venerdì, Novembre 15

Scrivere di sè: guida all’autobiografia

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«Oh essere un libro! Un libro che viene letto con tanta passione!». Si apre con questa citazione del linguista Elias Canetti, autore celeberrimo de ‘La lingua salvata’, anche il saggio scritto da Duccio Demetrio: ‘Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé’ (1997). Duccio Demetrio insegna presso L’Università Bicocca di Milano, è docente di filosofia ed Educazione degli adulti, dove vengono organizzati anche seminari e gruppi di ricerca nell’ambito della formazione, sui cambiamenti di età. E’ rettore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, nonché direttore della rivista ‘Adultità’.

Demetrio ha fatto dell’autobiografia il suo cavallo di battaglia (come si intuisce anche dal nome dell’università di cui è rettore, ad Anghiari). Secondo il filosofo, infatti, arriva sempre un momento, quando si è adulti, in cui si sente l’esigenza di raccontare la propria storia di vita, ed è possibile farlo sia in forma scritta che oralmente.

Pensare autobiograficamente significa proprio fare ordine dentro di sé, aiutarsi nella comprensione del presente, ma anche del passato: ritrovare ciò che è stato perduto, a partire dalle emozioni. Insomma descrivere il passato per trovare il proprio presente, provare gratitudine verso qualcuno o qualcosa, scoprire di avere dimenticato alcuni eventi o alcune persone.

Il pensiero autobiografico ha il dovere di sorprendere: è ciò che si è realizzato, le proprie sofferenze, i propri amori. Tutto questo prende forma e, se il lavoro è compiuto correttamente e con il dovuto impegno, lascerà di sasso chi lo racconta, che vuole lasciar traccia di sé al futuro, per evitare l’oblio in previsione della sua futura dipartita. Insomma il pensiero autobiografico ha bisogno di coraggio, certo, ma anche di metodo, per procurare benessere. Il pensiero biografico si può quindi descrivere come l’insieme dei ricordi della vita trascorsa. Chi scrive o racconta ‘sente’ quel che ha vissuto e si riconcilia’ con la propria realtà interiore e col proprio passato.

La riappacificazione, la compassione e la malinconia che si provano esaminando il proprio passato e permettono l’emergere della propria ‘individualità’. Lo stesso egocentrismo può permettere di rilasciare tracce benefiche nell’altruismo dell’anima. Evocare i ricordi significa svolgere il proprio lavoro autobiografico. Per Proust raccontarsi significava proprio sviluppare i ‘negativi’ della propria vita. Le emozioni, la lontananza, la memoria, ma anche l’indulgenza, la severità, la colpa, il senso di sazietà emergono durante il proprio racconto. Infine si dimentica: ogni giorno decadono miliardi di neuroni.

C’è un concetto importante nell’autobiografia: la ‘bella vita’, l’idea positiva di vita vissuta come andava vissuta, cioè bene, ideale che può andare a creare la passione autobiografica, nonché la cura di sé: è qui che le proprie memorie si riappacificano. Una volta svolto questo processo si può tornare a vivere, ed è favorito anche un ritorno alla crescita. L’autobiografia è un viaggio formativo a conclusione di un ciclo di vita, è autoformazione.

Il ricordo, nel lavoro autobiografico, non ha data, ma soltanto stagione. La fine di un periodo (o stagione come è stato definito poc’anzi) provoca una frattura. La più famosa -e quella a cui praticamente nessuno riesce a sfuggire- è quella dell’adolescenza, che si viene a creare per il neo-presente desiderio di indipendenza. Un tentativo del proprio sé di adultizzazione. Al termine dell’età adulta, invece, è tempo di bilanci, di variazioni di stile. A volte ci si concede una tregua autobiografica, in particolar modo può accadere in conclusione di un percorso di vita. Al termine di questo percorso il ‘detective interiore’(come è definito da Demetrio Duccio in Raccontarsi) può provare pentimento, può ‘sentire’ di essere stato sincero(assolutamente) e può anche avere un ravvedimento(si parla dunque di ‘ravvedimento tardivo’): si è conclusa la propria conversazione intima e personale, in cui la nostra verità non equivale ad una parola scritta o ascoltabile; questo può dare spazio a fraintendimento, insoddisfazione. Quando poi la sofferenza è eccessiva, si verifica il fenomeno del riseppellimento dei ricordi.

Esiste anche il cosiddetto esercizio immaginativo della solitudine, che corrisponde all’‘otium’ degli antichi. In greco: ‘Epimeleston canton’ ovvero ‘Occupati di te stesso’, prenditi del tempo per la solitudine, per oziare (nel senso desueto del termine) e riflettere su te stesso. Per i latini il concetto era quello della ‘pietas’, non degli altri ma di sé.

Ricordare è uno sfogo interiore, ricordare è qualcosa di bello e di giusto, un ‘gaudium’ con aggiunta di ‘laetitia’, un’arte dell’esistenza. Come sostiene Demetrio e una tecnica dell’essere.

Possono verificarsi, nel pensiero autobiografico, anche i seguenti quattro fenomeni: la trasfigurazione del ricordo, la ricomposizione(nonché il potere comunicativo), l’alleggerimento, che significa anche essere artefici di sé stessi, significa rivisitare il concetto di ‘invenzione’. E’ proprio su questo terzo punto che si fonda il patto autobiografico tra autore, protagonista ed eventuale attore. L’ultimo fenomeno è quello della spersonalizzazione, sulla quale Jerome Bruner scrive: «Uno dovrebbe, almeno credo, terminare un’autobiografia cercando di delineare che cosa intende per ‘se stesso’. In effetti è un’impresa disperata, perché nel momento in cui ci si mette a pensare al problema appare chiaro che i confini della personalità si dileguano come neve al sole».

Per Oliver Sacks quando i ricordi iniziano a svanire, si può iniziare a comprendere ciò che la nostra vita è. Insomma, l’oblio che abbiamo precedentemente citato, il ricordo come frammento d’esistenza diventa un segno per comprenderci. Anche una cosa che non si ricorda concorre nell’effetto benefico di raccontare la propria vita vissuta. Questo accade, più in generale, perché l’intelligenza retrospettiva socializza coi ricordi. Codesto momento è chiamato ‘istante cognitivo’.

Raccontare sé o raccontare le imprese degli altri era qualcosa di molto ricorrente nelle letterature degli antichi: si pensi alla lingua latina ed ai suoi generi delle memorie, delle lettere, dei commentarii, delle orazioni. Ma la vera svolta giunge con Rousseau e la sua ‘Sutura Autobiografica’ in cui scrivere diventa una medicina contro l’oblio del vissuto. Nell’autobiografia, infatti, ricordare significa riflettere e la retrospezione diventa automaticamente introspezione. Tutto ciò concorre in quello che in psicologia è detto feticismo autobiografico: collezionare ed accumulare ricordi.

E’ opportuno aggiungere qualche parola su Marcel Proust, il quale riteneva che il passato lo si riassapora a poco a poco, e non tutto assieme. E proprio su questo concetto ha costruito la sua opera monumentale, nonché la più famosa e, probabilmente, la più ampia mai scritta in assoluto nella storia delle letterature mondiali, la ‘Recherche’.

Ma come si scrive un’autobiografia? Duccio Demetrio individua tre parti fondamentali: un inizio, ovvero un incipit, in cui viene esposto il cominciare di una vita, di un’esperienza; lo sviluppo, il ruit, ovvero lo scorrere; e la conclusione, exit, cioè la fine. In particolare esistono due tipi di incipit: quello sensoriale (è il caso dell’autobiografia di Elias Canetti) e quello figurativo, ovvero scenico (che ritroviamo in Elsa Morante e in Jacques Prevert). L’incipit è origine del ruit. Dopo l’exit è possibile rileggere quanto scritto. E proprio in quest’ultimo caso Lalla Romano, la celebre autrice di ‘Una giovinezza inventata’ scrive: «Ho ripreso in mano il mio libro, l’ho aperto qua e là. E’ quasi insopportabilmente vivo. Però, pur essendo così appassionato è un libro di pensiero, La sofferenza e anche l’allegria, il divertimento, sono contrappuntati da pensieri. Reazioni mentali che sovrappongono il mio mondo interiore al suo(Quello del figlio dell’autrice)». Tutti possono esercitare il pensiero autobiografico perché, come afferma ironicamente anche David Scheneider, tutti abbiamo una biografia e una matita.

Insomma, un testo senza correzioni, senza dubbi, senza esitazioni è un testo senza autore. Se il testo è riflettuto e ben ponderato, al termine dello stesso, si prova quella che Demetrio definisce ‘Un’acerba verità‘, quella dell’autobiografia conclusa. Nietzsche la definisce come un ‘ritrovarsi dopo essersi persi’.

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