venerdì, Agosto 14

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Sanzioni di nuovo alla ribalta della grande politica internazionale. Usate in più occasioni come strumento per raggiungere determinati obiettivi, giusti o ingiusti a seconda di punti di vista inevitabilmente opposti e inconciliabili, senza ricorrere alla forza delle armi, sembravano irrimediabilmente screditate dal flop negli anni ’30 del secolo scorso, quando quelle decretate dalla Società delle nazioni non erano riuscite ad impedire all’Italia fascista di conquistarsi il suo effimero impero coloniale in Etiopia o Abissinia. Si erano riabilitate mezzo secolo più tardi, grazie al successo ottenuto dalle Nazioni Unite costringendo i padroni bianchi del Sudafrica a cedere il potere alla maggioranza negra ponendo fine all’apartheid. Ancora più recente, anzi storicamente recentissimo, è stato il ricorso ad esse per piegare l’Iran ad una rinuncia negoziata a dotarsi, almeno temporaneamente, di armi nucleari. Un successo, questo, che a differenza del precedente avrà, però, bisogno di verifiche ed eventuali conferme.

Nel frattempo campeggiano sulla scena mondiale le sanzioni inflitte alla Russia postcomunista dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, spalleggiati da una fitta schiera di Paesi amici anche di grosso calibro come Giappone, Canada e Australia, in seguito agli sviluppi conflittuali della crisi ucraina. Per indurre Mosca a recedere dalla sbrigativa annessione della Crimea e dal multiforme appoggio alla ribellione dei separatisti filorussi del Donbass contro il Governo di Kiev. Sono in atto ormai da oltre due anni, si sono via via inasprite dopo avere provocato immediate ritorsioni russe e il dibattito in Occidente sull’opportunità di mantenerle, oppure revocarle o almeno attenuarle è vivo sin quasi dall’inizio e si è intensificato negli ultimi mesi, per il semplice motivo che non sembrano funzionare e/o si rivelano addirittura controproducenti.

In realtà la fiducia o speranza che possano funzionare in qualche misura non è ancora svanita del tutto. Il conflitto armato in Ucraina è stato, sia pure precariamente, congelato, grazie ai due successivi accordi multilaterali di Minsk, ancora lontani (salvo smentita, sempre possibile quando il lavorìo diplomatico a vari livelli bene o male continua anche dietro le quinte) da una piena applicazione sia per la parte militare (cessazione del fuoco senza più violazioni, in primo luogo) sia per quella politica (concessione al Donbass di un’adeguata autonomia).
USA e UE hanno sempre assicurato, e oggi più che mai, che se questa applicazione ci fosse le sanzioni verrebbero automaticamente o al massimo gradualmente abolite. Sfortunatamente le parti in causa continuano ad accusarsi reciprocamente di inadempienza se non addirittura di deliberato sabotaggio degli accordi. E quanto avviene nel frattempo nel più ampio contesto internazionale (Siria, in particolare, ma non solo) per un verso potrebbe spingere verso un compromesso ma per un altro renderlo più difficile.

Il problema sanzioni, tuttavia, tende a sganciarsi di fatto da quello ucraino che l’ha generato, e non solo a causa dell’inefficacia, sinora, dello strumento scelto dall’Occidente, che del resto poteva essere prevedibile in partenza. Già di per sé un grosso calibro malgrado la sua vulnerabilità economico-finanziaria, la Russia di Vladimir Putin non è oggi isolata nel mondo potendo contare innanzitutto sull’appoggio anche solo implicito o potenziale del colosso cinese. Così come non era isolata l’Italia di Benito Mussolini, potenza minore o persino fasulla, e infatti umiliata militarmente dalla piccola Grecia, ma spalleggiata ottant’anni fa dalla Germania nazista in piena ascesa.

Le sanzioni hanno sicuramente contribuito ad aggravare la crisi economica russa degli ultimi due anni, benchè in una misura non facilmente quantificabile. Il Premier Dmitrij Medvedev ha parlato di danni per «decine di miliardi di dollari» ma senza meglio specificare. Si tratta comunque di un contributo altrettanto sicuramente inferiore, e di molto, all’incidenza del contemporaneo crollo dei prezzi del petrolio, che trascina automaticamente con sé (non va dimenticato) anche il deprezzamento del gas naturale, l’altra colonna portante dell’economia russa.

Le restrizioni imposte da Washington e Bruxelles ai rapporti finanziari e ai contatti personali con Mosca hanno preso di mira settori chiave del sistema russo, senza mai avvicinarsi, però, ad un embargo totale. Nella misura, certo non trascurabile, in cui si sono rivelate efficaci, sempre naturalmente in concomitanza con le altre e maggiori cause della crisi, la gestione complessiva di quest’ultima da parte delle autorità moscovite è riuscita finora a contenerne gli effetti.

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