sabato, Maggio 25

Sanzioni alla Russia: fattore psicologico e danno a lungo termine I veri effetti negativi delle sanzioni forse devono ancora mostrarsi, ma potrebbero essere permanenti

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I dati dicono che il peggio sia ormai passato, ma le ferite lasciate dalla crisi dei rapporti commerciali italo-russi resta ancora motivo di discussione.
Un’aspetto su cui già più volte si è speculato riguarda l’effettiva portata di sanzioni e contro-sanzioni come base della flessione nell’interscambio commerciale nel triennio 2013-2016. Ed oltre agli studi di economisti e politologi, anche le sensazioni e l’esperienza di chi nella vita ha a che fare con il contesto economico della federazione russa (come osservatore, imprenditore o viaggiatore) possono aiutare a mettere sotto una luce nuova la questione.
Le grida di protesta contro il regime sanzionatorio di molti imprenditori italiani, in particolare nel comparto agro-alimentare, non possono nascondere dei problemi, sia contingenti che strutturali, pre-esistenti alla crisi ucraina e che già minavano il benessere della classe media russa.

Di una ristrutturazione avente come oggetto un sistema industriale con necessità di aggiornamento ci ha già parlato Antonio Fallico, presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia. Un processo già avviato negli anni pre-crisi, “ma certamente ad un ritmo molto blando; le sanzioni hanno dato una forte accelerata a questo percorso che doveva essere sviluppato nell’arco di 20-25 anni, ora accorciato ad una durata decennale“.
Un’accelerata necessaria non solo a riformare il sistema produttivo del gigante russo, ma anche per reagire ad una congiuntura che sul piano macro-economico, secondo diversi analisti, ha fatto ben più danni nei flussi di beni da/verso la Russia rispetto alla guerra commerciale, la cui portata sarebbe stata ingigantita dai media.

Nello specifico, “sicuramente la svalutazione del Rublo e il crollo del prezzo del petrolio hanno influito significativamente“; questo il parere di Gianluca Corrias, CEO presso Banca Intesa Russia, per il quale “è difficile dire tra i problemi strutturali russi e le sanzioni cos’abbia influito di più. È un miscuglio di vari elementi, ma di sicuro le sanzioni non hanno aiutato per nulla, avendo avuto anche risvolti politici rilevanti”.
Altrettanto equilibrato il giudizio dell’economista gesuita Luciano Larivera, che vede una “verità che sta nel mezzo, con le sanzioni che non sono l’unica causa della frenata dell’interscambio commerciale, ma che sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso“.

Illuminante invece la visuale sulla situazione che un insider nel mondo dell’imprenditoria italiana avente stretti legami con il mercato russo può dare. Vasco Roncada della Alstock Service, azienda operante nel settore delle costruzioni, è d’accordo con chi sostiene che le sanzioni non abbiano colpito così direttamente, o perlomeno pensa che “vadano fatte le dovute distinzioni tra settori effettivamente toccati dallo scontro in atto, quello agroalimentare su tutti“, e quelli dove le sanzioni non sono proprio entrate.
Nel comparto in cui opera la Alstock Service, paradossalmente (se si considerasse il paradigma sbandierato per anni), “c’è stato un blocco quasi peggiore di un regime sanzionatorio, e questo per due motivi: in Russia c’è una quota cospicua di di invenduto tra gli immobili, e l’abbassamento del prezzo del petrolio ha influito sulla principale fonte di finanziamento dell’economia russa raffreddando i consumi“.
Per Roncada  “sono venuti al pettine problemi preesistenti e le sanzioni non hanno influito“, a conferma di quanto i dati macro-economici sembrano suggerire.

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