venerdì, Novembre 15

Sanzioni europee alla Russia: ecco chi vince e chi perde Un bilancio a 5 anni su chi veramente sia stato penalizzato dall’adozione delle sanzioni, parlandone con Sergio Forelli, partner Lexis legal and tax di Moscow

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Sono oramai passati cinque anni dalla prima adozione delle sanzioni europee contro la Russia, a causa degli eventi accaduti nel teatro ucraino, che vanno dall’annessione della Crimea al sostegno delle nuove Repubbliche indipendenti nella regione del Donbass, ed alla conseguente guerra.

Le azioni nell’ambito diplomatico furono indirizzate al congelamento di beni, in suolo europeo, a personaggi pubblici russi, come politici e imprenditori, definiti come ‘attori’ che hanno avuto un ruolo nelle vicende ucraine.
Nell’ambito economico è stato colpito l’accesso ai capitali da parte di importanti enti finanziari russi a maggioranza statale (tra cui la compagnia petrolifera Bashneft e la venditrice di armi Rosoboronexport), e imposto un divieto di esportazione e di importazione di armi, beni ad uso militare e tecnologie europee per la produzione di petrolio, colpendo, quindi, per la quasi totalità le grandi imprese e le multinazionali.

In risposta ha tutto ciò, la Russia, ha deciso di applicare delle contro-sanzioni che prevedono il divieto d’importazione di forniture e prodotti alimentari provenienti da Paesi che promuovono e applicano le sanzioni, il che colpisce in particolare l’Italia e il suo grande mercato alimentare.

Diventa, quindi, utile fare un bilancio a 5 anni su chi veramente sia stato penalizzato dall’adozione delle sanzioni, affidandoci a dati import-export sulle relazioni commerciali tra alcuni Stati europei, tra cui Francia, Germania e Italia, e il loro grande alleato atlantico, gli Stati Uniti, i grandi promotori dell’iniziativa sanzionatoria dell’Europa, al tempo decisamente fredda sull’iniziativa.

Si nota, nel caso tedesco un cospicuo aumento delle esportazioni nel 2017, dopo il crollo dai 40 miliardi di euro nel 2014 ai 24 miliardi nel 2016, che si aggira intorno ai 6 mld di euro dal 2016 al 2017, nei settori dei reattori nucleari, macchinari industriali, veicoli a rotaie ed attrezzature elettroniche.

Le importazioni dalla Russia alla Germania si aggirano intorno ai 25,55 miliardi di euro verso la fine del 2017 e sono effettivamente diminuite, dal 2014, di 26 miliardi euro, queste importazioni consisto in particolare in combustibili minerali, petrolio e prodotti distillati.

Nel caso francese, dopo un crollo dai quasi 14 miliardi di euro dell’anno 2014 ai 7 miliardi del 2015 per poi arrivare ai 6 miliardi del 2016, c’è stato un rialzo delle importazioni dalla Russia alla Francia dai 6 miliardi del 2016 fino agli 8 miliardi del 2017.
Nel caso delle esportazioni dalla Francia alla Russia, dopo il crollo dagli 11 miliardi di euro del 2014 ai 5 miliardi di euro del 2015, c’è stato un rialzo che ha portato a raggiungere i 9 miliardi di euro nel 2017, queste esportazioni consistono in scambi che riguardano aerei, veicoli spaziali, macchinari per industria e reattori nucleari.

Per quanto riguarda l’export italiano in Russia, dopo il crollo dai quasi 13 miliardi di euro del 2014 si sono arrivati a toccare i 7 miliardi di euro nel 2016 per poi avere un rialzo fino a 9 miliardi di euro nel 2017, gli scambi riguardano macchinari, reattori nucleari e dispositivi elettronici.
Le importazioni dalla Russia all’Italia sono fortemente diminuite dal 2014, anno in cui si aggiravano sui 24 miliardi di euro, al 2016, anno in cui hanno toccato i 12 miliardi di euro, per poi avere una piccola ricrescita nel 2017, arrivando ad essere 14 miliardi, queste importazioni riguardano combustibili minerali, petrolio, prodotti distillati e anche materiali siderurgici.

L’export statunitense in Russia ha subito una grande flessione dall’anno 2014, anno in cui si aggirava intorno ai 10,752 miliardi di dollari, all’anno 2016, anno in cui si è arrivati a toccare i 5 miliardi di dollari, iniziando poi a risalire, arrivando ai quasi 7 miliardi di dollari del 2018, tra queste esportazioni si annoverano aerei, veicoli spaziali, macchinari per industrie, reattori nucleari e tipologie di veicoli su rotaie.
Le importazioni dalla Russia agli Stati Uniti hanno subito un crollo dal 2014, quando si aggiravano intorno ai 24 miliardi di dollari, al 2016, anno in cui sono state di 15 miliardi di dollari, avendo poi un rialzo nel 2017, arrivando sulla soglia dei 18 miliardi di dollari, tra queste importazioni vi sono combustibili minerali, petrolio, materiali siderurgici ed alluminio.

In occasione del V seminario di italo-russo di Napoli, organizzato dall’Associazione Conoscere Eurasia, Roscongress e Forum economico internazionale di San Pietroburgo, abbiamo intervistato l’avvocato Sergio Forelli, partner Lexis legal and tax di Moscow, in merito alle correlazioni tra le sanzioni imposte alla Russia dall’Unione Europea e la situazione delle relazioni attuali tra il mercato russo e le imprese italiane.

 

Le sanzioni UE alla Russia quanto limitano la cooperazione italo-russa e la capacità d’investimento delle imprese italiane?

Io frequento la Russia dal 1994, e ho visto l’evolversi di questo Paese in maniera impressionante. Negli ultimi anni c’è stato un rallentamento nell’economia dovuta a diversi fattori, molti riconducibili alla crisi globale. Sicuramente le sanzioni hanno influito. Da un punto di vista italiano, continuare a proseguire nelle applicazioni delle sanzioni è negativo, molto negativo, dal punto di vista economico questo va da se, sappiamo che alcuni nostri settori che prima andavano bene adesso soffrono a causa delle contro-sanzioni con cui la Russia a risposto alle sanzioni europee, in particolare nel settore agroalimentare. Un’altra cosa di cui tener conto sono la serie di norme promulgate dal Governo russo tra il 2014 e il 2015, come risposta alle sanzioni europee, dirette a ridurre le importazioni dall’Occidente in diversi settori. A parer mio, e da quanto si evince dagli ultimi aspetti normativi periodicamente promulgati,  le importazioni sono destinate a diminuire sempre di più, a vantaggio di una produzione locale. Certamente ci saranno sempre dei settori e dei prodotti che dovranno essere importati, però, la tendenza e quella di sostituire le importazioni con la produzione propria.

Lei pensa, quindi, che il nuovo Governo italiano possa provare a trovare nuovi canali commerciali e collegamenti?

Purtroppo l’Italia da sola non è in grado, ma sarebbe certamente auspicabile e nel nostro interesse, anche perché pensare di isolare la Russia in un contesto globale è impossibile, dato che spazi vuoti nei mercati non esistono, se noi ci tirassimo indietro ne arriverebbero altri, che sia la Cina, che sia l’India o addirittura gli stessi Stati Uniti. L’assurdo di tutto questo e che mentre le nostre esportazioni sono diminuite, quelle americane sono aumentate, è un piccolo mistero, che forse qualche centro studi dovrebbe approfondire un po’.

Quanto preoccupa alla Russia la realizzazione del gasdotto trans-adriatico e il conseguente arrivo di gas dal Medio-Oriente?

Non credo che la Russia sia preoccupata di questo. Secondo me dovrebbe preoccupare più noi. La Russia sta realizzando il nord stream 2, che porterà il gas in Germania, mentre il south stream dove saremo dovuti essere tra gli attori più importanti, è stato bocciato, dato che gli sbocchi per le riserve energetiche, la Russia, li trova sempre, quelli che ci perdono di più siamo noi. L’ENI stessa sta facendo delle scelte diverse, privilegiando le forniture egiziane, con il famoso nuovo giacimento scoperto in Egitto, piuttosto che altri vettori che prevederebbero, invece, apporti provenienti dalla Russia o da altri Paesi dell’est. Secondo me, la Russia troverà sempre degli sbocchi per le sue risorse, che siano ad ovest con la Germania  -che a proposito, promuove sempre il rispetto delle sanzioni e segue poi una politica unilaterale curando i propri interessi-, o che sia verso la Cina o altri Paesi. La Russia troverà sempre una via d’uscita. Questa nuova politica ENI sta iniziando a privilegiare altri punti di approvvigionamento a discapito di quelli russi.

Ha dipinto un quadro molto più preoccupante dal punto di vista italiano che, quindi, si vede costretto a seguire sanzioni che altri Stati appartenenti alla Comunità Europea o alleati come gli Stati Uniti non seguono?

Questo è un po’ la mia sensazione, perché i fatti sono quelli, il nord stream 2 in pratica è quasi concluso, mentre il south stream, dove dovevamo essere attori principali o comunque rilevanti, è stato bocciato. Tutto ciò si ripete anche in altri ambiti, noi rispettiamo rigorosamente tutte le sanzioni, e lo vediamo anche dalle nostre banche, che ovviamente stanno molto attente all’ubicazione finale delle nostre esportazioni, e al sapere chi sia l’utilizzatore finale di una fornitura, a causa del timore di penalizzazione alle nostre aziende che operano negli Stati Uniti. Questa è una vecchia storia, e te lo dice uno che per gli Stati Uniti ha avuto sempre simpatia.

Quali sono le prospettive delle piccole-medie imprese italiane che vogliono, invece, produrre in Russia?

Come detto in precedenza, in conseguenza elle sanzioni europee, la Russia a promulgato una serie di norme  dirette a privilegiare la produzione locale. Una legge emanata verso la fine del 2014, e diventata esecutiva nel luglio 2015, prevede proprio  facilitazioni e incentivi alle aziende estere che vogliano investire in Russia, agevolazioni di ampio spettro che variano del fiscale al burocratico amministrativo. Da quel che ne consegue c’è la volontà di aprirsi alla tecnologia, italiana in particolare, va però sottolineato come questa legge sia diretta a tutti, le possibilità ci sono ma il problema che individuo nella nostre piccole aziende sono le ridotte dimensioni e un numero troppo esiguo di risorse umane da destinare ad un’attività in Russia, ed infine, ma non per importanza, una carenza di risorse finanziarie. Le medie imprese, invece, sarebbero in grado d’investire in un ampia fetta di mercato. Come dicevo prima questa legge, o per meglio dire, insieme di norme,  definite ‘import Substitution’, sono state più utilizzate da altri Paesi, soprattutto da Germania e Francia, mentre quelle italiane faticano. Un altro problema risiede, a mio parere, nei media italiani, perché, purtroppo, e lo dico con estrema franchezza, se scrivono due righe sulla Russia sono negative, dipingendo un quadro del Paese che non corrisponde alla realtà. A conferma di ciò basta vedere l’ultima riunione della Nato, in occasione dei suoi settant’anni, in cui la Russia viene identificata come il nemico numero uno dell’Occidente e condannata per una sua ipotetica aggressività, come spesso accade si cerca un ‘nemico comune’, adesso identificato in Mosca. Salvo poi, ripeto, la continuazione degli affari da parte di alcuni Paesi europei con la Russia, mentre l’Italia, sempre ligia nel seguire le sanzioni, diventa uno degli Stati più penalizzati.

Quindi, lei pensa che i prodotti made in Italy siano in grado d’inoltrasi nel grande mercato russo?

Certamente, non c’è dubbio, sia per la qualità, che per la storica empatia fra italiani e russi. Irussi ci apprezzano molto e amano l’Italia, amano il nostro modo di vivere e stimano i nostri imprenditori in cui ripongono molta fiducia e poche preoccupazioni nella collaborazione, però alla fine, tutto ciò può contare solo fino ad un certo punto, la sintonia è un importantissimo fattore, ma non sufficiente, in particolare di fronte al business.

Quali i vantaggi di una delocalizzazione delle imprese italiane in Russia?

Io non parlerei di delocalizzazione, perché la Russia non è un Paese in cui delocalizzare, non è la Romania per intenderci, ma bensì un Paese in cui localizzarsi, e, per le ragioni dette in precedenza. La Russia vuole che ci siano imprese straniere che investano e producano nel suo territorio, il discorso e che la Russia non è un mercato dove delocalizzare, ma piuttosto un mercato di consumo. C’è anche da tener conto di un altra cosa: con la creazione della Unione Economica Euroasiatica, fra la Russia e alcune Repubbliche ex sovietiche, come Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan ed Armenia, il mercato è diventato molto più grande, parliamo di 180 milioni di persone, e quindi di un mercato simile a quello dell’Unione Europea, in cui è presente la libera circolazione di beni, di merci, di persone, di servizi e, quindi, localizzando in Russia i prodotti italiani si potrebbe esportare senza accise, senza problemi doganali in tutti i Paesi appartenenti a questa organizzazione economica. È dunque presente un mercato molto importante ed appetibile per i nostri prodotti.  Detto in modo informale, un russo preferirebbe trattare con un italiano che con un cittadino di un altro Paese, vedendo, però, cosa si mette sul tavolo, e quindi cosa c’è da offrire, perché il business e business.

Quali sono, secondo lei, le regioni italiane con cui la Federazione Russa può avere miglior rapporti commerciali?

Questa è una domanda impegnativa, dipende dai settori, certamente il Nord per quanto riguarda la meccanica e le tradizionali produzioni in ambito industriale è certamente privilegiato. Se invece parlassimo di altro, come il turismo, ogni regione avrebbe qualcosa da offrire, ai russi l’Italia piace in generale. Chiaramente da un punto di vista industriale il Nord è preferito, anche perché più presente, basti guardare la presenza imprenditoriale italiana in Russia, su 800 aziende il 70-80 % sono provenienti dal Nord Italia.

Quando i collegamenti tra Cina e Russia sul fiume Amur saranno completati, coinvolgendo pienamente la Federazione nella nuova via della seta,  quanto sarà agevolato l’interscambio?

La via della seta è ormai una realtà, c’è poco da fare, soprattutto nei rapporti con i Paesi eurasiatici, in cui una via è già presente, il problema consiste nel fatto che se la via della seta dovesse passare dal Mediterraneo avrebbe una configurazione marittima, mentre quella approcciata con la Russia è già, e sempre di più sarà, per ovvie ragioni, per via terrestre. Quindi non credo che la via della seta possa influire più di tanto nei i rapporti italo-russi, ne in modo positivo ne in modo negativo, certamente se delle forniture vengono fatte dalla Cina tramite la Russia per via terrestre, per poi arrivare in Europa e in Italia, certamente, questo percorso diventa più veloce e sicuro di quello marittimo, con la sola minore capacita di merci che un treno è in grado di trasportare a differenza di una nave container.   

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