giovedì, Novembre 14

Salvini-Di Maio (e Conte): un carniere misero, miopi tattiche, annunciate sconfitte strategiche La visita del Presidente del Consiglio in Vaticano ha il sapore dell’ultima spiaggia, Conte è andato a ‘bussare’, il Vaticano non ha ‘aperto’. La manovra sarà recessiva

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Sono i particolari che qualificano, descrivono, spiegano. Immaginate la scena: aula del Senato. Prende la parola il senatore Pasquale Pepe, eletto (più propriamente ‘nominato’) dalla Lega: quella che un tempo si chiamava ‘Nord’ e ora, sempre più, viene chiamata ‘di Matteo Salvini. Sillaba, e insieme strilla il senatore Pepe: «A proposito di Sofri spero che il Presidente Bolsorano lo assicuri alle patrie galere per i crimini schifosi che ha commesso qui in Italia». Dirà qualcuno che si tratta di un lapsus, di una voce dal sen fuggita; che in realtà il senatore Pepe pensava a Cesare Battisti. Possibile, probabile. Il Senatore Pepe, tuttavia, non si accorge del lapsus, non si corregge. Nessuno dei suoi colleghi batte ciglio, fa caso al lapsus, all’errore. Non lo ascoltano, sono immersi in altri pensieri, altre occupazioni? Presidente di turno la senatrice Paola Taverna. Lei neppure batte ciglio; rimbrotta sì il senatore Pepe, ma solo per invitarlo a restare nell’ambito del provvedimento in discussione; quanto allo scambio di persona, anche per lei Sofri o Battisti pari sono… Ecco, che cosa mai ci si può aspettare da simili ‘rappresentanti’?

Agenzie di stampa, giornali e televisioni informano che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si recain visita privatada papa Francesco. Privata fino a un certo punto, visto che se ne è data ampia notizia, abbondano fotografie e filmati, c’è uno scambio di doni, un lungo colloquio tra i due. Forse si vuole dire che la visita non è ‘ufficiale’; ma ‘privata’ proprio no. L’evento è pubblico, e almeno da parte del Presidente Conte si è inteso dargli un preciso significato politico. Di questi tempi s’usa cercare conforto nel ‘soprannaturale’. Luigi Di Maio si professa fervente fedele di San Gennaro; Salvini esibisce Vangeli e rosari nel corso dei suoi comizi. Lo stesso Conte confida nella benevolenza di Padre Pio. Nulla di sorprendente, dunque, che bussi in Vaticano. Solo che anche i pontefici cambiano, come i tempi. Il papa venuto da ‘quasi la fine mondo’, con la sua aria mite e l’eterno sorriso, è, al tempo stesso, un osso duro: oltre che francescano è gesuita; e ha cavalcato i marosi della spietata dittatura argentina; figuriamoci se si fa incantare da un Conte che se ne esce dicendo: «Siamo entrambi dei riformatori». Si ritorna comunque nell’ambito dei ‘particolari’, che descrivono, qualificano, spiegano. Conte è andato abussare’, ma contrariamente alla regola, il Vaticano non haaperto’. E’ si capisce: come si può pensare che oltretevere si dia esplicito appoggio a un Governo che sui migranti, le politiche fiscali e la lotta alla povertà ha visioni e politiche stellarmente distanti da quelle della Chiesa cattolica incarnata da Bergoglio? D’accordo, il pontefice ama leggere, la mattina, ‘Il Messaggero’; ma può mai dimenticare che Conte presiede un Governo che decreta la fine dei sostegni finanziari all’‘Avvenire’, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, e oltre a ‘Radio Radicale’ e al ‘Manifesto’, taglia i fondi a quasi tutta la stampa cattolica? Alla fine, come può credere, Conte, che in Vaticano non si sappia che lui è un Presidente del Consiglio letteralmente e sostanzialmente nominato dai suoi due vice-presidenti, Di Maio e Salvini, e che conta quanto il due di bastoni quando briscola è denari? I ‘particolari’: Conte regala a Bergoglio un’antica edizione illustrata della ‘Divina Commedia’. Il pontefice ricambia con una copia dell’enciclica ‘Laudato sì’. Conte si presenta con una sorta di «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!», e il Vaticano risponde con un testo di parvenza religiosa, ma eminentemente politico.

Insomma: la visita del Presidente del Consiglio in Vaticano ha il sapore dell’ultima spiaggia (o penultima). I nodi vengono al pettine; e per quanto malmesso e discusso, oltre che discutibile, il pettine c’è. Un pettine che abita a Bruxelles e si chiama Unione Europea.
Indubbiamente non solo in Italia, è chi ha contato sulla sua debolezza e finale cedevolezza. A Londra, per esempio, gli alfieri del ‘sovranismo’ britannico
Nigel Farage e Boris Johnson hanno sostenuto che il Regno Unito non avrebbe pagato particolari pedaggi con la Brexit, che l’uscita dall’UE avrebbe comportato più vantaggi che problemi; che rapidamente i vecchi accordi commerciali sarebbero stati sostituiti da altri nuovi e più fruttuosi. Non è accaduto, non accade, non accadrà. Ora gli inglesi cominciano a misurare nel concreto le conseguenze della loro scellerata scelta referendaria. Il ‘Financial Times’, mai tenero con l’UE, scrive che il Regno Unito attraversa una crisi politica senza precedenti, come di solito accade dopo una sconfitta bellica. E’ evidente che Theresa May, che non ha una briciola del polso di un Winston Churchill o di una Margaret Thatcher (e anche loro in questa situazione non avrebbero vita facile), non sa, letteralmente, che pesci pigliare.

In Italia: è ancora fresco il ricordo della sceneggiata dal balcone di palazzo Chigi, con lo stato maggiore del Movimento 5 Stelle che festeggia la decisione di ‘imporre’ a Bruxelles un nominativo deficit del 2,4 per cento; e il sempre evocato ‘popolo’ costituito dai parlamentari grillini nella piazza, festosi e festanti. Si deve dare atto a Salvini e alla Lega d’essere stati molto più prudenti di Di Maio e amici; si sono limitati a un ‘me ne frego’ di Bruxelles e dintorni. Spavaldi, arroganti, hanno dovuto presto fare i conti con una realtà che invecese ne fregae anche frega; e senza affacciarsi a balconi o terrazze dà prova di reale muscolare realismo.
Ecco che dal 2,4 si è passati al 2.04; e non si tratta, come può apparire a prima vista, di bazzeccole. Ma al di là delle cifre che sembrano scelte per confondere (un po’ come quando si propone un acquisto a 9 euro e 90 centesimi, e non a 10 euro tondi), resta il problema di un deficit strutturale; perché scenda il Governo deve inevitabilmente ridimensionare di molto le sue promesse elettorali, e ritoccare quell’evocato ‘contratto’ che, almeno a parole, si venera come un totem, e si considera alla stregua di un dogma. La sostanza della manovra, come sono ben consapevoli tutti gli economisti degni di questo nome, è che sarà recessiva, perché non contiene quasi nessun provvedimenti che possa davvero aiutare le imprese e la più generale crescita.

Alla Lega, che con maggiore attenzione guarda a quello che rimane del ceto medio produttivo, ne sono ben consapevoli. Sanno bene che il Nord, tradizionale bacino elettorale del Carroccio, è percorso da turbolenze e malcontento; che mal si sopporta un’alleanza con il movimento di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Di Maio, da cui si aspettano poco, e di quel poco, niente di buono per loro. E’ anche in questa chiave, che si spiega losfogodi un Giancarlo Giorgetti: «Il reddito di cittadinanza? Piace all’Italia che non ci piace». Un siluro quello sganciato dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, non a caso proprio nelle ore in cui freneticamente si cerca di far tornare i conti in una manovra che si trova con almeno 6 miliardi di euro per l’abbassamento del deficit dal 2,4% a circa il 2%. Serve a far capire da che parte sta la Lega e dove pensa che si debba andare a tagliare: «Piaccia o non piaccia questo governo risponde ad una volontà degli italiani e il M5s al Sud ha vinto perché gli elettori vogliono il reddito di cittadinanza. Una misura che nel contratto di Governo è finalizzata ad incentivare i posti di lavoro ma il pericolo che vedo è che possa alimentare il lavoro nero». Non pago, Giorgetti ci ha voluto mettere un carico da novanta: «Purtroppo il programma elettorale di M5s al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza. Credo che abbia orientato pochissimi elettori della mie zone. Magari è l’Italia che non ci piace ma con cui dobbiamo confrontarci e governare. Il nostro impegno dura nella misura in cui sarà possibile realizzare il contratto di Governo: quando non sarà possibile finirà ma allora la parola torni al popolo perché senza il suo consenso un Governo non può esistere».
Quest’ultimo passaggio ha anche una valenza ‘interna’. Nella Lega, Salvini è il dominus, ha praticamente spazzato via l’intera vecchia guardia, ad eccezione di Roberto Calderoli, che gli serve perché espertissimo di regolamenti parlamentari; nel Carroccio non c’è nessuno che lo possa contrastare, se si esclude Giorgetti. I due sono, per carattere, all’opposto: effervescente e ‘scenico’ Salvini; si muove con cautela e nell’ombra, Giorgetti; uno parla e ‘comunica’ ogni cinque minuti, l’altro preferisce i silenzi e i colloqui al riparo da orecchie indiscrete, e quando decide di aprir bocca in pubblica, sono unghiate che lasciano il segno. Insieme potrebbero costituire una coppia formidabile; ma i due si detestano. Si devono sopportare, ma ognuno lavora per sé. Il delicato equilibrio interno per ora tiene.

Salvini distribuisce in questi giorni un opuscoletto che dovrebbe essere una sorta di rendiconto delle cose fatte. Il realtà, il bilancio di sei mesi di Governo Salvini-Di Maio (e Conte, certo), al di là delle parole, è un carniere molto misero. I promessi sgravi fiscali? Il condono tombale? La abolizione (o almeno la sostanziale riforma) della legge Fornero? La favoleggiata quota 100 è rinviata, e comunque ridimensionata al punto da quasi non esistere. Le promesse di maggiore tutela e sicurezza sono qualcosa di simile alle grida manzoniane… Dunque? Certo, i sondaggi, per quello che possono valere, dicono che la Lega è in crescita, che Salvini è popolare. Ma sono simili a quella rana della favola che si gonfia. Prima o poi, i fatti si incaricheranno di svelare il sostanziale bluff.

Non sarà quella che qualcuno attende comeliberazione’. Sarà, anzi, il momento più delicato e pericoloso: non esiste un’alternativa al pur insufficiente e deludente esistente. Silvio Berlusconi, né quello che resta del Partito Democratico, o altra forza politica, è in grado di raccogliere la sfida ed è in grado di dare risposte nuove agli eterni problemi del Paese. Non esistono più, di fatto i partiti, non c’è una classe politica degna di questo nome; non ci sono leader con visioni, solo politici miopi, capaci, al massimo, di conseguire piccole, sostanzialmente inutili vittorie tattiche, ma che inevitabilmente portano ad annunciate sconfitte strategiche.
Intanto Salvini prosegue la sua campagna elettorale. La sua forza è nella debolezza di alleati e avversari. Può sognare di diventare
Presidente del Consiglio. Si vedrà. A gennaio, prima, la spartizione di grandi nomine in enti di Stato, potere reale, concreto, anonimo, ma fondamentale. Poi le elezioni europee. Solo allora Salvini scoprirà completamente le carte. Dovrà per forza di cose fare i conti con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella; la sua visione non coincide in nulla con quella del capo della Lega. Per la fortuna di tutti noi.
Questa la situazione; questi i fatti.

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