lunedì, Marzo 25

Sanzioni all’ Iran, l’ Europa si prepara Le Pmi italiane sono le più avvantaggiate ad aggirarle

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Quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sul palco dell’Assemblea Generale dell’Onu ha accusato l’Iran di aver nascosto alle ispezioni un magazzino nucleare segreto puntando il dito contro l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica per non aver fatto le dovute verifiche, nessuno ha avuto dubbi sulle ragioni di quell’intervento. Era l’ultimo atto di un lungo, complesso braccio di ferro tra Stati Uniti ed Europa pro e contro le sanzioni a Teheran.

Solo una settimana prima all’Onu era arrivato un altro annuncio. L’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri, Federica Mogherini, era apparsa accanto al ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, per annunciare la creazione di uno speciale meccanismo alternativo per i pagamenti da e verso l’Iran. Uno ‘special purpose vehicle’ da mettere in piedi con un team di tecnici per facilitare le transazioni economiche con Teheran quando il 4 novembre sarà entrata in vigore l’ultima tranche delle sanzioni decise dall’amministrazione Trump: la tranche più importante, quella che colpirà le esportazioni di petrolio della Repubblica Islamica.

Da una parte ci sono Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo che premono per isolare l’Iran. Dall’altra Europa, Cina e Russia che agli affari con Teheran, oltre che al suo gas e al suo petrolio, non possono e non vogliono rinunciare.

In cosa consisterà questo meccanismo finanziario alternativo non è ancora chiaro. Sappiamo che gli Stati dell’Ue dovranno creare un’entità legale che permetterà alle società europee e ad altri partner internazionali di fare scambi con l’Iran senza pagare lo scotto delle sanzioni americane, pronte a colpire chiunque sia coinvolto in transazioni finanziarie con Teheran.

C’è chi parla di scambi di merce, di forme di baratto per evitare transazioni di valuta con Teheran. Alcuni diplomatici europei hanno alluso a una formula del tipo “petrolio iraniano in cambio di merci europee”, senza che il denaro passi dalle mani di nessuno degli attori coinvolti. Il processo di scambio verrebbe svolto attraverso uno ‘special purpose vehicle’ (Spv), una sorta di società transnazionale che riceverebbe crediti per la vendita di merci da e per l’Iran senza il coinvolgimento di banche commerciali o centrali europee.

La statunitense Samantha Sultoon, esperta di finanza, ha fatto un esempio piuttosto chiaro e, per certi versi, eloquente. «L’Iran potrebbe vendere petrolio a una società francese accumulando un credito che verrebbe usato per pagare un produttore italiano in cambio di beni diretti in direzione opposta, senza che dalle mani iraniane passi alcuna somma di denaro. Utilizzando crediti anziché denaro, l’Spv non richiederebbe alcun trasferimento di fondi fuori dall’Unione Europea». Le transazioni avverrebbero con scambi di merce senza pagare in dollari, sterline o euro: il Dipartimento del Tesoro americano non potrebbe in alcun modo tracciarle.

L’esempio della società italiana fatto dall’esperta di finanza potrebbe non essere stato fatto a caso. Perché se questo meccanismo sarebbe inevitabilmente scivoloso per le grandi società europee in affari con gli Stati Uniti, nelle quali spesso lavorano cittadini americani, riuscirebbe molto più semplice per le piccole e medie imprese che caratterizzano il nostro Paese. Ma questo potrebbe avere ricadute incalcolabili per la nostra economia a livello globale.

Maggiori dettagli sul futuro organismo europeo sembrano arrivare dal ministro degli Esteri iraniano Zarif che alla Tv di Stato del Paese il 28 settembre ha parlato di qualcosa di più concreto: sette banche centrali europee, di cui non ha fatto il nome, si sarebbero messe d’accordo per creare uno speciale sistema di pagamento in euro attraverso una nuova istituzione dell’Ue.

Quanto questo sistema possa essere efficace per aggirare le sanzioni statunitensi non è ancora possibile verificarlo. Non è di buon auspicio il fatto che nello stesso giorno in cui Mogherini e Zarif annunciavano l’accordo, la banca di Stato francese Bpifrance abbia abbandonato un progetto per mettere insieme un meccanismo che avrebbe consentito alle aziende francesi di fare affari con Teheran. In questi mesi, da quando a maggio il presidente americano Donald Trump ha annunciato la volontà di imporre nuove sanzioni all’Iran, le società europee hanno drasticamente tagliato le importazioni di petrolio dal Paese. In questi ultimi mesi il rial iraniano ha perso due terzi del suo valore sul dollaro.

Molte società, come le francesi Total, Peugeot e Renault e le tedesche Siemens e Daimler hanno annunciato di aver sospeso le proprie operazioni in Iran. Le ultime, in ordine di tempo, sono le tedesche Deutsche Bahn e Deutsche Telekom. La cancelliera tedesca Angela Merkel, convinta sostenitrice dell’Spv, questa settimana sarà a Gerusalemme: è probabile che negli incontri con il governo Netanyahu le sanzioni all’Iran e le nuove prese di posizione europee siano materia di accesa discussione.

Trump, da parte sua, all’Assemblea Generale dell’Onu ha ribadito la sua strategia. «Tutte le sanzioni statunitensi saranno in vigore a partire dagli inizi di novembre. Poi gli Stati Uniti procederanno con ulteriori misure, più stringenti di quelle attuali».

Lunedì mattina le Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane hanno annunciato alla televisione di Stato di aver colpito con missili balistici alcuni obiettivi nell’est della Siria, al confine con l’Iraq, nei pressi del passo di Abu Kamal. A pochi chilometri da lì sono schierate le truppe americane che, insieme alle forze curde, hanno lanciato l’offensiva finale contro l’Isis. Non è detto che l’annuncio delle Guardie Rivoluzionarie iraniane non sia l’ennesimo atto di questo interminabile braccio di ferro dagli esiti sempre più incerti.

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