lunedì, Settembre 23

Salone del Libro e Casal Bruciato, intellettuali e politici a braccetto Sindache di Torino e Roma e Governatore del Piemonte vincono per distacco contro Salvini, Di Maio e tutti quegli uomini di cultura che certo non avrebbero allungato l’elenco dei docenti che rifiutarono di firmare il documento di fedeltà al fascismo

0

Se dovessimo stilare una graduatoria delle benemerenze civili di questa settimana, il podio sarebbe tutto delle sindache di Torino e di Roma, insieme al Presidente della Regione Piemonte. Vincono per distacco, perché prendono posizioni chiare sulle vicende di Casal Bruciato e del Salone del Libro di Torino.

Il fatto che si tratti di tre politici è una notizia, considerato il livello di banalità e di opportunismo cui ci siamo assuefatti, grazie ai leader dei due partiti al Governo, la cui unica competenza è quella di parlare alla parte del sistema nervoso che ci avvicina ai rettili, sguazzandovi con la disinvoltura di papere in uno stagno. A loro tengono compagnia tanti uomini di cultura che certo non avrebbero allungato l’elenco dei docenti che rifiutarono di firmare il documento di fedeltà al fascismo.
Già, perché un conto sono le comparsate televisive e le interviste, un conto è prendere posizione quando c’è qualche prezzo da pagare. Lo abbiamo visto a Torino, in occasione delle polemiche legate alla presenza in Fiera di un editore di estrema destra, che senza problemi si definisce fascista, e dichiara che il vero problema dell’Italia è l’antifascismo. Dunque, non è la polmonite il pericolo, bensì gli antibiotici, non la poliomielite semmai il vaccino.
«Il vero problema di Palermo è il traffico», diceva il mafioso in un film di Roberto Benigni.

Una questione analoga, si era posta con l’entrata in politica di Silvio Berlusconi, quando molti intellettuali che oggi fanno sfoggio di progressismo, vivevano felici nella pancia della Mondadori, delle Reti Mediaset e dei giornali padronali.

Di recente mi sono trovato coinvolto in una disputa surreale con un personaggio, pure stimato, che difendeva un tizio indifendibile, con una preclara storia di opportunismo editoriale alle spalle. Non capivo la ragione dell’accanimento, per fortuna dopo qualche giorno sono stato riportato alla realtà da uno dei miei figli. “Papà, forse ti è sfuggito”, in effetti non lo sapevo, “ma la persona con la quale stai disputando è l’editore per il quale scrive l’opportunista”. Come non detto.

Dunque, quando oggi parliamo di intellettuali e del loro ruolo, non ci riferiamo a quelli che prima di pigolare si chiedono se gli conviene, ma a coloro che rifiutarono di strisciare davanti a Benito Mussolini. A Torino in pochi si sono chiamati fuori.
Posso capire, tutti teniamo famiglia, mi rendo conto che un piccolo editore che aveva pagato uno spazio, non poteva certo buttare dalla finestra migliaia di euro. Quelli che
danno fastidio sono certi scrittori e scrittrici, grilli parlanti in servizio permanente. Anche stavolta se la sono cantata e suonata secondo le convenienze, pure la scrittrice interventista compulsiva, che non si è sentita di abbracciare scelte impegnative, come invece aveva fatto Zerocalcare.

Interessante la posizione del direttore del Festival, Nicola Lagioia, che in un primo momento giustificava l’imbarazzante ospitalità sostenendo che fino a quando uno non è condannato non si può cacciare, salvo poi sposare in pieno la tesi contraria.

Il punto è che oggi non è certo che l’intellettuale abbia un solo pensiero, preferisce averne diversi, in fondo è un uomo del suo tempo, quindi segue le regole vigenti, quelle dell’eclettismo militante.

Allo stesso livello si collocano i giochi di Matteo Salvini, ragazzo insicuro (non sembri sorprendente) che mette la maschera del fascista per darsi un tono, ma anche di Luigi Di Maio, che sotto l’abbigliamento rassicurante del proclamatore mormone, nasconde un’aggressività meno aperta, ma per tanti versi ancora più insidiosa, di quella grossolana esibita dall’altro. Rivelatrice è la sua reazione al blitz della sindaca di Roma, Virginia Raggi, presso il quartiere di Casal Bruciato, in difesa del diritto di una famiglia Rom, assegnataria di una casa popolare, aggredita da qualche decina di facinorosi con gesti e toni degni delle squadracce fasciste. Luigi di Maio si è dichiarato scontento della presenza della sua collega di partito e anche dell’assegnazione della casa a quei poveri cristi, minacciati da un’orda inqualificabile, poiché per lui andrebbero privilegiati i romani. I politici veri, non questi pezzi di cartone, cambierebbero le norme delle assegnazioni, ma loro non vogliono risolvere i problemi, preferiscono sfruttarne gli elementi esplosivi, favoriti da tante belle addormentate che si bevono in silenzio anche l’acqua degli scarichi.

Meglio, molto meglio, Matteo Salvini, che almeno non esibisce quell’aria da chierichetto trasognato, rendendo chiare, dunque aggredibili, le sue posizioni.
Il leader 5S incarna meglio di chiunque altro, pure nelle espressioni facciali, l’attualità sfuggente della politica e della cultura italiane, molto presente nel lato oscuro del Movimento, in quell’ambiguità cinica e radicale pronta a condensarsi di volta in volta in prese di posizione istantanee, prive di valore etico, ma bene attente a sposare gli orientamenti prevalenti. Incredibile la mutazione di atteggiamento nei confronti dell’alleato, non dovuta a sostanziali disaccordi, trattandosi di due fascismi complementari, ma a puri calcoli elettorali.
In fondo il leader della Lega è rimasto sempre lo stesso dal giorno dell’inizio della comune esperienza governativa, mentre la posizione dei Cinque Stelle è stata modificata dall’andamento dei sondaggi, perché dei diritti violati a Di Maio e ai suoi non interessa alcunché.

I due leader condividono un passato personale e frustrante, in linea con le loro mediocri dotazioni, la loro entrata in politica è una logica conseguenza, costituendo questa un ascensore rapidissimo, alla portata di chiunque possieda ambizioni grandi e talenti omeopatici. Una condizione molto comune tra i personaggi responsabili di grandi catastrofi collettive.
Chi era niente e diventa tutto attraverso la lotteria della politica, non molla mai la posizione raggiunta, poiché essa genera gravi dipendenze, non di rado patologie vere e proprie che andrebbero riconosciute e curate nell’interesse collettivo.
Chi varca quell’uscio non se ne vuole andare, identificandovi per intero la propria vita, ma perdendo di vista quella dei cittadini. In quest’impresa,
i politici sono accompagnati dagli intellettuali del giorno dopo, che entrano in acqua solo quando gli altri si sono fatti una bella nuotata e raccontano che l’acqua è tiepida e poco profonda.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore