lunedì, Agosto 10

San Pietroburgo: l’Islam radicale dei Paesi dell’Asia Centrale

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L’antiterrorismo russo starebbe seguendo la pista di un kamikaze, membro di un’organizzazione terroristica islamista messa al bando nel Paese, quale responsabile dell’attentato alla metro di San Pietroburgo che ha causato oggi 14 morti e oltre 40 feriti. A riferirlo è stata, nella tarda serata di ieri, l’agenzia ‘Interfax’, secondo la quale una fonte dei servizi di sicurezza sostiene che il «kamikaze sarebbe un 23enne nativo dell’Asia Centrale», che avrebbe celato l’ordigno in uno zaino. Il tutto «sulla base dei resti ritrovati che fanno propendere per un’esplosione causata da un attentatore suicida, ma la certezza potrà solo venire dopo l’esame del Dna», ha aggiunto la fonte ‘Interfax’ dietro condizione di anonimato.
Circa la nazionalità dell’attentatore, in un primo momento si è sostenuto che poteva essere forse kazako, poi è stata avanzata, da alcuni media russi, la possibilità che si tratti di un cittadino della Repubblica del Kirghizistan.
Secondo queste fonti potrebbe essere un giovane di circa 20 anni, il cui nome sarebbe Akbarjon Jalilov. Il sospetto è oggetto di indagine da parte del Russian Investigative Committee, la principale autorita’ investigativa federale in Russia.
Per quanto attiene la pista kazaka, Anuar Zhainakov, capo del servizio stampa del Ministero degli Esteri kazako, ha affermato che parlare del coinvolgimento di un cittadino del Kazakistan, il 23enne Maksim Arishev,  è prematuro, spiegando che al momento il ragazzo -studente del terzo anno di studi di economia- è disperso, secondo la segnalazione della madre. A San Pietroburgo, Arishev vive con la sua ragazza, la sorella e il genero, ha raccontato Zhainakov.

Finora nessuna organizzazione terroristica ha rivendicato l’attentato, ma al centro dei sospetti vi è l’Islam radicale dei Paesi dell’Asia centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Turkmenistan.
Una radiografia del pericolo dell’islam radicale nella regione è stata fatta nel gennaio 2015 in un dettagliato rapporto dell’International Crisis Group (Icg).
Secondo questo report, sono migliaia i cittadini dell’Asia centrale ex sovietica  -regione prevalentemente islamica- a essersi arruolati nello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis), l’organizzazione statuale jihadista. «Tra 2mila e 4mila cittadini dell’Asia centrale si sono recati in questi ultimi tre anni nei territorio controllati dall’Isis» spiegava il rapporto.
I cinque Paesi dell’Asia centrale ex sovietica -Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan- sono dominati da governi autoritari, spesso incentrati su figure di presidenti-padroni di estrazione sovietica con tratti spiccatamente secolari, che guardano l’islamismo politico come una minaccia. L’altro tratto distintivo dei governi di quei Paesi è la corruzione e la povertà diffusa, in particolare in alcuni di questi. «Oggi è più facile per l’Isis reclutare in Asia centrale che in Afghanistan o in Pakistan», metteva in guardia Deirdre Tynan, responsabile per la regione dell’Icg, «il desiderio di cambiamento politico e sociale è profondamente radicato nella regione».
I profili delle possibili reclute sono notevolmente variegati, in comune il fatto che tutti pensano «che il Califfato islamico possa essere un’alternativa seria alla vita post-sovietica», sottolinea il rapporto. «In questi cinque Paesi, la religione riempie il vuoto creato dalla mancanza di un Governo e dall’insicurezza sociale».
Per affrontare il fenomeno, i Paesi interessati hanno assunto provvedimenti, che però non si sono dimostrati efficaci, sottolineava il report Icg. Il Kazakistan e il Tagikistan (rispettivamente il Paese più ricco e più povero della regione) hanno reso reato il fatto di combattere al’estero, ma nulla è stato fatto per intercettare iforeign fighters‘ pronti a partire. «I servizi di sicurezza dell’Asia centrale utilizzano queste minacce a fini politici e per restringere le libertà personali», sottolinea il rapporto.

L’Uzbekistan, terra d’origine del temibile Movimento islamico dell’Uzbekistan (e annesso Jamaat Ansarullah), legato ad al Qaida, è particolarmente esposto -secondo l’Icg- alla minaccia terroristica,  la gran parte dei combattenti Isis provenienti dall’Asia centrale sono uzbeki. Se parla di circa 2.500 persone.
Il report parlava di ‘rinnovata trazionedi questi gruppi estremisti e sottolineava come i governi dovrebbero valutare con precisione il pericolo jihadista che a lungo termine la situazione attuale rappresenta per la regione, e assumere le corrette azioni preventive.

La ‘conversionealla causa estremista avviene non soltanto nelle moschee di tutta la regione e attraverso internet  -anche qui i social media giocano un ruolo critico-, ma anche all’estero, il reclutamento avviene anche in Russia e Turchia. «In Russia, i migranti che sono emarginati – spesso facendo lavori illegali e mal pagati – cercano conforto, un senso di identità e di comunità nella religione. Essi possono cadere nelle reti caucasiche, Daghestan o cecene, dove il confine tra religione e la criminalità organizzata si confondono», affermava Deirdre Tynan in una lunga intervista a ‘Deutsche Welle.

A fine 2016 l’attenzione del centro si appuntava proprio sul Kyrgyzstan, dove l’Islam   -che ha assunto un ruolo di primo piano nella vita pubblica e privata in particolare nel periodo post-sovietico, e dove il numero delle moschee, finanziate da Turchia e Arabia Saudita, è cresciuto del 60%–      è stato riconosciuto essere particolarmente a rischioestremismo‘ e come tale potenziale minaccia per lo Stato. Nel Paese si sono registrati 1.945 estremisti (7,4 per cento di donne) nel 2015, secondo i dati del Ministero degli Interni. I servizi di sicurezza dicono che 508 uomini, donne e bambini – il 70 per cento di etnia uzbeka, 24,9 per cento di donne di entrambe le etnie – hanno lasciato il Paese diretti Siria.

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