mercoledì, Luglio 24

Scuola: politiche di oggi per una democrazia pluralista di domani

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Il Meeting di Rimini 2017 da poco inaugurato prende spunto da una fonte importante per la promozione dell’amicizia tra i popoli. Il titolo di quest’anno, infatti, (“Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”) è tratto nientemeno che dal Faust di J.W.Goethe e sta a indicare, secondo gli organizzatori, il bisogno di riappropriarsi di un’eredità che dobbiamo tornare a sentire nostra. Gli interrogativi, tuttavia, sono tanti: di quale eredità parliamo, oggi, in una società sempre più pluralista e multiculturale? E di cosa si tratta in concreto?

A queste e altre questioni – come è già stato evidenziato a proposito del discorso di apertura del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni – i tanti protagonisti del tradizionale incontro annuale promosso da Comunione e Liberazione cercheranno di dare una risposta. Tuttavia, nella declinazione di questi temi si profila già con chiarezza un’attenzione particolare da dedicare al mondo della scuola e alla formazione. Che cosa stanno facendo, oggi, le istituzioni e quali devono essere le politiche di domani perché le sfide sociali possano essere accolte diventando occasioni di crescita? «La scuola rappresenta oggi un laboratorio privilegiato per la costruzione di una democrazia pluralista e socialmente coesa» è riportato nel documento “Ripensare la scuola nella società di oggi” della Società Italiana di Pedagogia (SIPED). E, seppur al netto di tante criticità, proprio dall’educazione e dalla formazione dovrebbe passare la valorizzazione della nostra eredità culturale anche attraverso il confronto e il dialogo.

Per capire meglio come raccogliere e vincere la sfida posta da una società che è già multiculturale anche all’interno delle nostre scuole, abbiamo discusso di nuove politiche e metodologie di insegnamento con Raffaella Biagioli, professoressa di Pedagogia generale e sociale presso l’Università di Firenze.

Quali sono oggi le politiche nel mondo della scuola e della formazione che funzionano e che possono rispondere alle esigenze di una società in continuo cambiamento con le ondate migratorie?

Già da molti anni a livello ministeriale, soprattutto nella scuola primaria, c’è una grande attenzione alle politiche di inclusione. Questo tipo di politiche, che in realtà non sono diffuse in tutti gli Stati europei, sono iniziate con l’integrazione degli alunni disabili, e si sono estese poi anche a ragazzi provenienti da Paesi diversi. In questo quadro il grande mutamento scolastico di questi anni è stata proprio l’aumento frequenza scolastica di alunni provenienti da altri Paesi, in particolar modo a livello della scuola secondaria, sia media che superiore. Oggi la politica scolastica italiana favorisce la frequenza scolastica anche nella scuola secondaria di secondo grado in modo che la formazione sia un elemento molto caratterizzante, indipendentemente dalle provenienze. A parte l’aspetto numerico, per quanto riguarda la pedagogia e la didattica, vi sono indicazioni a livello ministeriali per far sì che la scuola sia davvero inclusiva e che tenga conto delle diversità e della diversità. Non vi deve essere separazione delle appartenenze, questo è il focus. Per questo, prima nella scuola primaria e oggi con più determinazione anche nella scuola secondaria, è stata promossa una tipologia didattica interculturale, cioè di incontro. Parlare di intercultura significa mettere l’accento sul ‘tra’, ovvero, sull’incontro e sul dialogo tra le persone. Ne consegue un tipo di didattica che non porti alla separazione, ma alla possibilità di conoscenza che favorisca inclusione e integrazione. Nella scuola secondaria questo si è rilevato più difficile. La variabile dell’età non è da sottovalutare: in questo caso gli alunni sono adolescenti, e questa è l’età dell’aggregazione secondo le appartenenze e la riconoscibilità di segni che ogni adolescente porta. In altri casi è più semplice, ma ci deve essere stata una formazione precedente che abbia favorito un incontro senza stereotipi o pregiudizi. Questo è infatti un altro elemento fondamentale presente non solo nella scuola, e in particolare nella scuola media, ma anche nelle famiglie e talvolta negli insegnanti stessi. Le politiche scolastiche però intervengono proprio nella formazione degli insegnanti perché si possano individuare quegli stereotipi e pregiudizi che spesso caratterizzano la cultura condivisa e che si sono instaurati con abitudini, atteggiamenti e tradizioni del passato. Anche se a livello razionale vengono riconosciuti e rifiutati, poi, gli stereotipi spesso influenzano comunque il piano dell’azione. Per questo il Ministero in collaborazione con l’Università sta lavorando sulla formazione degli insegnanti.

Dunque, come dovrebbe cambiare il percorso formativo degli insegnanti proprio per venire incontro a questi problemi?

Non si tratta di rendere la scuola più facile, come erroneamente si tende a credere. Innanzitutto è un problema di atteggiamento e di riconoscimento di quelli che possono essere i nostri stereotipi e pregiudizi. Occorre riflessione, dunque – un principio di riflessività che viene dalla conoscenza. Ecco perché la formazione degli insegnanti è importante. E in questo campo conta molto sia l’aspetto conoscitivo, che quello didattico. La didattica non deve essere più facile, ma deve mettere in atto metodologie diverse e diversificate che prendano in considerazione il lavoro per gruppi o piccoli gruppi. Nella scuola secondaria di secondo grado non è ancora frequente la possibilità di adottare questo tipo di metodologia di lavoro, che comprende anche il Cooperative Learning, o le attività di tipo laboratoriale. Anche l’utilizzo di altre forme di espressione come il teatro o la musica fino a poco tempo fa era solo sporadico. Nell’attività teatrale, a prescindere dalle provenienze, c’è la possibilità di esprimersi e di incontrarsi, così come nella musica. Questa disciplina in particolare non è stata abbastanza considerata come elemento trans-disciplinare funzionale alla partecipazione anche di coloro che hanno difficoltà linguistiche o culturali dovute a eredità e tradizioni familiari diverse. Insomma, non si può prescindere dalla diversità nella scuola, ma si può evitare che diventi un elemento che divide proprio grazie al confronto.

E per quanto riguarda gli alunni?

Talvolta, nelle indagini sul mondo della scuola si rileva anche un pregiudizio che gli alunni hanno nei confronti degli insegnanti – in particolar modo gli alunni di sesso maschile nei confronti delle insegnanti donna. La presenza femminile nelle scuole italiane è molto forte, e questi atteggiamenti lasciano trasparire visioni della donna incompatibili con quello che è la nostra società e cultura. Questo tipo di pregiudizio richiede molto lavoro e vi sono molti progetti che hanno dato buoni risultati nel superamento di certe resistenze proprio attraverso l’utilizzo del teatro e della musica. Un altro esempio è dato dalla tendenza delle alunne a frequentarsi solo tra di loro, secondo la loro provenienza – e questo accade sia a scuola, dove pure è più frequente la possibilità di ‘contaminazione’, elemento che ha connotazione positiva per l’inclusione, ma anche dopo la scuola. Si parla, in particolare, delle giovani ragazze delle scuole secondarie di secondo grado, e spesso sono le famiglie che incoraggiano questo atteggiamento.

 Se è vero che la scuola può essere un  autentico laboratorio della democrazia pluralista di domani, che cosa si potrebbe fare per migliorare?

Questo tipo di metodologie didattiche trans-disciplinari sono già una realtà in atto, ma non sono ancora così sentite da tutti. In alcuni casi non se ne capisce il valore pedagogico per l’apprendimento. È vero che nella scuola secondaria in particolar modo deve contare la disciplina di insegnamento, però le modalità di insegnamento trans-disciplinari dovrebbero essere maggiormente valorizzate. Anche l’utilizzo di software e delle nuove tecnologie potrebbe essere sfruttato meglio per favorire l’inclusione. Le nuove tecnologie sono conosciute da tutti, possono essere un importante elemento motivante di uniformità se utilizzato in modo inter-culturale. Questa è in concreto la direzione da seguire: una molteplicità di linguaggi che affianchino quello specifico e tecnico della disciplina. Anche il cinema è un linguaggio importante per comprendere realtà che ragazzi non vogliono evidenziare per non essere emarginati. Spesso, infatti, gli adolescenti non vogliono parlare del loro Paese o delle loro culture. Ci sono diversi modi in cui i ragazzi di quelle età si rapportano alla cultura e costruiscono la propria identità. Vi sono modalità assimilative, contrappositive ma anche di mediazione, per cui i ragazzi cercano di gettare un ponte tra la cultura familiare e ciò che imparano a scuola – la nostra cultura, quella italiana. Questo è ciò che va incoraggiato, anche se i problemi non sono pochi, visto che spesso ci sono casi di emarginazione dei ragazzi stessi all’interno della comunità di origine. Gli insegnanti, allora, attraverso la formazione e dunque la conoscenza, svolgono un lavoro molto importante cercando di comprendere le situazioni, sospendendo il giudizio e a utilizzando metodologie specifiche per affrontare queste criticità. Oltre a linguaggi diversi come cinema e teatro, sono centrali altri elementi come la discussione e, soprattutto, l’ermeneutica – fondamentale per l’insegnamento di una disciplina e per la riflessione sugli elementi di diversità.

E l’Europa? Che cosa potrebbe fare di più?

L’Europa come istituzione si occupa da tempo di educazione interculturale promuovendo tanti progetti come gli scambi tra studenti o programmi che favoriscono le didattiche interculturali. L’Italia ha fatto proprie tante di queste istanze. C’è da notare poi che l’Europa è molto attenta alle indagini che monitorano l’apprendimento e i successi scolastici, e si è visto che l’utilizzo di metodologie che consentono la partecipazione aiutano molto anche l’apprendimento. Senza partecipazione non ci può essere una versa cultura della pace. Tuttavia, alcuni Stati, in particolare la parte anglofona, da sempre adottano modelli separazionisti secondo diverse appartenenze. E d’altro canto vi sono modelli assimilazionisti adottati ad esempio dalla Francia, che non hanno portato grandi risultati, anzi. L’Italia, invece, ha scelto il modello dell’inclusione fin dalla scuola dell’infanzia – prima, cioè che arrivino gli anni più difficili per l’integrazione dei ragazzi, ovvero, quelli della pre-adolescenza e poi dell’adolescenza.

Insomma, l’Italia potrebbe farsi promotrice di un modello inclusivo nel mondo della scuola che favorisce poi il successo e l’apprendimento degli studenti?

Per molti versi l’Italia lo è già. I modelli pedagogici italiani sono studiati e sono considerati all’avanguardia. Anche i francesi, che hanno sempre creduto nella loro modalità di fare scuola, si sono resi conto del tasso di abbandono e di insuccesso scolastico a cui questo portava.  La scuola italiana lavora da molto tempo sull’inclusione, ma si potrebbe ancora fare di più perché il fenomeno è ancora a macchia di leopardo, specialmente per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado dove le criticità sono maggiori. Tuttavia la volontà di intervenire c’è ed è molto forte. A Firenze, ad esempio, è stato da poco istituito un master gratuito organizzato dall’Università per formare al meglio le figure strumentali in contesti migratori, ovvero, quegli insegnanti che si rapportano con altri insegnanti per favorire l’inclusività.  E il numero di iscritti è stato ben superiore a ogni aspettativa. Insomma, il tema comincia a essere molto sentito e non solo dagli insegnanti, anche dai dirigenti stessi. Però siamo ancora a un livello di singole realtà.

Effettivamente a livello ‘macro’ non sembra esserci ancora un modello vero e proprio implementato dovunque. Che cosa pensa, ad esempio, di quelle realtà italiane in cui vi sono classi con una maggioranza di alunni provenienti da altri Paesi?

In questo caso bisogna che prima vi siano politiche di tipo amministrativo che scoraggino la concentrazione eccessiva. Bisogna che le amministrazioni tengano conto di questi fenomeni. Le aggregazioni in quartieri specifici non aiutano la causa dell’integrazione. Su questo aspetto c’è ancora tanto da lavorare, in particolare nelle grandi città. Del resto la normativa ministeriale prevedrebbe di non avere classi con una percentuale di alunni stranieri troppo consistente.

Per quanto riguarda i genitori – e in particolare le donne –  in che modo possono essere coinvolti dalle scuole per favorire maggiormente l’integrazione?

La politica dei servizi della prima infanzia è una politica molto importante in questi casi. I nidi, in particolare, sono fondamentali per favorire lo scambio, non solo tra gli alunni ma anche tra i genitori, e in particolare tra le donne. È stato osservato che l’integrazione tra genitori è diffusa solo, e in particolar modo, nel contesto dei nidi e delle scuole dell’infanzia. La partecipazione delle madri provenienti da altri Paesi alle attività proposte dai nidi è un forte elemento che porta all’interazione sociale e dunque all’integrazione. Il contatto qui è molto importante. Le madri, a volte, se tenute separate dall’interazione con altre madri finiscono per mantenere la loro cultura di origine perdendo un’occasione importante di contaminazione. Quando il bambino è piccolo, poi, c’è molta più disponibilità allo scambio e al confronto – le difficoltà che le madri incontrano spesso sono le stesse. Nella crescita dei bambini, un altro aspetto comune è che in molti casi sia le madri italiane che quelle straniere non hanno la famiglia di origine a supporto. In questo i nidi svolgono un servizio fondamentale, oltre a favorire la conoscenza di altre culture, dei giochi e delle storie di popoli diversi.

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