domenica, Settembre 27

Santori, ricorda Masaniello: le sardine non devono incontrare Conte! Nessuno può ergersi a ‘rappresentante’ di altro che di sé stesso, fin tanto che la sua rappresentatività non sia documentata e documentabile. In una democrazia, la forma conta

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Come ho lasciato intendere più volte, io ho poca, a dir poco!, dimestichezza con i cosiddetti social, non li uso nel senso che non so usarli; ogni volta che apro Facebook, vedo un travolgimento di messaggi (si chiamano post, mi pare?) più o meno insulsi, ma non vado oltre il quarto o quinto, pubblicità invadenti incluse. Poi, magari, ‘aggiorno’ la pagina e trovo tutt’altro, non ritrovo più il ‘post’ che stavo leggendo e mando tutto al diavolo.
Per cui, quando ieri ho cercato di mandare un (maledetto!) ‘post’ alle sardine, non ho idea se sia arrivato, dove e meno che mai se qualcuno lo abbia letto. Ma dato che lo ritengo importante -dal mio punto di vista, per carità- lo riproduco qui e aggiungo ciò che, pe brevità non ho scritto lì.

Il mio tentativo nasceva dal fatto che mi ha colpito moltissimo e, devo dire, mi ha colpito molto negativamente, una dichiarazione del capo-sardina Mattia Santori in cui chiede di incontrare pochette per parlargli di decreto sicurezza e per proporgli una sorta di daspoper i messaggi insultanti e aggressivi suisocial’.

Ritengo che siano proposte assurde e allucinanti. Nella mia ingenuità (leggete pure cretineria, non mi offendo) ritenevo che io come chiunque, e per di più avendo minimamente contribuito alla organizzazione della manifestazione del 19, comprensiva di palco e invitati, non avevo certo la pretesa di poter calpestare quel palco a pubblicizzare le mie idee e le mie opere, ma almeno, come chiunque segue ciò che fanno le sardine, di poter suggerire una idea, critica, magari da respingere, ma non cestinare e ignorare.

E perciò scrivevo, puntualmente ignorato: « Leggo di una proposta delle sardine o almeno del capo-sardina al Presidente del Consiglio di incontrarlo per una ‘interlocuzione’ in materia di decreto sicurezza e ‘democrazia digitale’. Al di là del linguaggio e al di là del fatto che il Presidente-piacione vi incontrerà in favore di telecamera, francamente non capisco, violate una delle regole fondamentali della democrazia: la rappresentatività. Voi, ciascuno di voi non rappresenta nessuno se non sé stesso, anche se seguito e incoraggiato dal ‘popolo’, almeno finché non abbia istituzionalizzato il proprio ruolo. State tradendo proprio la premessa su cui siete nati. A suo tempo qualcosa del genere lo fece un certo Masaniello: lui finì molto male, ma il popolo, a nome del quale diceva di parlare, finì anche peggio». Testuale: se siete bravi con facebook da qualche parte deve essere, immagino. Ho dubbi, per spiegare, sull’uso (ormai di moda da quando lo ha scoperto Di Maio) del termine ‘interlocuzione’ in luogo di conversazione, incontro, colloquio, ma tant’è oramai si parla come si mangia!

Non aggiungevo, però, ma aggiungo ora, che l’idea del daspo la trovo oscena, specie in chi ha fatto della libertà e della compostezza della parola la sua bandiera. Potrei citare le bellissime, secche e chiare parole di Achille Occhetto sabato sera, che appunto (come nel mio piccolo anche io) vede nelle sardine unarivoluzioneproprio grazie alle parole, una rivoluzione, si dice spesso, gentile, a mio parere una rivoluzione della gentilezza. L’insulto o la minaccia, per lo più vigliaccamente anonimi, sono solo la prova di irrazionalità e pochezza, alle quali si risponde in un solo modo: inondando il malcapitato di parole tranquille, razionali, pacifiche, dialoganti, ironiche: sbeffeggiandolo. Non con la Polizia o, peggio del peggio, oscurando (si dice così?) i loro messaggi.

Insomma, se siamo in una società aperta e vogliamo restarci e qualcuno pensa che sia utile spargere veleni, minacce e bugie contro qualcun altro, la risposta deve essere corale e razionale e colloquiale, ma altrettanto aperta e ‘libera’ di quanto sia stato l’insulto ecc., che nulla e nessuno deve impedire, fatti salvi ovviamente i limiti del codice penale.

La limitazione della libertà di pensiero e di parola, e quindi anche di mala-parola, è il primo passo delle dittature. Si comincia sempre così. E magari si comincia con poco, con cose apparentemente ovvie … appunto, apparentemente. All’insulto o alla bugia o alla minaccia, si risponde con il ragionamento, la razionalità, la verità documentata e il colloquio. In una parola con il rispetto. E magari, ma questo lo so quanto sia difficile per non dire impossibile specie tra chi ‘fa politica’, con ironia. Uno può essere la migliore persona del mondo, la più dolce, simpatica, spiritosa, ma appenascendein politica, appunto, scende. La domanda che mi assale è state scendendo anche voi … o siete già scesi? Oddio, affermare come fate a proposito della manifestazione di Bologna: «Probabilmente sarà il punto di svolta per la politica italiana» … modesti, si vede che non siete napoletani, qui vi avrebbero detto gelidamente, ma ridendo, ‘calate e’ scelle’! Fatevelo tradurre.

E dunque niente daspo: agli insulti si risponde inondando l’insultatore di messaggi critici e ironici e mai insultanti o minacciosi a loro volta. E mai, ma proprio mai, mai di mai, cancellandoli. Chi mi conosce, qui e nel mio lavoro, sa quanto sono stato e sono critico con le varie leggi e proposte di legge in materia di ‘negazionismo’; anche sulla proposta di Liliana Segre ebbi a dire e ribadisco molte preoccupate critiche. Limitare la libertà di pensiero e di espressione è un passo molto deciso nella direzione della dittatura, e irreversibile.

Ma l’altro tema, che invece, trattavo nel mio ‘post’ è forse anche più importante, perché investe quella che dovrebbe essere la stella polare, il punto di riferimento ineliminabile di chiunque voglia parlare di democrazia ed esercitarla.
Il tema non è quello dei mezzi e delle procedure per esercitare la democrazia, non voglio dire, insomma, che solo chi sia eletto o cose del genere può parlare con l’Autorità a nome di qualcuno. No, l’Autorità deve (scusate, verbo sbagliato: dovrebbe, figuriamoci!) ascoltare tutti sia perché tutti sono cittadini o più semplicemente uomini da essa amministrati, sia perché magari hanno qualcosa di giusto da dire anche se nonrappresentanoaltro che sé stessi, dislettici inclusi. La democrazia è questo, nulla di più, ma assolutamente nulla di meno. Per averlo vissuto e viverlo quotidianamente di persona, so benissimo che ciò abitualmente non accade, anzi! motivo di più per aspettarmelo dalle sardine.
Ma, al tempo stesso, nessuno può ergersi a rappresentantedi altro che di sé stesso, fin tanto che la sua rappresentatività non sia documentata e documentabile. Cioè non sia investito e in qualche modo riconoscibile da una parte almeno del popolo. Non bastano i sondaggi o Rousseau, queste sono cose da Casaleggio & associati o da Bestia.

Che differenza c’è fra un Salvini che sbraita che luirappresentail popolo che non vuole questo governo e non vuole i migranti che, in quanto mussulmani hanno portato in Italia l’antisemitismo, ecc., oppure un Di Maio cherappresentaun altro non meglio identificato popolo che si esprime attraverso la ridicolaggine di Rousseau, affermando che non c’è differenza tra destra e sinistra, anzi, che non esistono. Che differenza c’è tra costoro e il signor Santori? Una e fondamentale, duole dirlo ma è così: loro sono stati in qualche modo eletti, cioè scelti; certo malamente, brutalmente, inconsapevolmente. Ma scelti sono stati, e dunque ne va dimostrata l’irrilevanza, spiegando a chi li ha scelti che hanno fatto una scelta sbagliata. Santori non è stato scelto da nessuno, anche se contribuisce ad animare una folla di persone che curiosamente lui stesso definisce non orientate politicamente, cioè partiticamente e quindi come può ‘rappresentarla’, univocamente?

In una democrazia, caro Santori, la forma conta, perché la forma è la regola che vale per tutti e garantisce tutti: è l’unica che può farlo. Se quella regola viene aggirata o disprezzata (penso all’articolo di Panebianco del 18 gennaio) si pongono le basi per rivoltarla e trasformarla in qualcosa di negativo, di autoritario. Il mio disgusto per Salvini, come per Di Maio e Renzi, ecc. e per ciò che rappresentano come cultura’ dell’arroganza e della prevaricazione e della furbizia cinica è chiaro e forte. E voglio batterli, cancellarli politicamente, ma con le regole della democrazia, non aggirandole, perfino se loro le aggirano!
E come ho detto che chi insulta via internet non va cancellato, ma sommerso di carezze razionali, dico che chi non la pensa come me io lo combatto con le idee, non con i trucchi e meno che mai con la prevaricazione o il cinismo e l’ambiguità. Non a caso Salvini sbraita contro la regola della Corte Costituzionale, che limita, in nome di una Costituzione che ci garantisce tutti, la libertà di scelta del ‘popolo’, ma in realtà dei ‘capi-popolo’, più o meno presunti. Il problema non è, cari Salvini e Panebianco e Renzi, cambiare la Costituzione per ottenere partiti più uniti ma per forza; è l’esatto opposto, cambiare i partiti è il tema … e le sardine sembrava lo avessero capito, sembrava. Che delusione! stavo per scrivere.

Scrive lucidamente (‘Repubblica‘ 18.1) Nadia Urbinati, sì a proposito di Salvini: «Ha l’ambizione di governo e pensa di essere non una maggioranza tra le altre bensì la ‘vera’ maggioranza, quella che le precedenti maggioranze non hanno espresso ma occultato e manipolato. Una maggioranza sostanziale -quella degli italiani ‘veri’- che l’audience e il gradimento del pubblico rendono molto meglio della conta dei voti», ma forse, anche se la Urbinati molto lo sopravvaluta, non vale solo per Salvini, lui è solo quello che, finora, ha gridato di più.

Peccato Santori, peccato, ripensaci, valuta. Hai sbagliato di grosso. Peccato, tu non hai ascoltato la tua collega Trappoloni quando dice che siete «Una rivoluzione umana. La dimostrazione che il singolo se si muove può, insieme agli altri, cambiare la società», ‘insieme’, perciò senza ergersi come Masaniello a rappresentante del popolo ignorante e trattare con i potenti di turno. Caro Santori, non è un caso che pochette/piacione abbia subito espresso disponibilità, perché, con buona pace di Panebianco, è il popolo, tutto il popolo che deve andare al potere, non pochette per mandare avanti Santori-Masaniello a ottenere ‘ricchezze’ per poi condurlo al patibolo.
Se non capite questo, siete fuori!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.