martedì, Marzo 26

Salvini in Libia: la politica estera italiana incapace di suggerire qualcosa Libia: la rivalità tra Italia e Francia è più evidente. L'intervsta a Francesco Strazzari, professore alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa

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Matteo Salvini è arrivato oggi in Libia. Consuete foto sui social network: «Missione Libia, si parte!», ha scritto su Facebook con tanto di aereo militare. Accolto in aeroporto dall’ambasciatore Giuseppe Perrone e ricevuto più tardi dal Ministro degli Interni libico, Abdulsalam Ashour. «Ci tenevo particolarmente da vicepremier a fare in Libia la prima visita di amicizia». «Il mio impegno sarà massimo per rinsaldare l’amicizia tra i nostri due Paesi e la collaborazione su tutti i fronti, a partire dall’emergenza immigrazione», afferma il leader della Lega, sottolineando il fine della sua ‘missione’: la questione migranti. 

Giornata densa di avvenimenti quella di ieri, in cui si è svolto anche il vertice informale dei 16 leader dell’Unione Europea proprio sui migranti; Conte si è detto soddisfatto e ha promesso «un radicale cambio di approccio sul tema». Il braccio di ferro tra Salvini e la nave Lifeline, intanto, continua: «non abbiamo carne a bordo, ma esseri umani». La linea del Governo rimane la stessa. Il vicepremier non si sposta di un centimetro.

Ieri, i ringraziamenti del Ministro alla Guardia costiera libica per il soccorso dei mille migranti alla deriva. «Ringrazio di cuore, da ministro e da papà, le autorità che hanno salvato e riportato in Libia 820 immigrati, rendendo vano il ‘lavoro’ degli scafisti ed evitando interventi scorretti delle navi delle Ong». 

«Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia», twitta Salvini. Ma il vicepresidente libico Ahmed Maiteeq, nella conferenza stampa congiunta di quest’oggi parla di rifiuto categorico relativamente alla proposta di realizzare campi per migranti in Libia; «non è consentito dalla legge libica». 

Salvini, da parte sua, parla della Libia come di «un’opportunità di sviluppo. Saremo vicini alle autorità libiche anche con i necessari supporti tecnici ed economici per garantire insieme la sicurezza nel Mediterraneo e rafforzare la cooperazione investigativa e più in generale la collaborazione in tema di sicurezza».

Ma ora, cosa c’è da aspettarsi da questa missione libica Salviniana? Lo abbiamo chiesto a Francesco Strazzari, professore associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Senior Researcher al Consortium for Research on Terrorism and International Crime del NUPI.

Cosa può ottenere Salvini dal Governo libico che non sia riuscito ad ottenere il Governo precedente?

Sicuramente, c’è una linea che il Governo precedente, in particolare Minniti, ha costruito. Parlo dell’enfasi sul sud della Libia, dei rapporti che il Ministero degli Interni aveva coltivato con elementi tribali che governano questa zona di confine, estremamente volubile per alcune dinamiche, per i cambi di casacca e di bandiera costanti, ma che, in una certa fase, ha beneficiato del credito italiano con contatti anche diretti tra Minniti e i leader locali; è stata anche destinataria, attraverso il Governo centrale, di una partita di aiuti. Quindi, di fatto, è stata una linea che ha svolto un’azione di contenimento. Salvini , invece, si presume voglia essere più assertivo su questa linea, ma va visto se poi vi sarà una continuità, perché, tutto poggia sul lavoro che ha fatto l’intelligence italiana, quindi, non è una cosa che si ricomincia da capo. Però, occorrerà capire se quei contatti rimarranno fruibili nella stessa misura in un quadro libico che evolve, e se la stessa squadra di Salvini sarà in grado di assorbire e dare fiducia riguardo quella stessa linea. Poi c’è un elemento importante e che sta emergendo in maniera distinta, cioè, la rivalità con la Francia che si coglieva un po’ nelle trasparenze, ma non era così evidente. 

Ci spiega meglio questo punto?

Nel Governo Gentiloni, l’Italia aveva agito d’accordo con la Francia e si era mossa verso la regione del Sahel agendo nella profondità dello spazio sahariano ed oltre, aprendo un’ambasciata in Niger, ad esempio, e annunciando anche la presenza di truppe italiane nell’avamposto -che fu coloniale francese- di Madama, quindi, con l’accordo di Parigi. Ecco, tutto ciò oggi sembra essere evanescente alla luce di una rivalità tra Italia e Francia che sembra più evidente. In Libia questo si mostra con un’altra incognita, ovvero, il rapporto tra la linea di politica italiana rappresentata da Salvini e la figura dell’uomo forte, legittimato ormai internazionalmente che è Haftar, che gioca ormai una partita importante anche su Tripoli: controlla parte della zona petrolifera e sembra aver avuto un forte ruolo proprio di quel sud di cui stiamo parlando. Salvini si allinea, in parte, con i voleri del Governo di Tripoli nello spingere il problema lontano dalle rive e verso l’interno; va capito ora se sono allineati anche, da un lato il contesto politico libico e, dall’altro, il contesto locale del sud della Libia. A proposito di sud, è importante ricordare che stiamo parlando di deserto, si sta parlando di mettere persone in transito in mezzo alla sabbia, stiamo parlando di esigenze logistiche elevatissime. C’è tutta una partita operativa perché se l’Italia non avrà un avamposto a Madama, quindi, sul confine nigeriano con la Libia, forse si tratterà di spostarlo, ma stiamo parlando di distanze enormi, roventi; ci sono costi umanitari ed operativi enormi. Si tratterebbe di un’operazione in una zona, oltretutto, instabile, dove è molto facile creare disordine  con poco, un luogo dove vi sono milizie, forze armate e predoni che taglieggiano i migranti.

Salvini parte già con la riduzione degli ingressi dell’80%; cosa resta da fare?

Il problema fondamentale da cui non si può prescindere è la stabilizzazione del quadro libico. La Libia rimane un Paese in cui le dinamiche di controllo territoriale e di Governo della legge sono aleatorie e reversibili come oggi, -tanto che Salvini ha potuto contare su negoziati che gli hanno garantito un atterraggio tranquillo all’aeroporto che, non più di un mese fa, era stato attaccato-. Insomma, c’è tutta una dinamica nel paese. O si indirizza verso un quadro di stabilizzazione o qualunque linea che sia quella di lavorare sulla pista dove stanno lavorando le Nazioni Unite e altre organizzazioni anche non governative, ossia quella di lavorare verso i territori all’interno, rimane un’ipotesi aleatoria e velleitaria. Il fermare sulla linea del deserto vuol dire proiettare il confine europeo ed alterare completamente le dinamiche della regione, alterare i prezzi, come sono stati fatti i confini porosi della regione. Siamo in mezzo al Sahara e c’è un motivo evidente nel fatto che la zona non è popolata e le dinamiche di circolazione di merci e persone sono sempre state piuttosto peculiari. Andare a creare un confine, alla luce di questo, ha dei costi immensi anche perché qualunque muro ha bisogno di un guardiano che se è indisposto vende la chiave. O decidi di creare muri e rimanere li a guardare o, se decidi di vigilare il deserto, devi considerare anche gli strumenti di cui disponi. Ad esempio, nel deserto, a temperature estremamente elevate ed  in mezzo ad una tempesta di sabbia, i sensori infrarossi non funzionano. Quindi l’idea di sigillare è del tutto velleitaria. Occorre stabilizzare il Paese e far tornare la Libia a quello che è stato storicamente, ovvero, un Paese dove una presenza di manodopera immigrata è stata fondamentale, una manodopera che oggi è scappata, non è più impiegata nel circuito dell’economia e su questo sono impegnate le organizzazioni delle Nazioni Unite. C’è un problema di politica che si dovrebbe esprimere attraverso il Ministero degli Esteri che, in questo momento, però, non è reperibile per dichiarazioni, parla Perrone dall’ambasciata ma finisce li. Comunque, ci sono diverse dinamiche che si intrecciano. Ricordiamo che la questione migratoria, così come la questione radicalizzazione, sono nomi che diamo noi a problemi che lì sono percepiti come meno importanti rispetto a questioni che riguardano la popolazione che non ha accesso alle banche, all’acqua, all’elettricità, ci sono tante altre partite che vanno in questa direzione e non possono essere risolte dal buco della serratura della questione migratoria. Ci sono tante sfide che riguardano questo Paese, dopo la sconfitta dello Stato Islamico a Sirte ci sono tutta una serie di dinamiche, di rivalità che, in parte, si sono riaccese e, in parte, si stanno trasformando.

A che proposito?

Non va dimenticato che c’è una road map, questo documento richiamata come dichiarazione non vincolante del vertice di Parigi proprio nel pieno della crisi di Governo italiana con tutti i principali protagonisti ed è emerso un intento di andare alle elezioni a Dicembre, una data che sembra irrealistica in questo momento, idealmente un traguardo, che dovrebbe coinvolgere i diversi organi del segmentato quadro politico del Paese. Questo è avvenuto per iniziativa francese e la cosa non ha fatto piacere a Misurata, città dove l’Italia è stata presente, la città dei fratelli musulmani vicina alla Turchia che più ha pagato il prezzo della guerra allo Stato Islamico. Ci sono tante divisioni interne, per non parlare del sud dove la grande divisione storica è tra i Tuareg, da un lato, e i Tebu che hanno combattuto pesantemente anche con dei massacri. Non si capisce ancora quale sarà la linea del ministro Salvini che punta ad allinearsi al Governo di Tripoli dicendo spostiamo il problema al sud, Tripoli da sempre vuole questo, ha una apposita task force, ed è anche un modo di trattenere la Francia verso il Niger. Questo è un distacco dal Governo Gentiloni e dalla linea collaborativa con la Francia -e di quella del Governo Renzi che aveva rifiutato di portare truppe italiane in Sahel dopo l’attacco del Bataclan. Ora, invece, l’Italia ha capito che l’interesse nazionale è quello di avere una presenza in profondità oltre il deserto, verso il Niger, il Burkina, dove l’Italia non ha una presenza storica. Li dove incontra la Francia o si scontra con la Francia. La questione di come si scioglierà il nodo dei rapporti italo-francesi in un contesto europeo che è molto più ampio, e al tempo stesso, come questa questione di riflettere sugli equilibri libici con Haftar più vicino a Parigi che a Roma, saranno punti da guardare. 

Si potrà dire Salvini magari potrà arrivare ad Haftar non tramite la Francia, ma tramite la Russia e l’Egitto che sono sulla linea del Governo italiano, ma non è una partita a biliardo in cui si gioca di sponda, è molto più complesso. È evidente che alcuni parlano della possibilità che la Francia dinanzi ad un’Italia sempre più isolata dica ‘vabbè, c’è un problema di sicurezza del mare, saremo presenti nel mare’; l’Italia potrebbe vederla come un’ingerenza? Insomma, ci sono dinamiche che vedono riaffacciarsi un nazionalismo che ritenevamo superato in una cornice europea, c’è questo rischio. La figura di Salvini è esacerbante rispetto a questo perché le modalità con cui si reca in Libia, l’aereo militare ed il resto, sono diverse. Lui la chiama ‘missione’. Uno stile di diretta intervento che sicuramente cambia il tono, ed il tono in diplomazia è anche sostanza.

Ritiene ipotizzabile che il Governo attuale abbia un rapporto privilegiato con l’opposizione al Governo di unità nazionale?

Si, è razionale pensare che per ottenere lo spazio di manovra nel sud, provi a giocare questa carta; ma allargandosi in questa direzione, poi, rischia di trovarsi in un territorio di più marcati interessi francesi. È un’operazione di equilibrio molto difficile. Se volesse insistere, invece, sulla linea di Minniti del sud, giocherebbe su una linea già preparata dal predecessore. È un quadro assolutamente instabile dove l’unico piano presente l’hanno voluto i francesi; l’Italia non ha prodotto una politica estera in grado di suggerire qualcosa. Dunque, Salvini agirà enfatizzando un ruolo operativo, lasciando al Ministro degli Esteri un ruolo politico, ma ancora non ce un chiaro disegno dell’Italia sulla Libia. Ciò che è emerso dall’incontro ieri dove era presente Conte, è stata un’Italia piuttosto isolata con l’appoggio dei soli bulgari; rispetto a questo, Italia è in un’oggettiva difficoltà perché chiede che l’intera partita europea sia fatta di quote obbligatorie ma gli unici alleati che potrebbe avere sulla linea sovranista sono quei paesi dell’Est che nemmeno vengono al tavolo e che mai si faranno imporre quote obbligatorie da chicchessia, tanto meno da Salvini. Quello che è tipico delle linee sovraniste è questo: ogni sovranismo si rispecchia nell’altro non appena deve scardinare un sistema, ma cozza poi con l’altro non appena deve imporre la propria agenda. La grande contraddizione del gioco politico europeo nel gestire la partita migratoria è proprio questa. E Salvini se ne smarca presentandosi come l’uomo d’azione, l’uomo con l’aereo militare ma occorre capire quanto poi questi rapporti saranno produttivi.

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