domenica, Agosto 18

Scommesse e gioco d’azzardo: il grido d’allarme dell’Adoc Intervista a Maurizio Vannoli dell'Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (ADOC)

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Basta essere osservatori con un minimo di attenzione per accorgersi della portata del bombardamento pubblicitario in tema gioco d’azzardo e di scommesse sportive: tra spot televisivi e radiofonici fino al terreno presso che incontrollato del web e dei social network, i dati riferiti al 2016 parlano di un incremento del 39,6% rispetto al 2015 per quanto riguarda gli investimenti pubblicitari per il settore del gioco d’azzardo, a dispetto di un incremento del solo 1,7 % per quanto riguarda gli investimenti totali nello stesso arco temporale.

Da anni ormai l’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (ADOC) analizza questi trend, puntando il dito sugli effetti deleteri del messaggio trasmesso attraverso i media in tema di gioco d’azzardo, nonché sulle inefficienze ed ambiguità di un sistema di prevenzione che allo stato attuale non funziona, unito a condizioni di favore dal punto di vista fiscale paradossali. Sulla base dei dati raccolti l’ADOC  ha redatto una lettera che racconta le varie sfumature del problema, indirizzandola verso quelle istituzioni che più che mai dovrebbero essere sul pezzo (tra le altre l’AGCOM), ma che al riguardo non hanno ancora dato risposta.

Il giro d’affari mondiale del gioco d’azzardo è di 380 miliardi di euro. Di questa torta enorme la fetta italiana rappresenta più del 22%, configurandosi così come il primo mercato del gioco d’azzardo in Europa ed il terzo nel mondo. Sulla base di questi dati la prima questione che salta all’occhio è di carattere fiscale: “dal 2005 al 2014 la raccolta dei giochi di Stato è cresciuta del 191%, mentre le entrate erariali soltanto del 30%” , spiega il segretario dell’ADOC Maurizio Vannoli, “un effetto distorsivo dovuto ad una imposta indiretta sul gioco d’azzardo in media pari all’ 8,7%, la più bassa mai applicata ad un bene di consumo”. E tutto questo mentre le società di betting, scommesse e casinò on line contabilizzano costi e ricavi gestionali nei paradisi fiscali.

Un sistema, quindi, con cui lo Stato continua a favorire un gruppo ristretto di concessionari che vanno a formare un oligopolio nel settore, limitando – come è intuibile – la quantità di entrate di cui l’erario italiano potrebbe avvalersi, cosa che in tempi di spending review sarebbe decisamente utile.

Più importante del dato economico è però l’analisi della portata culturale delle pubblicità sul gioco d’azzardo che sono ormai  “indirizzate verso i più giovani in quanto rappresentanti della fetta di mercato più appetibile per queste agenzie”. Il messaggio è veicolato molto sapientemente e attraverso schemi consolidati.  Da un lato il coinvolgimento emozionale del potenziale scommettitore, associando il prodotto a volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport.  Basti pensare al rapporto di sponsorizzazione tra Intralot e la nazionale di calcio italiana che tante polemiche ha sollevato, “non soltanto diseducativo ma anche emblematico di un fenomeno sempre più preoccupante”. Secondo Vannoni infatti “i più giovani vengono abituati non alla competizione sportiva ma alla scommessa, e questo avviene anche con il loro coinvolgimento emotivo attraverso la maglia della nazionale”. Alcune fasce sensibili della società vengono quindi circuite attraverso meccanismi pubblicitari all’interno di contesti istituzionali, come la FIGC, che non dovrebbero avere a che fare con questi contesti.

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