martedì, Agosto 4

Sanzioni alla Russia: un male o un bene?

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Pochi giorni fa la Corte di giustizia europea ha sentenziato che le sanzioni inflitte dall’Unione europea alla Russia, di concerto con gli Stati Uniti, a partire dal 2014, e appena prorogate per un nuovo semestre fino al prossimo settembre, non sono illegali. A suo avviso, si tratta di una penalizzazione giustificata e congrua, in quanto adeguatamente punitiva dell’azione destabilizzatrice che la Federazione presieduta da Vladimir Putin starebbe svolgendo, appunto da tre anni, a danno dell’Ucraina.

Inutile dire che la sentenza stessa è stata prontamente bollata come ‘illegale, infondata e politicamente motivata’ da una delle principali vittime della penalità, il colosso petrolifero Rosneft, autore del ricorso in giudizio. Il quale sostiene tra l’altro di non avere nulla a che fare con l’Ucraina e con le sue crisi, passando sopra al fatto di essere un’azienda statale con alla testa un uomo, Igor Secin, tra i più potenti del Paese e considerato da molti secondo solo a Putin nella gerarchia nazionale, essendo comunque legatissimo, almeno finora, al ‘nuovo zar’.

Rosneft e Secin appartengono a quella categoria di società pubbliche e private (i famosi ‘oligarchi’) con relativi dirigenti presa specificamente di mira dalle sanzioni, consistenti nel diniego di crediti, congelamento di beni e divieto di ingresso nei Paesi che le applicano. Proprio il settore petrolifero, inoltre, figura insieme agli armamenti tra quelli che sono stati privati della possibilità di rifornirsi di prodotti tecnologicamente d’avanguardia.

Ma se la reazione russa era scontata, la sentenza della corte europea è suonata in realtà come una voce alquanto stonata rispetto ad un coro che sta diventando sempre più tale. Poco sensibile, per lo più, alla controversa legalità e/o legittimità delle sanzioni, esso ne chiede più o meno perentoriamente la revoca perché, innanzitutto, danneggiano chi le infligge subendo le ritorsioni russe senza ottenere il risultato voluto, ossia la desistenza di Mosca dalla destabilizzazione di cui sopra. E poi perché la Russia viene considerata un grande protagonista della scena mondiale, troppo importante e prezioso a vari fini per inimicarselo o rinunciare alla sua collaborazione.

La voce più grossa unitasi lo scorso anno al coro assumendone in  certo qual modo la guida era uscita nientemeno che dalla bocca di Donald Trump, nuovo presidente proprio del Paese più intransigente circa la necessità di mantenere le sanzioni e addirittura estenderle. Come del resto aveva appena fatto il suo predecessore, Barack Obama, a differenza dei governi alleati, alla vigilia dell’avvicendamento alla Casa bianca.

Una volta entrato in carica, però, Trump ha cominciato ad annacquare le sue aperture verso il Cremlino sollevando comunque dubbi sulla loro effettiva consistenza. Nel contempo, ha preso invece le distanze, sotto vari aspetti, dagli alleati europei, contribuendo così ad alimentare, indirettamente, le crescenti pressioni nel vecchio continente a favore della revoca delle sanzioni.

Non sorprende perciò che a reclamarla, ad esempio in Italia, non siano rimasti soli, ancorchè rumorosamente tali, Matteo Salvini, i grillini e la Regione Veneto, ma si sia apertamente schierato l’attuale capo della Farnesina, Angelino Alfano, durante la sua recente visita a Mosca. Dove ha avuto cura, altresì, di precisare che nonostante qualche perdurante difficoltà la Russia resta un nostro partner affidabile, ‘come è sempre stata e sempre continuerà ad essere’.

Più avanti di noi si era già spinta la Francia, dove il titolare uscente dell’Eliseo, Francois Hollande, aveva caldeggiato prima di Trump un passo indietro nella penalizzazione della Russia. La populista-sovranista per antonomasia, Marine Le Pen, che potrebbe subentrargli tra breve, ha ribadito ad ogni buon conto che appena eventualmente eletta non esiterà a decretare la revoca. Ancora dietro l’Italia si colloca invece la Germania, che si muove con maggiore cautela a causa delle sue responsabilità di leader di fatto nella UE oltre che nei confronti dei Paesi dell’Est più timorosi della vera o presunta aggressività russa.

Anche in terra tedesca, tuttavia, la spinta revisionistica si fa ugualmente sentire, in periferia se non ancora a Berlino. Un paio di visite a Mosca al più alto livello segnalano che il Land della Bassa Sassonia si sta aggiungendo alla Baviera nel premere per un correzione di rotta, auspicata inoltre dalla vicina Austria. Sintomi di movimento nella stessa direzione si riscontrano infine persino in Gran Bretagna, sinora la più dura verso Mosca tra i Paesi maggiori. Una superpotenza economica come la British Petroleum, per dirne uno, ha appena annunciato che continuerà malgrado tutto ad investire in Russia.

Dal Nordeuropa, frattanto, si leva una voce inedita che aiuta a cogliere meglio tutti gli aspetti della questione, mentre non accennano a cessare gli allarmi regionali per il pericolo russo in particolare nella Svezia e nella Finlandia pur tradizionalmente neutrali. Proprio un ex segretario generale della NATO come il danese Anders Fogh Rasmussen avverte infatti che le sanzioni non solo non sono servite a piegare Mosca ma stanno avendo l’effetto indesiderato di rafforzare Putin. Era giusto imporle, egli afferma, in quanto unica alternativa concepibile alla guerra, sapendo inoltre che potevano comportare conseguenze negative per l’Occidente ma comunque di peso inferiore a quelle di un’astensione dal ricorrervi.

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