sabato, Maggio 30

Salva Kiir compromette gli accordi di pace La possibile fine del secondo accordo di pace

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A distanza di 14 giorni anche il secondo accordo di pace sembra essere destinato a seguire le sorti del primo firmato lo scorso gennaio. Violenti combattimenti si registrano negli Stati di Jonglei, Upper Nile e Unity. I principali attori del conflitto, il presidente Salva Kiir e l’ex vice presidente Riek Machar stanno utilizzando la BBC per lanciarsi reciproche accuse sul mancato rispetto del cessate il fuoco. La situazione umanitaria è drammatica. I primi casi di colera sono stati registrati nei campi di accoglienza per i sfollati a Juba, nonostante la nutrita presenza di ONG internazionali e agenzie umanitarie ONU. Inquietanti interrogativi sorgono visto che il colera è una malattia originata da scarse condizioni igieniche e acqua contaminata. Osservando le foto che illustrano le condizioni in cui i sfollati vivono in questi campi di accoglienza può sorgere il dubbio che l’universo umanitario sia fortemente deficitario nel prestare la necessaria e dovuta assistenza.

Le maggiori resistenze per l’applicazione degli accordi di pace provengono dal presidente Salva Kiir. Gli accordi prevedevano l’immediato cessate il fuoco, la creazione di un governo di unità nazionale (a cui Kiir e Machar dovrebbero partecipare), la stesura della Costituzione che languisce dal 2012, l’avvio della riconciliazione nazionale, riforme democratiche e la preparazione alle elezioni previste nel 2015.  In una intervista alla rete ugandese NTV Uganda il Presidente Kiir ha affermato di essere stato costretto a firmare un accordo di pace impraticabile.

Il principale ostacolo posto dal presidente Kiir riguarda la composizione del governo di unità nazionale. Il Ministro dell’informazione Michael Makuei che ricopre anche la carica di portaparola del governo, il 17 maggio 2014 ha affermato ai media regionali che non può essere accettata la proposta di condividere il potere all’interno del governo di unità nazionale tra un presidente democraticamente eletto e i ribelli che stanno tentando di destabilizzare il paese e conquistare il potere con l’uso delle armi e della violenza.

Secondo Makuei sarebbe in atto un complotto occidentale per costringere il presidente Kiir ad accettare una divisione del potere con il suo antagonista nell’ottica di eliminarlo progressivamente dalla scena politica. «Le proposte di dimissioni dalla presidenza sono inaccettabili e impraticabili in quanto Salva Kiir detiene il diritto riconosciuto a livello internazionale di finire il suo mandato essendo stato democraticamente eletto. Salva Kiir deve finire il suo mandato che scade nel aprile 2015», dichiara Makuei.

Questo diritto internazionale viene però messo in dubbio dalla decisione unilaterale presa dal presidente Kiir di rinviare le elezioni previste nel 2015 a data da concordare nel palese tentativo di prolungare artificialmente il suo mandato.

Ha inoltre preteso di avvalersi della facoltà di scegliere personalmente la maggioranza dei ministri che formeranno il nuovo governo. Secondo Kiir il suo rivale non ha alcuna autorità e diritto di scegliere dei ministri né di partecipare al governo.

Anche la fase di “start up” per  realizzare il governo di unità nazionale non sembra chiara ed è oggetto di intense negoziazioni in corso tra le due parti ad Addis Abeba.

Tentativi regionali di pressione contro Salva Kiir sono stati attuati all’inizio della settimana durante un incontro svoltosi a Nairobi. Nell’occasione Kenya ed Etiopia hanno richiesto al presidente sud sudanese di rispettare alla lettera gli accordi firmati e lo hanno minacciato di pesanti conseguenze qualora non ritirasse la decisione presa di rinviare le elezioni. Purtroppo queste pressioni non sembrano abbiano prodotto i risultati sperati. La riunione si è conclusa senza alcun accordo. Il presidente Uhuru Kenyatta, ora dovrà indicare la data per la prossima riunione regionale sul Sud Sudan.

La dura opposizione del presidente è spiegabile tramite l’appoggio dei suoi principali alleati, Cina e Uganda. La Cina è direttamente colpita dalla prolungata crisi sud sudanese. Pechino assicura al Governo di Juba il 80% delle esportazioni di greggio, quantità considerata vitale per lo sviluppo industriale ed economico della Cina e per il sostegno finanziario del governo africano. Le esportazioni di petrolio rappresentano il 97% delle entrate sud sudanesi. Nel 2010 quotidianamente venivano esportati in Cina 384.000 barili, il 5% del totale delle importazioni di greggio del gigante asiatico.

Gli sforzi fino ad ora attuati da Pechino per assumere il ruolo di mediatore tra le parti in conflitto sono stati sistematicamente neutralizzati dalla diplomazia occidentale in primis quella americana con il chiaro intento di spazzar via la Cina da questo importante paese produttore di petrolio. Pechino all’epoca pensava di replicare i successi ottenuti grazie alla mediazione svolta nel 2012 tra Sudan e Sud Sudan che aveva riappacificato i due paesi ed evitato l’ennesimo conflitto.

Il boicottaggio agli sforzi diplomatici e l’emergere di un asse avverso, quello di Khartoum-Washington-Addis Abeba, ha spinto il Partito Comunista Cinese ad entrare attivamente nel conflitto, alleandosi con l’Uganda e sostenendo parte del esoso sforzo bellico in atto per salvaguardare il governo Kiir. In Sud Sudan per la prima volta la Cina è stata costretta a rivedere la sua politica di non interferenza fino ad ora considerata come un modello di relazioni diplomatiche indiscutibile. Il Sud Sudan sta rappresentando una delle maggior sfide per l’imperialismo economico di Pechino e un laboratorio che potrebbe portare la Cina ad una politica estera più aggressiva e militare nel Continente Africano.

«Indipendentemente dagli esiti che scaturiranno, il Sud Sudan rappresenta per la Cina un esperimento che influenzerà le future decisioni di Pechino in politica estera. Si intravvede la volontà della Cina di diventare una potenza militare capace di influenzare le vicende mondiali e di acquisire nuove sfere di influenza non solo unicamente contando sulla sua forza di penetrazione economica. Se i piani destinati al Sud Sudan non si realizzeranno Pechino potrà imparare dalle difficoltà ed errori commessi in questa crisi per essere maggiormente preparata alle future crisi in Africa», afferma Deborah Brautigam, professoressa di Politica Internazionale ed politica cinese presso l’Università per gli studi internazionali John Hopkins.

Dinnanzi al fallimento di partecipare al contiengente di pace del  IGAD (Autoritá Intergovernativa per lo Sviluppo), il predidente ugandese Yoweri Museveni ha chiarito che la presenza del Ugandan People’s Defense Forces (UPDF) in Sud Sudan è essenziale, proponendo una collaborazione tra le truppe ugandesi e quelle africane che dovrebbero giungere nel paese. L’Etiopia, paese predisposto al comando di questa forza di pace africana, sta esaminando la proposta. Attualmente le truppe ugandesi hanno tracciato una linea di fronte oltre la capitale dello Stato di Jongely, Bor che di fatto taglia in due il paese.

Per rafforzare la legalità della presenza del UPDF nel paese, il presidente Salva Kiir ha ribadito che l’intervento è stato ufficialmente richiesto dal governo sud sudanese per impedire un genocidio. Una versione di comodo visto che inizialmente i soldati ugandesi si riversarono nella capitale per facilitare la presa di potere della ribellione guidata da Riek Machar a distanza di due giorni dall’inzio della crisi: 15 dicembre 2013, commissariando di fatto la capitale e mettendo agli arresti domiciliari il presidente Kiir. Il repentino cambiamento di alleanze e la decisione di proteggere il presidente Kiir sono state motivate da gravi dichiarazioni di Machar sulla gestione degli idrocarburi che hanno direttamente minacciato gli interessi ugandesi in Sud Sudan.

Il governo di Juba ha dichiarato la disponibilità di pagare le spese di carburante per l’intervento militare dell’uganda, dichiara ai media regionali il Capo della Difesa ugandese, il Generale Katumba Wamala che ha approfittato dell’occasione negare l’utilizzo delle bombe “cluster” (frammetanzione multipla) che sono proibite a livello internazionale, escuso Cina, Russia e Stati Uniti che sono anche paesi produttori di questa micidale arma di sterminio. L’accusa proviene da un recente rapporto delle Nazioni Unite.

Da notare che il Sud Sudan sta già pagando gran parte delle spese dell’inervento UPDF, utilizzando le ultime risorse che rimangono nei depositi di valuta estera della Banca Centrale mentre 1,5 miliondi di suoi cittadini stanno soffrendo la fame causa il conflitto. Molto probabilmente a breve il goveno di Juba sará costretto a impeganre la futura produzione petrolifera per pagare l’opera di mercenariato ugandese. Proprio quello che l’Uganda vuole. Un’alternativa per Juba sarebbe quella di chiedere a Pechino l’aumento del suo sforzo finanziario al conflitto, ma anche in questo caso la contropartita rimarebbe il petrolio.

La presenza del UPDF in Sud Sudan è favorita dall’incapacità del Igad di inviare le truppe del Rapid Protection Force (Forza Rapida di Protezione). Il principale ostacolo è quello finanziario. Fino ad ora i principali donatori di questa forza africana: Stati Uniti, Norvegia e Gran Bretagna non hanno ancora stanziato i fondi per il necessario finanziamento. Questo sta impedendo anche l’invio del personale per verificare il rispetto del cessate al fuoco sulla linea del fronte. I ritardi subiti stanno creando una profonda divisione all’interno dei Stati membri del IGAD. Il Kenya sta spingendo per una soluzione diplomatica della crisi mentre l’Etopia per l’intervento militare.

«Era chiaro a tutti fin dal giorno che il periodo successivo alla firma del secondo accordo di pace era il più pericoloso e delicato. Evidente la necessità di inviare truppe che, collaborando con i caschi blu delle Nazioni Unite, facciano rispettare il cessate il fuoco e proteggano la popolazione. Perché queste truppe non sono ancora dispiegate in Sud Sudan nonostante la gravità della situazione?» si chiede Eric Reeves un ricercatore di politica internazionale degli Stati Uniti, sottolineando che non è avvenuto nemmeno il promesso rinforzo dei caschi blu ONU della missione UNMISS.

«Dove sono le truppe IGAD e quelle delle Nazioni Unite? Non c’è tempo da perdere. Il mancato arrivo di queste truppe aumenta la possibilità che il conflitto continui e si inasprisca», gli fa eco David Pulkok esperto ugandese di sicurezza militare regionale.

Stati Uniti, Norvegia e Gran Bretagna sono stati i principali attori stranieri a spingere per la firma degli accordi di pace minacciando gravi sanzioni economiche entrambi i protagonisti dell’inferno sud sudanese. Ora l’accordo di pace voluto da queste potenze occidentali rischia di crollare proprio per il loro mancato sostegno finanziario alla forza di pace africana.

Gli osservatori regionali stanno sospettando che il presidente Kiir e il dottor Machar stiano prendendo vantaggio sulla lenta e contraddittoria riposta internazionale a porre fine ad un conflitto che si è ormai irrimediabilmente trasformato in una guerra etnica con tentativi di genocidio. L’imminente arrivo delle piogge sarà l’unico fattore esterno che obbligherà i contendenti a rispettare il cessate il fuoco. Gli ultimi incerti e contrastanti sviluppi militari sul terreno fanno pensare alla possibilità che il paese venga diviso dalla linea di fronte tracciata dall’esercito ugandese con il nord del Sud Sudan per la maggior parte in mano alla ribellione e il sud controllato dalle forze governative.

 

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