sabato, Ottobre 24

Sardegna, paradosso di un Paese sull’orlo del baratro I 3 paradossi della politica italiana: elezioni regionali assunte a test del ‘sentire’ nazionale; elezioni europee di valore politico interno, con Salvini in solitaria possibile premier e M5S prossimo alla frattura; Mattarella impegnato a incollare i cocci, e qualche vecchio saggio che si aggira

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Il paradosso: Abruzzo, un milione e trecentomila abitanti circa (abitanti, non tutti elettori); Sardegna, poco più di un milione e seicentomila abitanti (abitanti, non tutti elettori); Basilicata, meno di seicentomila abitanti (abitanti, non tutti elettori). Ecco queste cifre, corrispondono a regioni non primissimo piano, con tutto il rispetto che si deve ad Abruzzo, Sardegna e Basilicata. Non stiamo, insomma parlando di Lombardia o Piemonte, Lazio o Emilia Romagna, Veneto o Campania. Eppure queste tre regioni hanno assunto, assumono, assumeranno valore di test, di ‘laboratorio politico’.
Le coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra le considerano banchi di prova, termometri degli umori e delle tensioni che attraversano l’intero Paese. E probabilmente sì: riflettono ilsentiredegli elettori; ma che vincere o ‘tenere’ finisca con l’essere considerato un termometro politico costituisce di per sé un paradosso: si tratta pur sempre di regioni che non sono leader nell’economia, nella produzione, nei consumi, e oltretutto consultazioni locali. Tant’è. Il paradosso lo si può prendere a modello esintomodi una più generale e grave fragilità strutturale del Paese e della sua classe politica nell’insieme.

Si può aggiungere il secondo paradosso: che le ormai imminenti consultazioni per il Parlamento Europeo anch’esse assumono un valore politico interno. E’ vaticinato un po’ da tutti il trionfo delle cosiddette forzesovraniste’. E se così sarà significa il fallimento di questa Unione Europea, l’insofferenza per una buro-eurocrazia soffocante e percepita come avversaria e ‘nemica’. Un simile voto dovrebbe essere percepito come uno sprone, una sollecitazione non a rinunciare al ‘sogno’ degli Stati Uniti d’Europa snaturato e svuotato del suo originario significato, ma a lavorare perché finalmente si passi dal desiderio alla fattuale concretezza. Consapevoli che stretti tra Stati Uniti d’America, Russia e Cina, altra possibilità non c’è che costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, e che ogni passo indietro in questo senso è solo una miope velleità –ha ragione Giancarlo Guarino. Non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. E’ vero che quando si stava peggio, si stava peggio.

Tuttavia, non è di questo che si discute, si ragiona, ci si confronta, nei vari ‘palazzi’ del potere, o del preteso potere. L’affermazione (se ci sarà) delle forze sovraniste verrà interpretato come un successo politico interno, un’adesione al farepolitico di Matteo Salvini o di Luigi Di Maio; un calo di mezzo punto di percentuale un successo o una sconfitta di Nicola Zingaretti o di Matteo Renzi, e bla-bla dicendo.

Un teatrino, tutto sommato, abbastanza deprimente. Ma questa è la recita a soggetto di questi giorni. Questa ‘commedia’ si proverà a raccontare animandola un poco, nella tenue speranza di non annoiare troppo il Lettore.

Si può cominciare con il Movimento 5 Stelle. Il suo fondatore, Beppe Grillo, si è ormai manifestamente rotto le scatole; il fisico non è più quello di un tempo; anche il suo quotidiano elogio del paradosso e della coerente incoerenza alla lunga stanca; consapevole che il suo Frankenstein gli è completamente sfuggito dalle mani; che tutto il potere è nelle mani di quella fantomatica piattaforma non per caso chiamata Rousseau (un nome un programma, se si conosce un poco il filosofo); Luigi Di Maio è il braccio politico della piattaforma; tutti gli altri sono nessuno, o al massimo foglie di fico. Aspetta l’esito delle europee, Grillo, poi in modo più o meno teatrale uscirà di scena. Del resto già ora è l’ombra del Grillo che era solo due o tre anni fa. Un totem, sempre più afono, sempre più senza fisionomia. Politicamente parlando: requiescant in pace.

La Lega: Salvini all’interno del suo partito ha un solo, per ora non temibile, concorrente: Giancarlo Giorgetti, sotto-segretario alla presidenza del Consiglio; tra i due non corre buon sangue. Ma Giorgetti non è uno sprovveduto: è consapevole di non possedere il carisma di Salvini. Mastica bene di politica, ma non è un trascinatore di folle; è simile a un Richelieu, abilissimo a muoversi nei corridoi, ma piazze e platee non fanno per lui. Sul fronte interno, insomma, Salvini può dormire sonni tranquilli.

Per quel che riguarda lo scenario politico futuribile: tutti sono consapevoli che la situazione economica del Paese è semplicemente drammatica: l’Italia è classificata tre B; significa che basta un niente per precipitare nella bancarotta: tra spreed che vola, debito pubblico alle stelle, produzione che non produce, disoccupazione e mancati investimenti ovunque, emigrazione di cervelli e energie fresche, tasse che strangolano, burocrazia che opprime: ecco, ci aspetta un 2019 che sarà di lacrime e sangue.
Salvini, in questo contesto, ha tutto l’interesse a non forzare la situazione: da una parte vuole essere il leader del centro-destra, dall’altra non vuole esser lui a innescare un processo di elezioni anticipate, con il Quirinale notoriamente ostile, e promesse a destra e manca non mantenute. Per ora, insomma, ha tutto l’interesse a ostentare una fedeltà alcontrattostipulato con Di Maio e i grillini. Passate le elezioni europee si vedrà; e comunque non sarà lui a tenere il cerino spento in mano. E’ la condizione per poi poter rivendicare la poltrona di Presidente del Consiglio scalzando Giuseppe Conte, che potrà così tornare al suo studio legale e nell’anonimato da cui è stato strappato.

E’ possibile che il Movimento 5 Stelle ci frantumi. Già ora presenta numerose crepe. A questo punto lo scenario potrebbe essere bizzarro: Salvini egemone nel centro-destra, una sorta di serpente boa che ingoia la lepre Forza Italia e annichilisce Silvio Berlusconi; Giorgia Meloni che con i suoi Fratelli d’Italia contribuisce a questa operazione; un Di Maio che con i grilli suoi più fedeli rinsalda il patto di sangue. Gli altri finiscono in quel piccolo minestrone di sinistra che cerca di mettere insieme il sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Resta da dire del Partito Democratico. I tre moschettieri eran quattro, in realtà. E anche nel caso del PD: Atos-Zingaretti, Porthos-Martina, Aramis-Giachetti; e Renzi nei panni di un D’Artagnan che vorrebbe essere il guascone ‘disegnato’ da Alexandre Dumas e Auguste Maquet, ma che si conferma un maldestro Michele di Lando in un tumulto dei Ciompi che farebbe sorridere, non fosse che distrugge un partito e una pur necessaria opposizione.
Impegnati in un processo di primarie incomprensibile, poi in un congresso che arriva con un anno di ritardo, con zero proposte politiche alternative rispetto a quelle che mette in cantiere il Governo, il PD può al massimo aspirare al ruolo di muro di resistenzaalbarbaroSalvini.
C’è poi un altro protagonista in questa vicenda: un parolaio come Carlo Calenda, che ‘piace alla gente che piace’; dopo aver offerto un generico ‘fronte repubblicano’, dopo non esser riuscito neppure a organizzare una cena a casa sua con i leader del partito; ora ipotizza un cartello di resistenza europeista. Vago e generico al punto che ha ottenuto l’adesione di tutte le anime del partito, e questo dovrebbe già da solo essere un segno di quanto sia inutile l’iniziativa: tutti d’accordo, nessun accordo.

Cosa resta? Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, impegnato ogni giorno a incollare i cocci di una cristalleria che altri frantumano; e restano alcunivecchisaggi: Romano Prodi, Enrico Letta, Paolo Gentiloni… E con questo siamo al terzo paradosso.

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