mercoledì, Agosto 21

Salvini – Di Maio: botte sì, crisi no Il più interessato a non fare cadere il Governo è Salvini, ad ogni scontro guadagna voti e indebolisce l’avversario alleato; Di Maio alla rottura deve necessariamente opporsi, sa che porterebbe ad elezioni, e quindi alla sua sostituzione

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A leggere i titoli di alcuni giornali -diciamo pure tutti- i due dioscuri come li chiamo io sempre, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sono aiferri corti’. È questione di giorni, i due non si parlano più (e che sono fidanzati?), si fanno i dispetti, e così via titolando. Toni ed espressioni, diciamolo pure, un po’ ridicoli.

Ma poi, e pochi se ne accorgono, Salvini (il preteso duro dei due … e lo continuo a ribadire: attenti il pericolo non è lui!) dice che se si aspettano (gli stellini) una crisi, sono nel mondo dei sogni. Appunto: nel pieno della caciara, mentre Virginia Raggi viene attaccata a muso durissimo, mentre, specialmente grazie all’aspirante falegname Dibba, viene attaccato Armando Siri, mentre, con grande finezza umana prima che politica, il ‘concentrato’ (leggi: Danilo Toninelli) toglie le deleghe al malcapitato, senza manco dirglielo, mentre Marco Travaglio si affanna a dimostrare che Siri non è poi sto gran personaggio, visto che (se ho capito bene) era già stato condannato per bancarotta fraudolenta (e allora perché non si sono opposti prima a lui?), mentre Andrea Scanzi, con la barba più lunga del solito, ricorda deciso che i giornal(on)i, però, ce l’hanno con gli stelllini, e così via, mentre tutto ciò accade, Salvini, improvvisamente serafico, dice che di crisi manco se ne parla.

Non vorrei apparire ipercritico, ma la mia impressione è che l’unico a non averlo compreso è Nicola Zingaretti, che parla di improbabili crisi ed elezioni. E questo sarebbe un altro bel tema, perché, per puntare alle elezioni, e quindi ad un probabile diverso Governo, occorrerebbe avere una politica, anzi, due: una di prospettiva, cioè che vogliamo fare, come vogliamo farlo, eccetera, e una di alleanze, perché perfino negli incubi più ricorrenti di Montalbano l’ipotesi di bastare a se stessi per il PD è una chimera.
Quanto alla prima, lo abbiamo visto e detto: un Partito che va da Carlo Calenda a Nicola Fratoianni, faccio per dire, non esiste, almeno nel senso che un programma tra costoro non può essere steso se non nella forma oscena nella quale è stato steso quello tra stellini e leghisti, cioè nella forma di un pasticcio di mero compromesso, nel senso peggiore del termine: ‘io ti do una cosa a te …’.
Quanto alla seconda, non si riesce minimamente a capire come e con chi si facciano le alleanze, visto che il partito (che in realtà sarebbero due o tre) ha al suo interno odi reciproci difficilmente sanabili: basti pensare a Renzi, che certamente, attraverso Calenda e non solo, farà le barricate.

L’altro aspetto da non trascurare è Di Maio e, in linea subordinata, Alessandro Di Battista.
Di Maio punta al potere e basta, e credo che cominci a temere di non avere moltissime speranze di conservare la sua posizione in caso di nuove elezioni.
A parte le regolette del partito, tutte superabili facilmente, come abbiamo visto, è, chiaro come il sole che Di Maio ‘reggeancora il partito grazie al fatto che la suabase’ (i parlamentari) è in gran parte composta da yes-men, privi di esperienza politica, di relazioni, di conoscenza della macchina dello Stato e della politica. Ciò non toglie che i pochi in grado di pensare da sé cominciano visibilmente a cercare un protagonismo alternativo a quello di Di Maio, ‘il capo’. In fondo, è proprio questo il punto: un partito non si può reggere su un capo assoluto e onnipotente, tanto più se nominato da altri (Casaleggio in effetti) e che fa tutto e il suo contrario senza alcun confronto con una base, anche quella parlamentare, che in effetti non esiste. Però, o per giunta, come in ogni organizzazione del genere, ilcapoè osannato finché vince, dopo i capi vengono fatti fuori: questa è la ‘regola’. E da un bel po’ Di Maio non vince.

Anzi, perde clamorosamente. Può apparire incredibile, ma ogni scontro tra i due dioscuri porta acqua al mulino di Salvini; non so e non voglio indagare perché, ma è così e, sospetto, Salvini lo ha capito e ci gioca digrignando vistosamente i denti. Certo, appunto, ‘vincela durezza, il muso duro, le parole violente, l’apparente linea dritta e imperturbabile, il disprezzo per gli avversari e per i Paesi stranieri, la mitragliatrice tra le mani, mentre ‘perdela superficialità, la propaganda, la leziosità ridicola. D’accordo e lasciamo ai sociologi l’analisi del problema.
Il fatto è che la gente, al di là della identificazione con chi insulta e fa il bullo, percepisce l’inconsistenza politica e umana (di Conte, Dibba, Di Maio, eccetera) e sceglie la durezza e la faccia di bronzo.

Però il punto, politico, resta ed è il problema vero. Di Maio ha interesse e necessità assoluta di attaccare per cercare di guadagnare consensi, e di farlo sull’unico terreno sul quale è (meglio: crede di essere) forte: quello dellaintegrità’, insomma della ‘o-ne-stà’, che però comincia a franare o almeno a sbriciolarsi. Sia per i problemi sempre più gravi di Raggi, sia per i versamenti fasulli, sia, negli ultimi giorni, per le critiche proprio sull’onestà di Raffaele Cantone.

Infatti, credo, il problema vero di Di Maio è che la gente alla loro conclamata onestà non crede più, o almeno non ritiene che sia un merito sufficiente, a fronte della sempre più evidente incapacità di gestione, e pochezza di risultati.

La gente vede, invece, in Salvini uno che gli promette dei soldi molto più veri e concreti del reddito di cittadinanza: i soldi delle pensioni anticipate, quelli della riduzione delle imposte, attenzione, a parità di controlli. Il ragionamento dei leghisti, infatti è chiarissimo per chi capisce come stanno le cose: prima vi riduco le tasse e poi cercheremo di farle pagare a tutti, prima rottamo le cartelle e poi faremo pagare irrevocabilmente, prima ti faccio pagare il 15% di tasse, poi se l’anno venturo guadagni di più basta rinviare gli incassi e paghi lo stesso, e così via, ora forse anche con un mini o maxi-condono edilizio, pare.

Il tutto in un clima nel quale Salvini, col pugno duro, sembra prevalere: mi riferisco alla ‘promessadi far cambiare atteggiamento all’Europa e alla realizzazione delniente migranti’ che è diventato il tema più forte di Salvini, che da un lato è riuscito a dare l’impressione di avere fermato una invasione che non esisteva e non esiste, ma dall’altro riesce a fare dimenticare il non piccolo particolare di non riuscire a rimpatriare più di qualche migrante, e per di più di avere creato un numero enorme di ‘irregolari’ con la sua legge, e ciò, mi pare evidente, lo ha fatto scientificamente, proprio allo scopo di potere continuare a battere sul tema invasione di migranti delinquenti, anzi, delinquenti e basta. È di qualche giorno fa la dichiarazione di quel sindaco leghista, che crea le ‘zone rosse’ per impedire l’accesso ai migranti delinquenti, dove i due sostantivi sono recitati come sinonimi.
E ciò a Salvini serve ancora e molto, perché le altre cose sulle quali spera di mietere consensi (Europa e tasse) richiedono tempo e non sono di facile realizzazione.

Dunque, per assurdo se vogliamo, ma non poi tanto, il più interessato a non fare cadere il Governo è proprio Salvini. Così per lui va tutto bene: guadagna voti e indebolisce l’avversario alleato, che si trova completamente irretito. Tanto più che, alle spinte che provengono da qualcuno nel partito delle stelle per accelerare la rottura, Di Maio deve necessariamente opporsi, magari con la leziosa e volgare foto di ‘famiglia’ (non la sua, quella è scomparsa) con le ‘pinne e gli occhiali’, perché sa che una rottura porterebbe ad elezioni, e quindi alla sua sostituzione con qualcun altro -leggi: il falegname indiano!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.