giovedì, Novembre 14

Salvini e Di Maio: forti fuori, deboli dentro I due dioscuri sono in grande difficoltà. Il Nord con il duo Fontana/Zaia e con Giorgetti comincia concludere di non aver ottenuto nulla dalle fanfaronate di Salvini. Di Maio, assente e incapace, ha chiuso la porta alla sua unica possibilità, la sinistra, il PD

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È incredibile ma vero. Ancora non l’hanno capito nel PD. Il problema non è Matteo Renzi, il problema è Luigi Di Maio. Le pensose e ambigue e doppie ‘aperture’ di Dario Franceschini (cioè di un democristiano doc) non hanno senso rivolte a Di Maio. Che infatti, essendo a mio parere un pessimo politicante, ha risposto immediatamente a muso duro e acriticamente che con il PD gli stellini non vogliono avere nulla a che vedere.

Ora, a prescindere dal fatto che in politica ‘mai dire mai’ è, purtroppo o per fortuna, una verità assoluta, questo inizio di discussione, merita forse di essere valutato un momento. Anche nella parte in cui, secondo qualche commentatore, un progetto potrebbe essere quello di lasciare il timone al ‘premier’ Conte, non si sa bene se con una sorta di Governo tecnico o balneare, per poi tornare ad elezioni e puntare su di lui e gli stellini residui per fare un Governo col PD, che escluda Matteo Salvini.

Francamente, a queste raffinatezze strategiche che manco il Pentagono (che, forse non per caso, puntualmente perde tutte le guerre da un bel po’ a questa parte) credo poco. La politica italiana è una politica ormai fatta di nulla, di gente che mira al potere per il potere, la cui visione nonché strategica, culturale non supera le due settimane e un numero di Topolino. Quindi a questi disegni credo poco.

Certamente, Conte sta cercando, e anche con un certo apparente (per ora solo apparente, credetemi) successo, di dare un minimo di logica alla presenza grillina al Governo e anche alla sua lotta contro l’orco Salvini, del quale non a caso, ha provato mostrare i difetti andando -lui che ufficialmente almeno non c’entra per niente- in Parlamento a parlare dei fondi russi alla Lega.
Che, se ci pensate, ha del surreale: ne parla lui a cui i russi non hanno promesso nulla. E che poteva dire mai
E poi ieri ha dichiarato «assolutamente fantasioso» che possa andare in Parlamento «a cercare una maggioranza alternativa», così come ha negato l’ipotesi che voglia formare un suo partito, bollandola come «tra i peggiori ragionamenti da Prima Repubblica».

Insomma, siamo alle solite. Chiacchiere insulse, qualche ulteriore sceneggiata di Salvini, che magari non perderà l’occasione di lanciare qualche altra frecciata avvelenata alla Carola Rackete, detta familiarmente la ‘zecca’. Insomma, tempo perso, del quale (e ne va dato atto a Conte) Salvini dovrà in qualche maniera ringraziare Conte per avergli tolto la castagna o almeno una gran parte di essa dal fuoco. Che tutto ciò aiuti Salvini ad accelerare sui provvedimenti che gli stanno a cuore, avrei dei dubbi: vedremo.

Ma il punto centrale, credo, è e resta un altro. I due dioscuri, entrambi a mio parere, sono in difficoltà, in grande difficoltà.

Salvini, quello apparentemente più forte, è attaccato violentemente sia da Giancarlo Giorgetti che dal duo lombardo-veneto (Attilio Fontana e Luca Zaia). Non è mai, io credo, stato così debole, consensi a parte nei sondaggi; in altre parole non credo molto alla storia che manda avanti i lombardo-veneti per poi fare il colpo di teatro. Certo è ancora l’uomo forte che, si dice, piace agli italiani, ha preso un sacco di consensi, passa la vita a fare comizi insultando questo o quello, ma che ha ottenuto dal punto di vista almeno dei suoi elettori del Nord?

Questo, secondo me, è il punto: il Nord, che aveva puntato su di lui per separarsi di fatto dal resto del Paese, comincia a domandarsi cosa mai abbia finora ottenuto. E si risponde: poco, molto poco.
Ha messo per strada una grande quantità di stranieri, per giustificare così l’invasione dei marocchini e dei negri, ma ha anche creato problemi seri di occupazione, gli italiani stanno ‘finendo’ e gli industrialotti del Nord lo sanno bene. Ha pregiudicato i rapporti internazionali dell’Italia per chi sa quanto tempo, il che non aiuta i predetti industrialotti, che ormai tendono a vendere le aziende, piuttosto che farle produrre. Ha bloccato qualche nave di ONG qua e là, mentre i migranti arrivano tranquillamente per conto loro, per mare con barchette e sandolini (figuriamoci!), e dalla Germania in aereo, una ventina ogni quindici giorni, ma poi li mette in strada trasformandoli in un pericolo piuttosto che in una risorsa. Ha facilitato l’andata in pensione di un sacco di gente che avrebbe, prima, dovuto insegnare ai giovani (non assunti) a fare il lavoro che loro lasciavano. Ha fatto molti favori fiscali a chi le tasse non le pagava e continua a non farlo, in attesa di avere altri condoni … vedrete. Blatera di flat tax che non può fare. Non molto di più. Mentre i lombardo-veneti (aiutati dai leghisti napoletani, roba da fare i numeri) hanno scritto una lettera di insulti a Conte, che ha rilevato che finalmente si comincia a ragionare; ma tu guarda!

Quanto al suo collega e quasi ‘fidanzato’, Di Maio (quello del ‘mandato zero’, un genio!), le cose sono anche peggio. Ha, sì, distribuito un po’ di soldi in giro in cambio di nulla, ma poi ha portato avanti una politica incomprensibile non solo didecrescita felice’ (che manda in bestia, come ovvio, tutti salvo i no-tav e gli stellini, tipo un certo Massimo Bugani che dà fuori di matto, se Danilo Toninelli fa una strada!), ma di semplice assenza e incapacità, intinta in un odio incomprimibile non solo e non tanto verso il PD, ma verso i sindacati e la Confindustria, che secondo lui sono il peggio del peggio. Con la conseguenza che, non solo è inviso agli imprenditori (il che poteva anche essere accettabile) ma anche ai lavoratori. Che poi questi ultimi, invece di votare PD votino Lega, è solo la ciliegina sulla torta.

La sua fortuna, ma non credo affatto che lo abbia capito e dubito anche che sia all’altezza di farlo, la sua fortuna è stata una e una sola: Renzi.
E sì, perché ai tempi di Pier Luigi Bersani, lui e i suoi accoliti, bruciarono l’unica vera occasione di andare a governare, di imparare a farlo e magari di sopravanzare il PD alle successive elezioni, avendo governato (o addirittura fatto governare) bene. Ma la buttarono arrogantemente via e quel che è accaduto dopo lo abbiamo visto. Compreso Renzi che, coscientemente e deliberatamente, ha cercato, riuscendoci in parte, di distruggere il PD, con la sua folle e opaca politica, con i suoi odi, con il tentativo di rovesciamento del sistema costituzionale italiano (quello che nel suo piccolo, ripeto non è all’altezza, tenta di fare Di Maio, ma molto più concretamente il duo lombardo-veneto) e con, più in generale, il tentativo di trasformare il PD in una sorta di Forza Italia nuova formula, insomma in una nuova DC. E lì ha perduto tutto, perché ha alienato (aiutato certamente dalle ruberie di molti del PD) il consenso della gente comune e della classe lavoratrice, in cambio del consenso di qualche banchiere e di qualche sedicente grande industriale, tipo Marchionne, che lo ha ripagato portando via la Fiat dall’Italia. Bei successi! E infine, non soddisfatto, ha imposto al PD la politica suicida della lotta senza quartiere agli stellini.

Ora, però, il pop-corn è finito e l’uscita di Franceschini è la cosa più assurda che si possa immaginare. O meglio, lo sarebbe, se il senso fosse quello di una offerta di collaborazione a Di Maio, che ovviamente sa benissimo che se la accettasse avrebbe chiuso la sua ‘carriera’ politica (cosa che invece forse ha capito Conte) e quindi ha una reazione istintiva di difesa, dicendo no.

Certo, se la proposta di Franceschini fosse quello che si dice che vorrebbe essere, il senso sarebbe di una proposta a lungo termine, rivolta non a Di Maio, ma alla base degli stellini, a quel popolo di sinistra che ancora c’è, quello di cui parla da anni, inascoltato, Bersani. Ma, se è così, non è una cosa buona farla fare a Franceschini e non a Zingaretti, a parte l’opportunità di scatenare gli insulti renziani su di lui. Franceschini, diciamocelo francamente, è molto, ma molto, meno credibile di Zingaretti.
Ma Di Maio ha avuto una reazione istintiva e violenta, chiudendo la porta. Ma così facendo, credo, ha chiuso la porta anche a sé stesso: ora non ha più vie di uscita, è legato a filo doppio a Salvini, che ha di nuovo uno spiraglio aperto dinanzi, mentre Di Maio ora può solo subire, perché il pallino lo ha nelle mani Salvini -basti guardare l’incontro di ieri dei due-, a sua volta interessato a continuare questa farsa … a meno che…. a meno che i lombardo-veneti non scendano in campo, per farlo fuori.

Per di più, ora come non mai, il passo di Di Maio, ha messo in prima fila Conte, che (mi permetto di immaginare, anzi ne sono certo) è già corso a perdifiato a baciare, nonostante la barbaccia, Franceschini e, ovviamente, Zingaretti, magari sulla coccia.

Forse ho torto marcio, forse ho pienamente ragione, forse ho un po’ ragione e un po’torto, ma: in tutte queste righe, avete letto di idee, progetti, futuro? Solo colpa mia? Questa temo (e non sapete quanto vorrei essere smentito!) questa è, e sarà ancora a lungo, la ‘politica’ italiana.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.