venerdì, Agosto 7

Sahel: l’altro risvolto della medaglia Libia In Sahel Macron è disarmato: il problema è lo stesso della Libia. Serve la soluzione politica messa in campo dai governi locali, lo strumento militare francese o degli altri partner deve essere messo a supporto dell’azione politica

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Nel corso del vertice di Berlino sulla Libia di ieri,Emmanuel Macron ha sottolineato la sua preoccupazione per l’arrivo in Libia di combattenti siriani e stranieri a Tripoli (inviati dalla Turchia) ma non solo, mercenari e armi che, dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, attraversano i confini porosi, manodopera per i gruppi jihadisti che infestano la regione. Il cruccio del Presidente francese è lo Sahel, dove, proprio ieri, era in missione la sua Ministro della Difesa, Florence Parly, accompagnata dai suoi omologhi di Portogallo, Svezia e Estonia, Paesi impegnati nella nascente forza Takuba -‘sponda’ in tamashek, la lingua dei Tuareg- un raggruppamento di forze speciali europee che dovrebbe essere operativo in estate. Paesi, quelli dello Sahel –Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritaniabollenti, a rischio ulteriore per i riflessi della crescente instabilità libica. I gruppi armati jihadisti attivi a sud del Sahara dal 2012 puntano, infatti, a costruire un nuovo ‘califfato’, proprio alle porte della Libia e dell’Europa.

A margine della Conferenza, Angela Merkel ha dovuto mettere la sordina al disappunto degli Stati africani del Sahel che guardano con ansia alla Libia e che a Berlino non sono stati invitati.Questi Paesi deplorano il loro mancato coinvolgimento diplomatico nella ricerca di una soluzione al conflitto libico. «La comunitàinternazionale è responsabile per quanto ci sta succedendo, conseguenza diretta della sua decisione disastrosa di intervenire in Libia», ha detto nelle scorse settimane il Presidente nigerino Mahamadou Issoufou, in riferimento all’intervento internazionale del 2011. «La Libia è africana, quindi non possiamo risolvere il problema della Libia lasciando l’Unione africana ai margini», aveva detto Issoufou. «Il caos in Libia è la principale fonte di destabilizzazione nell’intero Sahel» gli aveva fatto ecco il capo di Stato ciadiano Idriss Déby.
A presentare le istanze e proposte africane alla conferenza di Berlino è stato il Presidente della commissione dell’Unione Africana, il ciadiano Moussa Faki. «I Paesi confinanti quali Ciad, Sudan, Tunisia, Algeria e Egitto, importanti membri dell’Unione africana patiscono le conseguenze dirette della crisi libica. Abbiamo costantemente chiesto un ruolo più centrale nel processo in atto,ma siamo stati costantemente ignorati» ha dichiarato Ebba Kalondo, portavoce di Faki.
Il loro non coinvolgimento, in effetti, potrebbe rivelarsi a breve il secondo grande errore europeo, dopo gli attacchi francesi del 2011.
Emmanuel Macron a Berlino ha provatoevidenziare il collegamento tra i due scenari,quello libico e quello dello Sahel, e l’urgenza di arginare la minaccia terroristica nei 5 Paesi, probabilmente pure lui senza preoccuparsi troppo dell’assenza di questi Paesi dal tavolo di Berlino, considerato che ritiene la Francia ‘padrino’dell’area.

Il tema del terrorismo jihadista e dell’ambizione al califfato, è stato al centro del vertice francese di una settimana fa dei G5 Sahel, a Pau, dove, invitati da Macron, si sono riuniti i cinque capi di Stato africani, per discutere la strategia attuata direttamente da questi Paesi del Sahel, per combattere contro Daesh.
Nel corso del vertice, i 5 hanno annunciato una serie di misure per recuperare il terreno sui gruppi armati, tra cui la creazione di una ‘coalizione per il Sahel’.
Dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato di voler ridurre la propria presenza militare nel cuore dell’Africa, Parigi si è attivata per riconfermare la sua leadership dell’area e per trovare nuovi partner pronti a integrare Takubae arginare l’espansione jihadista, cominciata nel 2012 in Mali, contagiando poi Niger e Burkina Faso.
Che si tratti di un’emergenza sicurezza lo evidenziano i numeri. In meno di due mesi nella vasta e instabile regione a sud della Libia, circa 300 persone sono morte in un crescendo di attacchi terroristici; e il temuto Stato islamico del Grande Sahara è ora in posizione dominante rispetto ai gruppi collegati ad Al Qaida, maggiormente attivi in un recente passato. Secondo l’Onu, nel 2019 piùdi 4.000 persone tra militari e civili, hanno perso la vita in attentati perpetrati da gruppi jihadisti in Burkina Faso, Mali e Niger, un incremento di cinque volte rispetto ai livelli del 2016.

Un pesante bilancio di attacchi e vittime nonostante la presenza di truppe francesi dell’operazione Barkhane -4.500 soldati dispiegati a partire dal 2013- sostenuta dagli Stati Uniti che forniscono assistenza logistica e supporto di intelligence, da 50 militari estoni oltre ad elicotteri messi a disposizione da Gran Bretagna e Danimarca. A questi si aggiungono i 15.000 uomini della Missione Onu di mantenimento della pace in Mali (Minusma), attiva nella regione dal 2013, e di cui ora Washington chiede il ridimensionamento, mentre Parigi e Mosca sono contrari.

Roch Marc Christian Kaboré, Presidente del Burkina Faso (il Paese che è considerato il ‘grande untore), il capo di Stato maliano Ibrahim Boubacar Keita, il mauritano Mohamed Ould Cheikh El Ghazouani, il nigerino Issoufou e il ciadiano Déby, hanno deciso di rafforzare il coordinamento della loro azione militare,concentrandola sulla zona dei tre confini – Mali, Niger, Burkina – e sulla lotta allo Stato islamico del Grande Sahara. Un coordinamento che verràattuato «sotto il comando congiunto della forza Barkhane e della forza congiunta G5 Sahel», secondo quanto emerso dalla conferenza di Pau. Un nuovo vertice tra il G5 Sahel e il partner francese èprevisto per giugno a Nouakchott, per un primo bilancio sulla strategia annunciata.

Nel 2017 era stata formalmente istituita una forza congiunta nota come ‘G5 Sahel’, composta dai contingenti forniti dagli Stati membri – Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger – che prevedeva la presenza di 5.000 uomini posti sotto comando regionale comune. Difficoltà logistiche, ristrettezze finanziarie e problemi interni di gestione ne hanno fortemente limitato le capacità operative, accanto ai soldati di Barkhane.
Parigi, a cui i capi di Stato riuniti a Pau lo scorso lunedì hanno chiesto il prosieguo dell’impegno militare della Francia nel Sahel, punta alla formazione di una grandeCoalizione per il Sahel’, per evitare la creazione di un santuario jihadista, ha avvertito il Ministero della Difesa francese, auspicando un ‘re-impegno di tutti’ nell’area.
Ulteriori 220 soldati francesi sono stati dispiegati e l’Estonia si è impegnata a mettere a disposizione altri 40 militari per Takuba. Per il momento, Barkhane beneficia di rinforzi estoni, britannici (tre elicotteri pesanti Chinook) e danesi (due elicotteri pesanti Merlin), nonché supporto cruciale da parte degli Stati Uniti per intelligence e logistica.
L’Unione europea e gli Stati membri hanno giàspeso 155 milioni di euro per sostenere il G5 Sahel dalla sua creazione, e ora Bruxelles ha dato via libera ad un ulteriore finanziamento da 138 milioni. Negli ultimi mesi i partner europei hanno, inoltre, consegnato alle forze armate dei Paesi africani maggiormente colpiti dagli attacchi decine di veicoli blindati, fondamentali per evitare mine e imboscate. Anche gli Emirati Arabi sono intervenuti, facendo arrivare a Bamako i primi 13 blindati di fabbricazione russa dei 130 promessi.

L‘intervento francese nel Sahel sta generando,però, proteste da parte delle popolazioni locali che stanno mettendo in discussione le reali intenzioni della Francia, oltre alla reale utilità, chiedendosi se la presenza di forze esterne, in particolare quella dei soldati francesi, non abbia aggravato la situazione. Dubbio avanzato anche da molti analisti internazionali.

Domande che si trasformano in manifestazioni in Mali, Burkina Faso e Niger in particolare, contro l’ex potenza coloniale. Secondo alcuni osservatori, la presenza della Francia non è più desiderata in questi Paesi. Il 10 gennaio, pochi giorni prima dell’incontro di Macron con i leader del Sahel, i discorsi anti-francesi sono risuonati nel raduno di alcune centinaia di persone nel centro di Bamako, in Mali. I manifestanti si sono lamentati del fatto che «è la Francia a eleggere tutti i presidenti africani che sono in balia della Francia», e che, nonostante tutto questo mondo dispiegato sul territorio del loro Paese, i terroristi «vengono e fanno ciò che vogliono».
Il fatto che l’insicurezza nello Sahel sia legata anche all’instabilità che regna in Libia, provocata dall’intervento della Francia del 2011, è un altro argomento che scredita la presenza francese nel Sahel.
Nove anni dopo questo intervento che gettò il Paese nel caos totale, la Francia rafforza la sua presenza militare nello Sahel.

Una presenza nello Sahel che trova ragione nella stessa Libia, il Paese con le maggiori riserve di petrolio in Africa ancora tutte da sfruttare. Il controllo dello Sahel, poi, è un modo per la Francia per difendere i propri interessi dagli attacchi di Paesi come Cina, Canada o Paesi del Golfo che stanno investendo sempre di più per sfruttare le risorse dello Sahel. La presenza francese si spiega così in termini di uranio, fondamentale per il nucleare, bauxite, per ricavare l’alluminio, oro,gas, petrolio, quest’ultimo il vero legame tra Libia e Sahel nella testa dell’inquilino dell’Eliseo. Il terrorismo, secondo molti osservatori, sarebbe solo una scusa, quanto meno, un motivo di secondo piano rispetto agli interessi economici.

Con le sue truppe nella regione, la Francia mirerebbe, dunque, innanzitutto a proteggere gli interessi economici di molte compagnie francesipresenti nello Sahel. Dal Gruppo Orano, presente in Niger da mezzo secolo per sfruttare uranio e siti minerari nel Paese o BNP Paribas, presente in Mali attraverso la controllata BICIM, per non parlare della compagnia petrolifera Total.

Il problema che si pone ora a Parigi è che l’operazione Barkhane, subentrata dall’operazione Serval il 1 ° agosto 2014, è una forza considerata dagli analisti insufficiente a completare la pacificazione del Sahel e la ricostruzione dei suoi fragili Stati. Mentre Takuba non ha trovato l’assenso dei partner europei, a partire dalla Germania. Solo l’Estonia, già presente a Barkhane, in Belgio e nella Repubblica Ceca, ha risposto positivamente, offrendo una partecipazione che gli analisti considerano ‘quasi simbolica’.
Se si considera che, analisti e osservatori locali oramai sono concordi nell’affermare, come ha fatto di recente Crisis Group, che
non è solo il jihadismo internazionale portato da gruppi terroristici transnazionali, ma un’ondata di un’ondata di insurrezioni e rivolte contro gli Stati che attraggono una parte non trascurabile delle popolazioni rurali, a minacciare i Paesi dell’area, si capisce che per la Francia il problema Sahel è un grosso problema. Per altro, per nulla mitigato dopo la Conferenza di Berlino, che nonpoteva porsi il problema di Parigi e che ben poco ha concluso per la Libia.

La Francia ha una strategia di uscita? Si chiedeva ieri ‘The Arab Weekly, concludendo «solo la riabilitazione di Stati africani sovrani, rappresentativi ed efficienti può forse drenare il pozzo nero del terrorismo». ‘Stati africani sovrani’: è il problema che ha provato affrontare la Conferenza di Berlino, è il problema che si pone in Libia come nello Sahel.
Secondo Crisis Group. nessuna vittoria militare potrà arginare un fenomeno alimentato dalla contestazione sociale e politica e dalla denuncia delle élite che li causano. La risposta è quindi politica. Serve che gli Stati saheliani assumano l’iniziativa politica senza la quale la crisi non si risolverà. Ciò richiede che la Francia accetti di lavorare al servizio di una strategia politica definita dai governi che dice di sostenere. Il tutto sconvolge abitudini di vecchia data, ammette Crisis Group.
Stessa situazione che si pone alla comunità internazionale in Libia. Si tratta di mettere lo strumento militare al servizio dell’azione politica, nell’interesse dei singoli Stati, non nell’interesse di Francia, piuttosto che Turchia, piuttosto che Russia, o di altri, e di metterlo in campo per davvero.

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