domenica, Agosto 25

Salvini e Di Maio al redde rationem, maggioranza ai ‘materassi’ I conti del Paese che non tornano, con otto imprese su dieci che bocciano il Governo, e i leader di Lega e M5S in una sconcertante gara a chi mena i maggiori fendenti e sciabolate

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Manca, ormai, solo la battuta dell’iroso e poco riflessivo Sonny, figlio del patriarca Vito Corleone ne ‘Il Padrino’: «Mandagli un messaggio. Io voglio Sollozzo se no è guerra e andiamo sui materassi». Che cosa vogliano esattamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non si comprende bene; o, piuttosto, lo si comprende benissimo: il primo vuole comandare, in prima persona; essere il leader e l’egemone di un’area che copra un po’ tutto: scontenti, delusi, frustrati, impauriti… uno psicanalista potrebbe con fondamento parlare di ‘ego ipertrofico’. Ma per quanto si agiti, la crescita della Lega è comunque circoscritta in un bacino limitato: vampirizza parte del centro-destra e del M5S; non sfonda, per esempio, nel vasto perimetro degli astenuti, che anzi, secondo molti istituti demoscopici si rivelano più sensibili al Partito Democratico. In una parola: più che crescere, Salvini si gonfia.

L’altro, Di Maio, ha ormai una quantità di problemi, all’esterno e all’interno del Movimento 5 Stelle, che è di fatto obbligatoad accettare qualsivoglia cosa pur di non mollare lo scranno governativo; al tempo stesso deve per forza di cose smarcarsi dall’abbraccio mortale della Lega e di Salvini. Una quadratura del cerchio non solo rischiosa, ma difficile, e in particolare per chi non si è -come nel caso di Di Maio- provvisti di astuzia politica e di esperienza di ‘governo’ delle cose. Di Maio è pressato al suo interno: il Movimento non morirà in occasione delle elezioni europee, ma subirà un consistente ridimensionamento; gli avversari interni sono già schierati sulla riva, in paziente attesa di vederlo passare; e se dopo i rovesci alle recenti amministrative, il trend negativo sarà confermato, non ci sarà piattaforma Rousseau che tenga a salvarlo.

Per questo, Salvini e Di Maio si producono in una sconcertante gara a chi mena i maggiori fendenti e sciabolate. Entrambi si preparano a un redde rationem.

Cosa può accadere, in un futuro che è quasi presente? Il rischio è quello che paventa il forzista Maurizio Gasparri: «Grillini e leghisti, litigando su tutto, rischiano di assorbire, a beneficio di un Governo catastrofico, il consenso di varie fasce di opinione. C’è, insomma, il rischio che una sorta di bipolarismo all’interno del Governo attiri un numero eccessivo di elettori». In sintesi: ‘Un grande inganno’.

L’inganno sarebbe questo: «Rappresentare gli uni e gli altri con interessi contrapposti sta portando a una paralisi del Paese e a una recessione dell’economia. Non si decide sulla TAV, non si riaprono i cantieri, sulla giustizia si allunga la prescrizione ma non si fa la riforma che doveva accompagnarla. Si potrebbero, insomma, fare esempi su tutti i temi…C’è, insomma, un grande inganno in atto. Che va denunciato. Perché i problemi dell’economia, la disoccupazione, la recessione stanno portando l’Italia nel baratro».

Si dirà: Gasparri, in quanto esponente di Forza Italia, e dunque all’opposizione, non può che parlare in questi termini.
Vero. Ma non meno vero che ‘pollice versoviene da otto imprese su dieci: bocciano il Governo e sperano che vada a casa perché ritengono che la situazione economica sia diventata ormai insostenibile. Lo scollamento tra maggioranza gialloverde e l’Italia reale, quella attenta, come dice la canzone, ‘al sugo del sale’, diventa siderale; una realtà che si può imbellettare quanto si vuole, ma i numeri per quanto li si voglia discutere, quelli sono e quelli restano.
E’ una scudisciata in pieno viso quella del vice-Presidente della Commissione UE, Valdis Dombrosvkis: «La legge di bilancio per il 2019 è basata su previsioni economiche ottimiste, una crescita dell’1 per cento. Ora sappiamo che è solo dello 0,2 per cento, e potrebbe essere anche più bassa».

I soliti euro-burocrati, la solita Europa matrigna? La si metta come si vuole, in estrema sintesi quello che accade è che le stime di crescita dell’Italia sono al ribasso, e vanno attivate le clausole di salvaguardia per un paio di miliardi. Cosa significa nel concreto? Una maxi-stangata. Il resto son chiacchiere. Perché non si scorge ombra di politica industriale, grazie a una serie di provvedimenti che individuano nel ‘mercato’ un nemico, e non prestano attenzione a temi come competitività, innovazione, investimenti.

Ha gioco facile il segretario del PD Nicola Zingaretti, nel dire che per la prima volta il Governo ha dovuto ammettere che si dovranno tagliare importanti servizi ai cittadini e alle imprese «a causa della drammatica situazione in cui hanno portato i conti pubblici».
Tra clausole di salvaguardia IVA e sforamento dei conti per la bassa crescita economica, valuta Zingaretti, «rischiamo una manovra correttiva da oltre 30 miliardi di euro».
A conforto di questa severa diagnosi, si snocciolano dati inquietanti: crollata l’occupazione: 116 mila occupati in meno, di cui 88mila in meno a tempo indeterminato. Italia in recessione, e per il 2019 si prevede una contrazione dell’economia dello 0,2 per cento; crollata la fiducia delle imprese del 5 per cento; crollata la fiducia dei consumatori, ai minimi degli ultimi venti mesi. Non solo: sono previsti tagli agli interventi per la competitività e lo sviluppo delle imprese per 631 milioni di euro; tagli alle politiche sociali per almeno 40 milioni di euro; stangate sul trasporto pubblico locale da trecento milioni di euro, con le immaginabili conseguenze. Non mancheranno tagli su studio, università, ricerca, vale a dire settori strategici per l’oggi e il domani: annichilire la formazione sarà un qualcosa che si pagherà ancor più salato di quanto già non si stia facendo.

A fronte di ciò, la maggioranza è in dissenso su tutto: si tratti di TAV o di Cina; di autonomia regionale, opere pubbliche, politica economica, immigrati o diritti civili.

Come Diogene che con la sua lanterna sempre accesa cercava l’uomo, l’elettore italiano da anni vorrebbe trovare un qualcunocapace di governare eventi e con un senso strategico del farepolitica.
Un ‘qualcuno’ che sia consapevole che gli investimenti sono la chiave di una strategia nazionale per la piena e buona occupazione. Un ‘qualcuno’ che sappia/voglia portare gli investimenti pubblici al 3 per cento del PIL, con lo sblocco delle grandi opere già finanziate e il rilancio degli investimenti. Un ‘qualcuno’ che acceleri la capacità dello Stato di attuare quanto programmato e finanziato, e abbia la lungimiranza di reclutare nuovo personale con competenze tecniche. Che incentivi investimenti privati, e migliori il trasferimento tecnologico tra mondo della ricerca pubblica e Piccole Medie Imprese. Che abbia competenza e capacità di analisi per lavorare per il mai realizzato progetto degli Stati Uniti d’Europa, la ‘visione’ che affonda le sue radici culturali e politiche in Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Luigi Einaudi, Ignazio Silone, Alcide De Gasperi, e prima ancora, Carlo Cattaneo.
E’ su questo che si giocherà la partita decisiva nei prossimi mesi. E’ su questi temi che occorre concentrare attenzione e sforzi. Il resto, con rispetto parlando, è fuffa che lascia il tempo che trova.

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