote del Bios, che, indifferente, procede di solito in nostra compagnia senza farci compagnia, cammina con noi ma ci precede o ci segue, senza affiancarci mai, se non per un brevissimo istante. Quello in cui noi viandanti ci fermiamo ad ascoltare un canto d’amore, il nostro proprio amore per la vita (di tutti gli esseri viventi!), quando, coscienti di essere incoscientemente innamorati, realizziamo di avere per un momento il Caso in pugno. Fermato a darci un bacio e non mai un morso. Ecco perché, se il Caso non si innamora, noi possiamo innamorarci della migliore possibilità di aggiustarne la mira; in fondo parliamo della libertà di scelta, la stessa arma che incomprensibilmente (dal nostro punto di vista) usa quel qualcuno o quel qualcosa che noi chiamiamo Caso.

 

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