mercoledì, Agosto 21

Rwanda, vent'anni dopo field_506ffb1d3dbe2

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Rwandan-Genocide
 
Kigali – Sabato 8 gennaio 1994. Il Generale Roméo Dallaire, al comando del contingente di pace ONU in Rwanda, invia un fax codificato al Quartiere Generale delle Nazioni Unite fornendo una dettagliata lista di nomi degli squadroni della morte organizzati dal Governo nazional-nazista di Juvénal Habyarimana, e denunciando chiaramente il loro intento: lo sterminio totale dei Tutsi. Il messaggio passerà alla storia con il nome ‘Genocide Fax’, il Fax del Genocidio.

Il Generale Dallaire, supportato da prove inconfutabili, chiede il permesso di scatenare un’offensiva militare per smantellare la rete genocidaria prima che entri in azione, avvertendo che il genocidio è previsto a breve termine.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invia il rifiuto all’offensiva militare proposta dal Generale Dallaire nonostante la sua missione in Rwanda abbia il compito di mantenere la pace nel Paese, proteggere la popolazione civile e favorire la creazione di un Governo di transizione composto dal Governo al potere del Presidente Habyarimana e dalle forze ribelli, il Fronte Patriottico Ruandese guidato da Paul Kagame.
Il rifiuto sarà il preludio dell’ultimo olocausto del Ventesimo secolo, definito anche la ‘Shoah africana’. Il 6 aprile 1994 inizieranno le danze. In cento maledetti giorni il rullo compressore dell’organizzazione genocidaria sterminerà un milione di tutsi e hutu moderati.

Solo la vittoria del Fronte Patriottico Ruandese metterà fine al genocidio. I Caschi Blu saranno costretti alla passività dal Quartiere Generale ONU a New York, nonostante un reparto del contingente belga venga barbaramente massacrato dalle milizie interahamwe e i corpi nudi gettati dietro l’ospedale generale di Kigali, assieme all’immondizia. Il Generale Dallaire avrebbe dato le dimissioni dalle Nazioni Unite trascorrendo lunghi anni nella depressione tentando di suicidarsi per tre volte. Nel 2003 scriverà un libro denuncia contro le Nazioni Unite: ‘Shake Hands With The Devil. The failure of Humanity in Rwanda’ (Stringere le mani al diavolo. Il fallimento dell’umanità in Rwanda).

Il Rwanda è riuscito a sopravvivere all’Olocausto e ai successivi due anni durante i quali l’ex Esercito del Presidente Habyarimana (Force Armees Rwandais) e le milizie genocidarie Interahamwe – protette dalle Agenzie Umanitarie ONU e varie Ong Internazionali nel vicino Zaire -, lanceranno continui attacchi terroristici in Rwanda.
Organizzate e finanziate dalla Francia, inizialmente tenteranno di riconquistare il potere, successivamente di seminare terrore ed eliminare i testimoni sopravvissuti.
Questa ultima minaccia sarà sventata con l’invasione dello Zaire attuata dalle forze armate ruandesi nel 1996, assieme agli eserciti angolano, burundese, ugandese e una ribellione congolese di comodo capitanata da Laurent Désiré Kabila, il padre dell’attuale Presidente del Congo.

A distanza di vent’anni dalla Soah Africana il Rwanda è un Paese diverso, civile e progredito con una contraddizione interna, ovvero una democrazia popolare controllata con il pugno di ferro dal Presidente Paul Kagame.
Nel Paese delle Mille Colline non esistono più divisioni etniche ma unità nazionale e voglia di progresso al prezzo di interminabili guerre esterne, sopratutto nel vicino Congo, dettate dallasindrome israeliana’ di cui il nuovo Rwanda è vittima.

A distanza di vent’anni le stesse forze reazionarie ed oscure della cellula africana della France-Afrique hanno ripreso i loro piani per riprendere il controllo del Rwanda attraverso un cambiamento di regime, utilizzando il gruppo terroristico Force Democratique de Liberation du Rwanda (FDLR), sorto dalle ceneri della FAR e delle milizie Interahamwe sconfitte dal Fronte Patriottico Ruandese nel 1996.

Un primo tentativo di invasione del Rwanda è stato effettuato nel settembre 2013 con l’Operazione Abacunguzi. Attualmente la missione di pace ONU in Congo, MONUSCO, sotto pressione dell’Eliseo, esita a sferrare l’offensiva militare per neutralizzare il gruppo terroristico FDLR, addirittura minimizzando la sua pericolosità non solo per la sicurezza nazionale del Rwanda ma per la stabilità dell’est della Repubblica Democratica del Congo.

A Kinshasa il Governo e i media stanno diffondendo odio etnico contro i cittadini di origine tutsi e contro il Rwanda, prendendo come scusa la guerra contro la ribellione banyarwanda del M23 che per un anno ha sconvolto l’est del Paese. Le recenti dimostrazioni di isteria popolare imbevuta di sentimenti genocidari verificatesi a Goma e a Beni in occasione della falsa notizia della morte del Presidente ruandese Paul Kagame, sono l’esempio più lampante dei livelli allarmanti che ha raggiunto questa propaganda dell’odio. La falsa notizia è stata diffusa da un gruppo ruandese di estrema destra legato all’ideologia genocidaria Hutupower, con sede a Parigi.

Dinanzi al pericolo di un secondo Genocidio il Rwanda rinnova la sua volontà di esistere nonostante tutto e di assicurare alla sua popolazione un futuro migliore rispetto al passato vissuto da vittime e carnefici nel 1994.
Questa volontà è espressa a chiare lettere dal Ministro degli Affari Esteri, Louise Mushikiwabo, nella ‘Lettera alla Nazione’ diramata il 10 gennaio 2014.

«Nonostante le ferite del genocidio siano ancora vive, il Rwanda non ha intenzione di chiedere la compassione mondiale per la tragedia», si legge nella ‘Lettera alla Nazione’.

«Dal 1994 abbiamo compreso che solo attraverso un impegno constante con i cittadini si può costruire una società funzionale e stabile. Affinché il ricovero sia possibile, che la pace, la sicurezza e la libertà siano reali, noi ruandesi dobbiamo prendere nelle nostre mani il nostro destino e la piena responsabilità delle nostre vite. Nonostante sia estremamente doloroso, noi costantemente facciamo i conti con la nostra storia per non ripeterla. Il miglior modo per rendere omaggio alle nostre vittime e offrire solidarietà ai sopravvissuti. Nella memoria noi troviamo fonte di ispirazione per costruire una società più forte, capace di resistere al riemergere dell’odio sponsorizzato dallo Stato, alle perniciose influenze straniere e alla violenza che ci hanno quasi annientato vent’anni fa. Quando la Comunità Internazionale ha preferito togliere lo sguardo, capace di intervenire ma priva della volontà di agire, un milione di persone sono state massacrate tra il 7 aprile 1994 e il 4 luglio 1994. Quando l’odio veniva trasmesso per radio, nessun posto, nemmeno sacro, fu sicuro», prosegue la lettera del Ministro.

«Alla luce della storia, il Rwanda è divenuto il simbolo delle atrocità prevenibili». I leader mondiali e i media dipingono come ‘un altro Rwanda’ ogni crisi che possa tendere al genocidio, dalla Repubblica Centroafricana al Sud Sudan o la Siria, memori che il genocidio del 1994 fu possibile grazie alla negligenza e alla complicità internazionale. Dopo vent’anni il Rwanda cerca di tracciare una storia diversa, creando una chiara rottura con il passato per ricostruire il senso di dignità individuale e collettivo. Un uomo, una donna, un ragazzo che rispetta la sua appartenenza all’umanità e il diritto all’amore e ad una vita decente per tutti, rigetterà con veemenza la possibilità di danneggiare il suo prossimo. Il Governo del Rwanda è deciso a raggiungere lo sviluppo, non per un atteggiamento egoistico, ma per la comprensione che solo offrendo l’opportunità di prosperare economicamente in pace può allontanare il rischio di Genocidio. Come risultato di questo pensare, la nostra economia cresce annualmente del 8%, oltre un milione di Ruandesi sono usciti dalla povertà dal 2006 e l’aspettativa di vita è aumentata dopo vent’anni dal Genocidio. Transparency International ha definito il Rwanda come «il paese meno corrotto della regione ma la nostra politica di amministrazione pubblica non prevede applausi o autocompiacimenti. Occorre assicurare pari opportunità e ottimizzare le magre risorse a nostra disposizione. Questo spiega come interagiamo e utilizziamo gli aiuti internazionali: non come una manna dal cielo capace di farci uscire dalla povertà, ma come una fase transitoria per la nostra completa indipendenza economica. Noi tendiamo a questo obiettivo poiché non c’è rispetto nel vivere di razioni alimentari elargite dalle agenzie umanitarie o dipendere dalla permanente generosità di filantropi stranieri».  

Il Governo, supportato, anche da partner internazionali, gioca la sua parte per rispettare il suo contratto con i suoi cittadini: provvedere la sanità gratuita alle famiglie, l’educazione ai figli. Abbiamo instaurato un sistema fiscale e di benefici che incoraggia gli imprenditori ad investire in infrastrutture sociali ed economiche capaci di creare e massimizzare la crescita economica. Abbiamo ideato leggi e regole che rassicurano e proteggono i nostri cittadini assicurando i loro diritti e esigendo il rispetto dei loro doveri verso la comunità. Noi chiediamo a tutti i Ruandesi di abbandonare senza condizioni le tossiche ideologie del pregiudizio, della divisione e dell’odio etnico che ha portato l’orribile tragedia, causando anche tre milioni di rifugiati fuggiti dalla morte in Rwanda nel bel mezzo del genocidio e che sono successivamente ritornati, reintegrandosi socialmente. Oggi il Rwanda è impegnato, assieme agli altri Paesi, nella rinascita dell’Africa. Ci impegnano a raggiungere questo obiettivo navigando tra le manipolazioni esterne che non hanno mai cessato di esistere in questi vent’anni e tra gli sforzi interni per evitare un secondo genocidio che ha quasi annientato il paese. Venti anni dopo il mondo è pronto a comportarsi in modo diverso? I primi segni di imminenti atrocità saranno compresi? E quale forma più idonea per intervenire sarà adottata? In questo anno di commemorazioni, noi invitiamo la Comunità Internazionale a raggiungerci nella memoria della tragedia del 1994 e a domandarsi quali lezioni sono state tratte.

«Come abbiamo pianto un milione di morti nel 1994, noi dobbiamo ora riflettere cosa abbiamo costruito in questi vent’anni. Il Rwanda ha pianto i semi per il rinnovo che sostituiscono progressivamente la distruzione e la disperazione con il trionfo del perdono, della giustizia e dell’umanità», conclude la lettera del Ministro.

Un’analisi del discorso alla Nazione del Ministro Louise Mushikiwabo ci viene offerta da un professore di politica internazionale della Università di Makerere, Uganda, il quale non è disponibile a rinunciare all’anonimato, condizione che chiaramente esprime il clima che si respira, a 20 anni di distanza, non solo nel Paese ma nell’intera area.

«Il discorso alla Nazione del Ministro Louise Mushikiwabo trova l’approvazione di ogni essere umano desideroso di assicurare alle nostre generazioni future un mondo dove sopraffazione e violenza saranno bandite in eterno. Eppure per raggiungere questo Eden, possibile nei Grandi Laghi, occorre uno sforzo comune difficile, ma realizzabile.  Uno sforzo che obbliga le ex potenze coloniali a fermare le loro nefaste influenze e il loro desiderio di scoprire a tutti i costi il vaso di Pandora dei passati orrori nell’insano intento di riconquistare egemonie geo-strategiche perdute per sempre. Uno sforzo che obbliga i popoli confinanti a comprendere le ragioni interne della loro miseria e sofferenza iniziando a sorvegliare da vicino con senso critico e lucido i propri governi al posto di trovare immancabili colpevoli esterni e credere all’infinito alla macabra favola del complotto tutsi. Uno sforzo che obbliga il Rwanda ad uscire dalla sindrome israeliana’, la psicosi dell’accerchiamento, e dall’aggressività manifestata nella sua politica estera.  Il diritto di esistere del Rwanda va difeso con le nostre vite senza esitazione, ripensamenti o compromessi come va difeso il diritto ad esistere di Israele, ricordando che il miglior modo per garantire questa necessità vitale é creare una armonia, non solo nazionale ma sopratutto con i propri vicini, attraverso la mutua e proficua integrazione sociale ed economica.  Una volta consolidata questa armonia, ogni anacronistica forza che tenderà a diffondere i semi dell’odio troverà solo terreno arido e sarà annientata dal vento del progresso umano».

 

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