mercoledì, Agosto 12

Scontro aperto tra ANP e Israele

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Nel giro di alcuni mesi, il 2014 è passato dall’essere l’anno di un possibile avvicinamento tra Israele e Palestina, grazie alle trattative mediate dall’amministrazione statunitense, al testimoniare l’ulteriore allargamento della frattura che divide i due Paesi, nuovamente contrapposti in uno scontro frontale. L’inefficacia delle trattative di pace è prodotto della frustrazione dei tentativi delle ali moderate nei due schieramenti nel cercare di porre le fondamenta per un avvicinamento; le frange massimaliste, al contrario, godono del nuovo aggravamento delle tensioni e cercano di ottenere il massimo vantaggio dalla situazione attuale.

Giovedì 5 giugno, si è diffusa notizia riguardante la decisione del governo israeliano di autorizzare la costruzione di almeno 1500 case nelle aree degli insediamenti dei coloni. L’autorizzazione giunge in risposta alla formazione del governo d’unità palestinese tra Hamas e al-Fatah, condannato con dure parole dalle autorità israeliane. La notizia rappresenta la più recente escalation delle tensioni nell’arco di mesi di particolare complessità e rafforzamento della conflittualità tra la militanza palestinese a Gaza e le Forze Armate israeliane.

«Israele ha portato avanti i propri piani di costruzione per migliaia di insediamenti durante i dialoghi di pace, portando i palestinesi a lanciare accuse riguardanti la cattiva fede degli israeliani nei negoziati» scriveva il ‘Washington Post’  giovedì 5 giugno. «Israele ha detto di non essersi mai impegnata a fermare le costruzioni nel corso delle trattative. Quello di giovedì è il primo annuncio di costruzione di insediamenti a giungere dai giorni del collasso delle trattative. […] L’Unione Europea ha detto in un comunicato di essere “pesantemente scontento” dalle approvazioni agli insediamenti, definendoli “contrari agli sforzi di pace”, invitando Israele a recedere dalla propria decisione».

Il progressivo aumento delle violenze e degli attacchi tra le parti è stato raggiunto il 12 marzo scorso quando, l’uccisione da parte delle Forze aeree israeliane a Rafah di tre militanti del gruppo Jihad Islamica Palestinese (JIP), le Brigate al-Quds (braccio armato di JIP) e altri gruppi armati hanno avviato il lancio di oltre 100 razzi in direzione di Israele andando a segno per almeno 60 volte nel territorio israeliano. In risposta, le Israeli Defence Forces (IDF) hanno colpito 30 bersagli strategici nella Striscia, tra cui campi delle Brigate al-Quds e delle Brigate Ezz al-Din al-Qassam, milizie armate di Hamas. E’ stato necessario l’intervento di intermediari egiziani per riportare la tregua tra le parti.

Può risultare fuorviante leggere gli avvenimenti della metà di marzo come frutto di un’escalation isolata: dall’inizio del 2014 è in corso un progressivo incremento delle violenze tra le parti. A inizio marzo, le autorità israeliane avevano sottolineato come nei primi due mesi del 2014 fossero stati sparati oltre trenta razzi da Gaza in direzione di Israele, contro i 60 dell’intero 2013. Israele, dal canto suo, ha continuato a effettuare incursioni in territorio palestinese per individuare e colpire i militanti sospettati di aver effettuato attacchi sul suo territorio: il 24 dicembre, in seguito all’uccisione da parte di un cecchino palestinese di un lavoratore arabo israeliano che operava lungo il confine con Gaza, le Forze Aeree israeliane hanno attaccato due bersagli strategici nella zona centrale della Striscia, vicino ai campi profughi di Khan Younis e al-Bureij, sospettando la massiccia presenza di militanti di Hamas. Secondo le autorità palestinesi, nell’attacco ha perso la vita una persona e 10 sono rimaste ferite

Tra i fattori alla base della crescita degli episodi di violenza può essere incluso l’indebolimento, sia economico che politico, di Hamas, sempre più in difficoltà nel tenere sotto controllo l’operato delle organizzazioni minori attive a Gaza. Hamas è oggi gravemente danneggiato dall’allentamento o dalla recisione dei legami che lo collegavano ad alcuni dei suoi maggiori sostenitori o finanziatori internazionali: si noti a tal proposito il raffreddamento del sostegno qatariota, il progressivo deterioramento dei rapporti economici e militari con l’Iran e la rimozione di Mohamed Morsi dalla presidenza in Egitto, con conseguente repressione della Fratellanza Musulmana di cui Hamas è una branca. Una simile serie di fattori ha aumentato l’isolamento del movimento, che aveva fortemente beneficiato dell’arrivo al potere dell’Ikhwan in Egitto.

 

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