giovedì, Ottobre 22

Scontro Macron – lavoratori della SNCF: due treni in corsa su un binario unico Francia, sciopero dei ferrovieri: cosa rischia Macron? Ne parliamo con Éric Jozsef, corrispondente in Italia di ‘Libération’

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Lo sciopero dei ferrovieri francesi indetto a partire da martedì 3 aprile rischia di gravare molto sulle tasche già pesanti della società statale SNCF (Société Nationale des Chemins de fer Français): sembra, infatti, che dall’inizio dello sciopero tutti i ritardi, le cancellazioni e conseguenti rimborsi e sostituzioni, fino ad ora abbiano avuto un costo di circa 20 milioni di euro, come riporta un portavoce della società. Quello che stiamo vedendo in questi giorni è solo l’inizio di uno sciopero dal lungo respiro, che pare non voglia arrestarsi fino alla fine di giugno. I sindacati dei lavoratori (CGT, UNSA, SUD-railCFDT) hanno fatto sapere che questo sarà così calendarizzato: due giorni consecutivi di sciopero seguiti da tre giornate lavorative, per un totale di 36 giorni di inattività.

A monte di questa protesta, dai caratteri decisi e dai numeri importanti – stando alle stime, si parla di un’adesione di quasi il 40% dei dipendenti della SNCF – c’è lo scontro con il Presidente francese Emmanuel Macron e la riforma presentata a marzo per il servizio di trasporto ferroviario, con la quale si aprirebbe quindi a una concorrenzialità nei trasporti ferroviari richiesta dall’Unione Europea e che di fatto porterebbe a una privatizzazione della SNCF. Una concorrenzialità difficile da gestire per le Ferrovie dello Stato francesi, dato che il loro debito attualmente ammonta a quasi 50 miliardi di euro.

Un programma di riforme molto vasto che infatti ha lasciato scontenti non solo i ferrovieri: ad incrociare le braccia anche il personale di Air France, molte associazioni studentesche, dipendenti di società energetiche e netturbini. Di fatto uno sciopero dalle dimensioni sociali importanti, forse per alcuni versi simile a quello che la Francia vide nascere nel corso dell’autunno del 1995, quando ancora in testa i ferrovieri protestarono contro la riforma presentata dal Primo Ministro Alain Juppé: in quel caso lo sciopero durò solo 24 ore, ma coinvolse ben 5 milioni di lavoratori. Questo ebbe conseguenze a lungo termine che in parte contribuirono alla difficile situazione per cui il Presidente della Repubblica Jacques Chirac due anni più tardi, nel 1997, sciolse le camere sancendo di fatto la sconfitta del centro-destra e portando all’elezione del primo ministro Lionel Jospin.

Con Éric Jozsef, corrispondente in Italia del quotidiano francese ‘Libération’ e della Rts radiotelevisione svizzera, facciamo il punto della situazione in Francia e capire se la politica di Macron da questo potrà subire delle conseguenze o meno.

 

Ad oggi, in che direzione sta procedendo lo sciopero ferroviario iniziato martedì e quali sono le motivazioni che lo hanno scatenato?

Uno sciopero ancora pienamente in atto, e nonostante sia stato aperto un tavolo di negoziato col Governo, le impressioni di tutti sono che quest’ultimo non intende muoversi. È stato confermato il proseguimento dello sciopero per tre mesi (si sciopera 2 giorni su 5), un tempo molto lungo; inoltre lo sciopero per il momento è seguito da tutte le sigle sindacali, un fronte che il governo non è ancora riuscito a dividere. Una protesta nata per evitare la riforma delle Ferrovie dello Stato francesi. Innanzitutto, ci sono due punti in discussione: il primo è la riorganizzazione delle ferrovie per aprire alla liberalizzazione del mercato e l’altro è rivedere lo Statuto del ferroviere (in Francia il ferroviere ha uno statuto particolare, è un lavoratore che sicuramente è pagato meglio).

Quindi si può dire che siano una categoria lavorativa di privilegiati…

Beh per loro la condizione lavorativa in cui si trovano non è considerato un privilegio, ma solo il frutto di negoziati sindacali avvenuti nel corso degli anni, considerando che in cambio danno un certo tipo di servizio. È però vero che buona parte della popolazione francese li considera dei privilegiati, mentre loro controbattono dicendo che sono delle conquiste sociali in corrispondenza al lavoro che fanno. E di fatto, tutta la battaglia gira intorno a questo. Il secondo punto dello Statuto toccato dalla riforma non dovrebbe riguardare quanti sono già ferrovieri, ma soltanto i nuovi assunti. Chiaramente dietro c’è una valenza politica e simbolica: in qualche maniera è un po’ come l’articolo 18 in Italia, nel senso che dal punto di vista del Governo la battaglia è sapere se si può riformare un’azienda come la SNCF che è anche simbolo della passione del sindacalismo e del servizio pubblico; dalla parte dei sindacati, è una battaglia importante perché se si toccano proprio le Ferrovie dello Stato vuol dire che in qualche maniera è l’impianto sociale del Paese che è rimesso in discussione, ed è per questo che la protesta diventa una battaglia così importante. Già nel passato altri governi che avevano cercato di intervenire su questo aspetto avevano subito scioperi e di solito avevano sempre fatto marcia indietro.

E infatti proprio nell’autunno del 1995 ci fu un grande sciopero sempre da parte dei ferrovieri. Ci sono dei richiami in quello che stiamo vedendo in questi giorni?

Senz’altro ci sono degli elementi in comune: intanto l’obiettivo dei sindacati è proprio quello di ripetere il ’95. All’epoca Chirac, che era Presidente della Repubblica, ritirò il provvedimento lasciando poi Juppé, che era Primo Ministro, in difficoltà. Senz’altro l’obiettivo degli scioperanti è di arrivare allo stesso risultato di vittoria sul Governo, le condizioni politiche di partenza però sono molto diverse: oggi Macron ha una maggioranza schiacciante al Parlamento e anche se non aveva parlato di riformare lo Statuto dei ferrovieri, è comunque arrivato con un programma di riforme chiare e dunque, da questo punto di vista, le condizioni politiche sono molto diverse. All’epoca, invece, Chirac era andato al Governo proprio con il compito di ridurre la frattura sociale, e proponendo quelle riforme sembrò cadere in contraddizione con quanto aveva promesso in campagna elettorale. Quindi, condizioni politiche molto diverse ma non solo, perché oggi una parte dell’opinione pubblica considera che in qualche maniera una riforma è indispensabile.

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