giovedì, Gennaio 23

Sanzioni UE e contro-sanzioni russe: più fumo che arrosto Ecco perchè non hanno fatto troppo male: quelle UE sono a maglie larghe, riguardano settori molto specifici che non colpiscono la Russia dove più potrebbero far male; la Russia ha importato meno da tutti i Paesi partner causa la crisi, non le sanzioni

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Per rispondere alle sazioni europee, la Russia, già nell’agosto del 2014, ha emanato una serie di provvedimenti che limitano le importazioni nella Federazione, tra cui il decreto del Presidente della Federazione n. 560 con il quale si introduce il divieto di importare da Europa, Norvegia, Stati Uniti, Canada e Australia alcuni prodotti agricoli e prodotti alimentari, tra cui carne, pesce, formaggi, latticini, frutta e verdura. Gli altri provvedimenti riguardano acquisti della pubblica amministrazione e relativi a necessità statali e municipali in determinati settori, come calzature ed abbigliamento, veicoli e prodotti elettronici, spesso limitati a gare ed appalti e quando siano state presentate due o più offerte di prodotti analoghi locali. Anche nel caso delle contro sanzioni russe parliamo, quindi, di un comparto, quello alimentare, molto specifico, sono esclusi per esempio i vini e che incide solo minimamente nel volume degli interscambi commerciali.

I toni catastrofistici di chi parlava di crisi profonda del settore agroalimentare italiano, a causa delle sanzioni, erano quindi assolutamente ingiustificati ed i dati utilizzati per sostenere le tesi spesso non corretti perché riferiti alla diminuzione delle importazioni complessive della Russia, in tutti i settori merceologici e dovuta ad altre ragioni, come vedremo a breve.

Analizzando le relazioni commerciali tra Russia ed Italia, nel settore agroalimentare, ci accorgiamo che il volume delle esportazioni italiane verso la Russia nel 2015, subito dopo le sanzioni, e’ stato di 640 milioni di euro, un anno prima era stato di 980 milioni di euro, con una differenza di 340 milioni; si tratta comunque di un comparto, quello alimentare, che storicamente incide non molto sul totale delle esportazioni italiane nella Federazione, solitamente, infatti, non supera il 10%. Per capire di quale importanza comparata stiamo parlando, usiamo i dati del Ministero delle Politiche Agricole che spiega che il volume complessivo delle esportazioni agroalimentari italiane nel resto del mondo ha raggiunto nel 2015 i 37 miliardi di euro: l’incidenza quindi delle esportazioni italiane in Russia sul totale sfiora appena il 2%. Volumi sicuramente interessanti, ma probabilmente non tali da destabilizzare un intero settore ed infatti, il comparto agroalimentare italiano procede a gonfie vele, tanto da raggiungere nel 2016 un nuovo record storico di 38 miliardi di euro.

E’ opportuno comunque, per cercare di capire appieno la reale portata degli embarghi reciproci, approfondire l’analisi e considerare anche il flusso complessivo delle esportazioni italiane in Russia: nel 2014 il volume è stato di 9.5 miliardi di euro, nel 2015 è sceso a 7.5 miliardi e poco più di 7 miliardi nel 2016. La Russia, quindi, ha importato meno dall’Italia in tutti i settori e non solo nei comparti sanzionati. Inoltre, sia nel 2015 che nel 2016, il volume dell’interscambio russo è stato molto più basso anche con Paesi considerati meno ostili come la Cina, che nel 2015 ha esportato il 18 per cento in meno o la Turchia con meno 27 per cento. Ed anche con partner storici, come Bielorussia e Kazakistan, l’import russo ha registrato nell’anno di riferimento dati negativi, rispettivamente il 16 e il 23 per cento in meno. La Russia quindi ha importato meno da tutti i Paesi partner e le ragioni non sono certo da ricercare nelle sanzioni, relative a settori limitati e Paesi ben individuati, ma nell’inefficiente e poco rilevante sistema industriale russo, che concentrandosi quasi esclusivamente su estrazione e vendita di gas naturale e petrolio è stato schiaffeggiato in pieno volto dal crollo del prezzo del greggio tra il 2014 e il 2015. Le sanzioni hanno solo peggiorato una situazione già estremamente problematica, resa drammatica dalla svalutazione repentina del rublo (in qualche mese da 40 a 100 nei confronti dell’Euro) che rese praticamente impossibile proseguire il piano di acquisti di macchinari e tecnologia ed estremamente difficoltoso il rifornimento di prodotti di consumo. Le sanzioni furono quindi solo l’ultima goccia, l’ultimo elemento di una tempesta quasi perfetta abbattutasi sulla Russia tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

La controprova che le ragioni della recessione russa e del basso volume di export italiano verso la Federazione sono da addebitare solo in minima parte alle sanzioni è data dall’attuale volume di scambi commerciali tra i due Paesi. Le sanzioni sono tuttora in vigore, sia quelle europee che quelle russe, eppure, l’export italiano verso Mosca è cresciuto del 30% nei primi sei mesi del 2017 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), nel settore della meccanica addirittura del 40% e risulta cresciuto del 26% anche il volume degli scambi nel settore agroalimentare. Il prezzo del greggio che si è mantenuto intorno ad una media di 50 dollari al barile e la stabilizzazione del rublo, tra 65 e 70 per Euro, hanno quindi permesso alla Russia di ritornare sui mercati internazionali ed infatti crescono le importazioni russe non solo dall’Italia, ma da tutti i Paesi partner, addirittura anche dall’Ucraina, che ha visto le esportazioni verso la Russia crescere di quasi il 35%.

Considerando che il protocollo di Minsk, firmato per provare a porre fine alla guerra dell’Ucraina orientale, sembra non dare risultati definitivi, è presumibile, a meno di eventi al momento difficilmente prevedibili, che le sanzioni vengano prorogate ancora nei prossimi mesi. La storia degli embarghi europei alla Russia e delle contro sanzioni russe, cominciata nel marzo del 2014, sembra quindi destinata a continuare, ma probabilmente senza creare sconquasso né da una né dall’altra parte.

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