giovedì, Dicembre 12

Sanzioni alla Russia: fattore psicologico e danno a lungo termine I veri effetti negativi delle sanzioni forse devono ancora mostrarsi, ma potrebbero essere permanenti

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Anche per Sandro Teti, giornalista ed esperto di relazioni internazionali, nonchè fondatore della Sandro Teti Editore “le sanzioni attualmente non giocano un ruolo così importante; basta andare e tornare dalla Russia con frequenza per notare la ripresa economica“.
Ripresa economica accompagnata da un dato politico significativo, ossia il picco di popolarità raggiunto da Vladimir Putin, tale da aver reso negli ultimi anni il sempre più saldo presidente russo una sorta di icona della cultura pop. Non male per uno statista trovatosi di fronte ad una crisi strutturale alla quale, parole di Antonio Fallico, “ha reagito, essendo uno che pensa a lungo termine, ed i russi sono con lui“.
Una reazione, quindi, attuata ristrutturando, anche con il pretesto simbolico di rispondere alle sanzioni, sia il sistema produttivo in alcuni settori specifici e fortemente dipendenti dall’import, che lo stesso sistema delle entrate commerciali.

Gianluca Corrias parla di import substitution, e Sandro Teti gli fa da eco citando casi esemplificativi di questa dinamica, ovvero l’ingresso nel mercato russo di prodotti agroalimentari il cui brand è italiano ma che sono prodotti all’estero;  uno di questi è la versione argentina del Grano Padano, qualitativamente inferiore ma ovviamente più economica.
Per l’editore “tale perdita di appeal di certi nostri prodotti si è tramutata da un lato in una maggior export di altri paesi dell’area eurasiatica verso la Russia“, quindi con la ricerca di nuovi partner; “dall’altro” – continua – “ha portato alcune aziende italiane, come la Cremonini per quanto la produzione di salumi e insaccati, ad approfittare del regime sanzionatorio aprendo molte unità produttive sul territorio russo, utilizzando animali e maestranze locali“.
Quindi tecnologie e know-how italiano esportato all’estero piuttosto che il bene prodotto sul nostro suolo, il cosiddetto “made with Italy“.
D’altronde la capacità di reazione di fronte alle avversità rientra tra le caratteristiche peculiari del popolo russo, “in un paese che culturalmente” – racconta Corrias – “è abituato ad essere isolato ed a trovare dentro di sè una grandissima forza per ottenere risorse che magari non possono avere in altro modo“. È  quindi anche questione di mentalità: “di fronte alle difficoltà fanno fronte comune, si lamentano poco e trovano le soluzioni per andare avanti“.

Scavando a fondo nella questione l’impressione che si ricava è che il mutamento nel paradigma dei rapporti commerciali tra Italia e Russia, dovuto più o meno direttamente alle sanzioni, si fondi prima di tutto su un fattore psicologico. Come dettoci da Antonio Fallico, “molti ricconi russi non avrebbero smesso di venire come turisti nel nostro Paese per non spendere a causa della crisi, che a differenza della classe media non le ha colpite“.
Per Sandro Teti “le sanzioni hanno svolto un ruolo deterrente per molti imprenditori, e soggetti che si accingevano ad entrare nel mercato russo sono stati frenati”. Ma la cosa ben più preoccupante è che “potranno portare nel futuro alla perdita di mercati consolidati per l’Italia, frutto di anni di duro lavoro da parte dei nostri imprenditori, che si erano guadagnati la fiducia dei committenti e dei collaboratori in terra russa“.

Forse i veri danni causati dalle sanzioni devono ancora mostrarsi. Sarà difficile un giorno, quando magari le sanzioni cadranno, riproporre prodotti più costosi di quelli ormai importati tramite altri partner commerciali (o prodotti direttamente sul suolo russo).
A lungo andare avremmo in molti comparti un danno a mio avviso permanente“, conclude Teti.

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