mercoledì, Agosto 21

Sanzioni UE e contro-sanzioni russe: più fumo che arrosto Ecco perchè non hanno fatto troppo male: quelle UE sono a maglie larghe, riguardano settori molto specifici che non colpiscono la Russia dove più potrebbero far male; la Russia ha importato meno da tutti i Paesi partner causa la crisi, non le sanzioni

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Sulle sanzioni che i Paesi occidentali hanno comminato alla Russia dopo l’annessione della Crimea si è scritto tanto e si è discusso ancora di più, spesso in maniera strumentale, a fini politico-economici propagandistici.

Un report di questi giorni realizzato dall’Austrian Institute of Economic Research (Wifo), specializzato nella ricerca economica, e commissionato dal Parlamento europeo, cerca di rispondere alla domanda che divide gli esperti del Continente e non solo: quanto paga l’Europa per la sua guerra commerciale alla Russia in corso da tre anni?
Il report  pubblicato dal think tank parla di un declino del 15.7% annuo del volume degli scambi dal 2014. Il 40% del totale delle perdite sarebbe stato causato dalle sanzioni.
La perdita totale dovuta alle sanzioni, secondo questo report, dal 2014 al 2016, sarebbe stata di 30 miliardi di euro. Le Nazioni più colpite sarebbero Cipro (-34%), Grecia (-23%) e Croazia (-21%). In termini assoluti è la Germania a pagare il conto più salato: 11.1 miliardi di euro, una perdita del 13.4%. I beni colpiti dalle contro-sanzioni russe sono principalmente prodotti alimentari, ma non solo: l’esportazione di veicoli è calata del 17.7%, quella di materiali come l’acciaio e il ferro del 15%.
Questo ha rappresentato una drastica rottura con i trend precedenti. Il report confronta i dati attuali con quelli ben più rosei del periodo precedente alle sanzioni, durante il quale le relazioni commerciali tra Europa e Russia miglioravano di anno in anno: nel 2013 Mosca apriva i suoi mercati al 42% dell’intero export europeo. Ogni anno il volume di esportazioni verso la Russia aumentava del 23.5%. Ora, però, la Federazione è solo quinta tra i partner commerciali extraeuropei di Bruxelles.

Se le sanzioni economiche possano essere uno strumento utile per spingere determinati Paesi a cambiare posizione su temi sensibili è difficile stabilirlo. Sicuramente non sono utili se si pretende di raggiungere un obiettivo immediato, possono essere invece una utile opzione quando utilizzate per evidenziare una diversa posizione su temi rilevanti, evitando di trascendere e complicando situazioni già di per sé problematiche.

Nel caso specifico delle relazione tra Paesi europei e Russia e quindi dei reciproci embarghi è necessario, prima di tutto, specificare e distinguere tra le sanzioni che l’Unione Europea ha disposto nei confronti della Russia e le contro-sanzioni che la Federazione ha alzato nei confronti di merci e prodotti europei. E’ importante, inoltre, capire quale sia stata la reale portata e le conseguenze degli embarghi reciproci, sia sull’economia italiana che su quella russa, al di là appunto di congetture e supposizioni e questo lo possiamo fare solo analizzando i dati macroeconomici e il flusso comparato relativo al volume degli scambi commerciali.

Nel 2014, l’Unione Europea, insieme ad altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, in risposta all’annessione della Crimea e alla destabilizzazione dell’Ucraina, ha imposto, per la prima volta alla Federazione Russa, sanzioni di natura economica e finanziaria. Come indicato dal Consiglio europeo, si tratta di una serie di restrizioni di carattere diplomatico ed alla cooperazione economica, misure restrittive individuali, restrizioni alle relazioni economiche con Sebastopoli e con la Crimea e soprattutto sanzioni economiche.

Tra le misure diplomatiche, la restrizione più importante riguarda l’esclusione della Russia dal G8, vertice economico tra i Paesi più industrializzati, che dal 2014 è divenuto G7 e la sospensione dei colloqui bilaterali sui visti. Le restrizioni individuali hanno invece ad oggetto persone fisiche e giuridiche (tra queste la russa Almaz-Antey, una delle più importanti aziende statali produttrici di armi) per le quali è previsto il congelamento dei beni e restrizioni nei viaggi; tali misure, introdotte nel marzo 2014, sono state prorogate fino allo stesso mese del 2018. Poco di più dureranno le restrizioni alle relazioni economiche con la Crimea, fino al mese di giugno 2018, a cui sono tenute persone fisiche e giuridiche con sede nell’UE e che riguardano il divieto di esportazioni di alcuni beni e tecnologie e di importazione di qualsiasi prodotto proveniente dalla Crimea e da Sebastopoli, la restrizione sugli scambi e sugli investimenti relativi a progetti infrastrutturali, il divieto di prestazione di servizi turistici sempre limitato alla Crimea e Sebastopoli.

Per quanto riguarda le sanzioni economiche, quelle cioè che hanno suscitato maggiori polemiche, emanate a luglio e settembre del 2014 e prorogate fino al gennaio del 2018, impongono il divieto di esportazione e di importazione di armi, l’esportazione di beni a duplice uso (per scopi militari), l’esportazione di servizi e tecnologie nel settore della produzione e prospezione del petrolio e limitano, infine, l’accesso ai mercati dei capitali della UE ad alcune banche e società russe. A parte le sanzioni che hanno ad oggetto il settore degli armamenti, per le quali vi sono ragioni specifiche, si tratta di sanzioni che non hanno pesato in maniera così profonda e significativa e che non hanno stravolto le relazioni commerciali tra i due blocchi. Le limitazioni al mercato dei capitali riguardano aziende come Rosneft e banche statali come Sberbank e VTB, al momento, nonostante qualche difficoltà, sufficientemente liquide e non impediscono comunque di finanziare banche sotto embargo a patto che le operazioni abbiano ad oggetto prodotti provenienti da Paesi UE, regolate anche da lettere di credito e quindi rientranti nel settore del trade-finance. Il divieto di vendita di macchinari e tecnologie, invece, ha ad oggetto settori molto specifici connessi esclusivamente a prospezioni petrolifere e produzione petrolifera in acque profonde e nell’Artico e progetti inerenti l’olio di scisto; considerando che al momento la Russia estrae quasi tutto da giacimenti superficiali e potrà farlo per almeno 20 anni, tali divieti non inficiano assolutamente la capacità operativa attuale, ma solo quella futura. Si tratta quindi di sanzioni a maglie larghe, che riguardano settori molto specifici che hanno rilevanza rasente allo zero nel volume degli scambi commerciali e soprattutto non colpiscono la Russia dove più potrebbero far male.
Le sanzioni europee, come evidenziato, non toccano quindi il settore alimentare, come spesso erroneamente indicato, ma il settore degli armamenti e quello petrolifero limitatamente a prodotti e servizi di nicchia.

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