martedì, Novembre 12

Rwanda: porte aperte agli immigrati detenuti in Libia e Niger L’iniziativa va controcorrente rispetto alle politiche europee, ed è stata ideata dal Presidente Paul Kagame anche per rafforzare il prestigio internazionale del suo Paese, che accederà così ai fondi della UE per gestire la crisi umanitaria degli immigrati in Libia

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«La situazione disperata in Libia per gli immigrati africani ci induce alla solidarietà come dovere morale ed etico. Questa solidarietà si traduce nella pratica con la nostra disponibilità ad accogliere i nostri fratelli africani che vivono in condizioni disumane nei campi di detenzione libici. Chiunque di loro voglia venire in Rwanda è il benvenuto».  Questa era la promessa fatta dal Presidente ruandese Paul Kagame nel 2017 di accogliere fino a 30.000 immigrati africani . La promessa ora è realtà

Lo scorso luglio a Kigali si sono tenute delle riunioni di alto livello tra il Governo ruandese, il direttore generale dell’Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) responsabile dell’area del Mediterraneo, Filippo Grandi, il Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (OIM), Antonio Vitorino, alti diplomatici dell’Unione Europea e il capo della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, per studiare nei dettagli il piano d’accoglienza di un primo gruppo di migranti, fissato a 1.000 persone.

Non è ancora chiaro se questi primi 1.000 migranti che verranno ospitati in Rwanda provengano dai campi di reclusione della Libia o del Niger. Confusione in merito è stata creata dalla recente visita del Presidente ruandese in Niger, i cui dettagli rimangono tuttora sconosciuti. In Niger, un Paese schiacciato dal colonialismo francese che impera, mentre la popolazione è ridotta alla fame, vi sono detenuti 1.000 rifugiati espulsi dalla Libia. Come nel caso delle autorità di Tripoli e quelle del ex regime islamico sudanese di Khartoum, anche le autorità nigerine partecipano al cinico gioco internazionale sulla pelle dei migranti

Il Niger, assieme al Sudan, rappresenta una delle principali vie per l’immigrazione clandestina. Entrambe convergono in Libia, dopo la chiusura delle frontiere di Algeria, Marocco e Tunisia.  Migliaia di togolesi, beninesi, ghaniani, nigeriani, camerunesi e nigerini tentano di attraversare il deserto del Sahara. La nuova rotta degli schiavi ha come epicentro la città nigerina di Agadez ed è gestita da trafficanti di esseri umani senza scrupolo, con la complicità di Polizia e Forze Armate nigerine. 

Da Agadez gli immigrati sostengono un terribile viaggio attraversando, su pick 4×4 o vecchi camion Mercedez, il terribile deserto del Ténére, dove le forze armate nigerine hanno istituito vari posti di blocco non per impedire le migrazioni illegali, ma per derubare gli immigrati. Chi non possiede i soldi per la corruzione viene selvaggiamente torturato. Le donne pagano tramite prestazioni sessuali non protette. 

Spesso i trafficanti di esseri umani abbandonano gli immigrati in pieno deserto, condannandoli di fatto a morte. Chi riesce a concludere il viaggio, dal vecchio fortino coloniale di Madama, a pochi km dalla Libia, intraprende un altro pericolassimo viaggio avendo come meta finale Tripoli. 

Fino al 2011 questo traffico libico era gestito dal Governo del colonello Muammar Gheddafi, all’epoca si facevano entrare gli immigrati per sfruttarli come mano d’opera a basso prezzo, impedendo loro di andare in Europa. Gheddafi aveva sottoscritto, nel 2008, un accordo con l’allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, per impedire i flussi migratori verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia, in cambio di vantaggi economici e sdoganamento politico. Contratto bruscamente interrotto dai piani di destabilizzazione ben riusciti della Francia, che portarono alla caduta del regime nel 2011 e al presente caos del Paese.  

Caduto Gheddafi, il traffico è passato nelle mani delle milizie libiche e del Governo di Tripoli, alleato dell’Italia e riconosciuto dalle Nazioni Unite. Varie ONG, giornalisti, organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani sospettano che vi siano tra l’Unione Europea e il Governo di Tripoli accordi segreti per impedire che gli immigrati giungano in Europa. Fāyez al-Sarraj, in collaborazione con le milizie e i trafficanti di esseri umani libici, rispetterebbe i patti ricevendo finanziamenti e armi. All’Unione Europa non importerebbe come gli immigrati vengono fermati. Secondo alcune indagini, solo una minoranza viene reclusa nei centri di detenzione vicino a Tripoli. La maggioranza sparisce. Vengono venduti come schiavi o semplicemente uccisi nel deserto dopo aver pagato la ‘corsa’ al trafficante. 

Si calcola che il 25% di immigrati muoia durante il tragitto Agadez – Madama, e un altro 35% in territorio libico. «A nessuno importa se degli immigrati africani muoiono nel deserto. Nessuno reclama i loro corpi e nessuno si sogna di aprire indagini. Qui ad Agadez il traffico di esseri umani è fatto alla luce del sole e le autorità ne sono complici». Questa la disarmante dichiarazione di un trafficante di esseri umani che lavorava per conto dei libici, fatta nel 2008 al giornalista inviato del ‘L’EspressoFabrizio Gatti e riportata nel suo libro documentario di denuncia ‘Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini’. Gatti nel 2008 intraprese il viaggio della rotta degli schiavi giungendo fino a Lampedusa sotto mentite spoglie di un immigrato di nome Bilal.
Nel suo libro denuncia, scritto 10 anni fa, Gatti fornisce dettagliate informazioni sul traffico di esseri umani, inspiegabilmente ignorate dalle autorità giudiziarie, dalla Polizia e dai governi dell’Unione Europea. 

In Niger, punto di arrivo della strada degli schiavi, Madama è anche la base operativa del contingente francese che teoricamente lotta contro i gruppi terroristici islamici della zona. Come denunciò nel luglio 2017 il giornalista di ‘RepubblicaGianluca Di Feo, la guarnigione dei soldati francesi a Madama lascia passare le carovane dei trafficanti di esseri umani senza intercettarle

Oltre al traffico di esseri umani i soldati francesi sono alla conoscenza del traffico di sigarette di contrabbando che segue le stesse rotte. Il traffico di sigarette di contrabbando è una copertura per il traffico di cocaina che dal Sud America giunge in Europa, passando da Niger e Libia senza alcuna interferenza dell’Esercito francese. Una volta giunta a Tripoli la cocaina raggiunge le coste europee con la collaborazione delle mafie francese e italiana. Non ci si spiega come le guardie costiere europee, così attente al traffico marittimo di migranti illegali, non siano ancora riuscite a interrompere il traffico di cocaina proveniente dalle stesse rotte africane e diretto verso l’Europa.  Le stesse rotte del deserto tra Libia e Niger sono percorse da vari camion che trasportano all’impazzata e senza sosta armi libiche destinate ai vari gruppi terroristici in Nigeria, Mali, Ciad. Nessuno di questi carichi della morte viene intercettato nonostante la presenza di militari francesi e americani per combattere il terrorismo internazionale nell’Africa Occidentale. 

La presenza dei soldati francesi in Niger è molto sospetta. Teoricamente sono nel Paese, (ancora colonia francese di fatto, anche se l’indipendenza formale è stata ottenuta il 03 agosto 1960) per combattere i gruppi terroristici di Al Qaeda Magreb e Boko Haram. Vari esperti regionali pensano che la presenza dei soldati francesi in Niger sia dovuta dalla necessità di Parigi di controllare militarmente la colonia e il suo governo fantoccio. Attraverso la multinazionale AREVA, Parigi controlla la totalità dell’esportazione dell’uranio che assicura oltre il 50% del fabbisogno energetico della Francia

Quando il Presidente Mamadou Tandja (al potere dal dicembre 1999) espresse il desiderio di rivedere gli accordi commerciali con AREVA, Parigi organizzò, il 18 febbraio 2010, un colpo di Stato mettendo al potere una giunta militare denominata Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia (CSRD), guidata da la Luogotenente Generale Salou Djibo
Il golpista gestì il Paese per un anno prima di ricevere l’ordine dalla Cellula Africana dell’Eliseo (nota con il termine di FranceAfrique) di cedere il potere a Mahamadou Issoufou, considerato un uomo ‘affidabile’ e ‘fedele’. Issoufou restò al potere per cinque anni senza mandato popolare.  Nel febbraio 2016 furono organizzate elezioni farsa controllate dalla multinazionale AREVA, nel corso delle quali fu confermato e la sua Presidenza legittimata.  

Il Niger sta affondando su se stesso, in preda a vari gruppi terroristici, tra cui Boko Haram e banditi vari. L’estrema povertà, l’economia a pezzi, la corruzione galoppante, l’inefficacia dell’amministrazione pubblica, l’assenza di uno Stato sovrano, la disoccupazione giovanile ormai fuori controllo e il giogo coloniale francese sta spingendo i giovani ad arruolarsi in questi gruppi terroristici, mentre l’Islam radicale sta  prendendo piede e il Daesh sta mettendo solide radici

A questo si deve aggiungere i non chiari rapporti tra Francia e Boko Haram. Nel 2015 il Governo del Camerun intercettò agenti speciali francesi intenti a consegnare, al confine con la Nigeria, armi e denaro a Boko Haram.  Si sospettano convivenze tra Parigi e Boko Haram tese a destabilizzare la Nigeria e l’intera regione del Sahara, in particolare il Burkina Faso, reo di essere sfuggito al controllo francese nel 2015, detronizzando il re assoluto Blaise Compaoré, esecutore materiale dell’assassinio, nel 1987, di Tohamas Sankara, dietro mandato di Parigi e Washington. 

Dalla caduta di Compaoré il Burkina Faso ha conosciuto una escalation di attentati terroristici e infiltrazioni di Boko Haram e mercenari islamici provenienti dal Niger. Molti osservatori burkinabè che lavorano anche in ONG internazionali sostengono che le attività terroristiche sarebbero coordinate e finanziate da Compaoré, rifugiatosi in Costa d’Avorio, e dai servizi segreti francesi

Il 21 dicembre 2015 il tribunale militare della Burkina Faso, a seguito di una meticolosa inchiesta, ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di Compaoré per l’omicidio dell’ex Presidente Sankara e di dodici suoi collaboratori.  Il dittatore bukinabé è protetto ad oltranza dall’attuale Presidente ivoriano, Alassane Dramane Ouattara, al potere dal 2011.
La presa del potere da parte di Ouattara, la cui nazionalità non è ivoriana, è stata resa possibile grazie alle milizie di mercenari islamici e dai soldati francesi. Ouattara, rispettabile ex economista del Fondo Monetario Internazionale, ora Presidente, non è altro che un ‘Signore della Guerra’ che controllava le milizie islamiche delle Forze Nuove della Costa d’Avorio e una marionetta agli ordini di Parigi.
Laurent Gbagbo, spodestato dalla Francia a causa della sua politica nazionalista, fu arrestato il 10 aprile 2011 dalle forze speciali francesi e sottoposto a un processo presso la Corte Penale Internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità. Accusa rivelatasi infondata nel gennaio 2019, quando Gbagbo ha ottenuto l’assoluzione piena senza riserve.  

In questo complicato network di trafficanti di esseri umani, droga, armi, gruppi terroristici islamici, dittatori africani e complici europei, il Rwanda tenta di proporre una soluzione per gli immigrati le cui vite sono sospese nel nulla. Esseri umani che oltre al sogno infranto di non essere riusciti a raggiungere l’Europa, sono stati privati della dignità, divenendo merce di scambio. 

Il Governo di Tripoli, quando i finanziamenti europei per la lotta contro l’immigrazione e i rifornimenti di armi (elargiti nonostante l’embargo decretato dalle Nazioni Unite) diminuiscono, apre i corridoi per far arrivare gli immigrati sulle coste italiane. Quando i finanziamenti e le consegne di armi dall’Europa riprendono, i corridoi vengono richiusi. Questa la tesi sostenuta da svariate fonti locali e non solo e taciuta in Europa.

L’ultimo di questi odiosi ricatti di cui l’Unione Europea è vittima -causa le sue  insensate e disumane politiche migratorie-, risale allo scorso 5 luglio e, come al solito, Italia e UE hanno immediatamente ceduto, pagando il dovuto al Presidente al-Sarraj. Un ricatto avvenuto dopo il bombardamento del campo di detenzione di Tajoura, che ha provocato una ecatombe tra gli immigrati detenuti, e la disgustosa vicenda della nave della ONG Seawatch bloccata a Lampedusa.  

Agli immigrati che il Rwanda si appresta ad accogliere verrà offerta la scelta di restare nel Paese o di riportati nei loro Paesi di origine, dopo un adeguato periodo di assestamento per recuperare le forze fisiche e superare i traumi psicologici causati dalle violenze subite. La maggioranza degli immigrati che verranno accolti in Rwanda provengono dalla Somalia e dell’Etiopia.
I primi sono impossibilitati a ritornare nel loro Paese, sconvolto da una guerra civile interminabile che dura dal 1991, dopo la caduta del dittatore Siad Barre.
I secondi, a gran sorpresa, non vogliono ritornare in Etiopia, nonostante il Paese, alleato di riguardo dell’Unione Europea e dell’Italia, conosca da oltre 10 anni una crescita economica a due cifre. L’Etiopia, infatti, è sotto il giogo della  sanguinaria dittatura entica dei tigrini –Fronte di Liberazione del Tigrai (TPLF)- che si nascondo dietro la facciata di una finta federazione multietnica, guidata dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF).
Nonostante le riforme di Abiy Ahmed Ali, attuale Primo Ministro, gli etiopi continuano a vivere in  povertà e privi di diritti umani. Le loro vite sono appese alla decisione del regime, che incoraggia l’emigrazione per sfoltire, senza violenza, l’opposizione, e diminuire i giovani disoccupati. Le proteste sono represse nel sangue e il Paese, che si avvia alle elezioni nel 2020, è a rischio di guerra civile e di balcanizzazione.
Lo scorso 24 luglio è stato tentato un colpo di Stato. Dopo che il regime è riuscito a contenerlo è iniziata una orribile repressione dell’opposizione, soprattutto del gruppo etnico Amara accusato di essere dietro al fallito golpe. Durante la repressione è stato nuovamente arrestato il giornalista e attivista dei diritti umani Eskinder Nega, oggetto di persecuzione da parte del regime tigrino fin dal 2010. Quello che sta succedendo in Etiopia è poco conosciuto in Italia,  il Governo italiano spera di ritornare ad essere un importante partner commerciale, anche se le precondizioni sono totalmente assenti. Come nel caso dell’Eritrea, dinnanzi alle possibilità di business i doveri di denunciare le violazioni commesse da regimi dispotici e difendere i diritti umani vengono dimenticati. 

L’iniziativa del Rwanda va contro corrente rispetto alle politiche restrittive se non repressive delle potenze europee nella gestione dei rifugiati e immigrati africani, ed è stata ideata dal Presidente Paul Kagame anche per rafforzare il prestigio internazionale del suo Paese, ancora minacciato, a distanza di 25 anni, dalla possibilità di un secondo genocidio. La minaccia ora proviene dalle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) -responsabili dell’olocausto del 1994) e dal regime burundese entico hutu del CNDD-FDD guidato dal dittatore dichiaratosi Prete Re, Pierre Nkurunziza

Nel 2018 sono stati bloccati ben due tentativi di invasione, dal Burundi, del Rwanda da parte delle FDLR, azioni collegate anche alle tensioni nate tra Uganda e Rwanda nel 2000, dopo la battaglia di Kisangani (Congo) in merito alla spartizione della rapina delle risorse naturali all’est della Repubblica Democratica del Congo. Tensioni che sono riprese nel 2018, quando si è corso il rischio di trasformare il Burundi in un teatro di guerra tra Kigali e Kampala. 

Nonostante il disgelo con il Rwanda voluto dal Presidente Emmanuel Macron, la Francia segretamente ha ripreso la cooperazione militare nell’ottobre 2018, in netto contrasto con l’Unione Europea, che dal 2016 ha imposto al Burundi sanzioni economiche, causa la grave situazione sul fronte dei diritti umani e causa il sospetto che le FDLR, assieme al regime di Nkurunziza, stiano preparando un genocidio in Burundi e l’invasione del Rwanda. 

 Accogliendo un primo gruppo di 1.000 immigrati, per il Rwanda si sono aperte le porte del G7. Infatti, il Presidente Kagame, assieme al suo omologo egiziano Abdel Fattah el-Sisi e al Capo della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki Mahamat, sono gli invitati africani al prossimo meeting dei G7 che si terrà tra il 24 e il 26 agosto nella città francese di Biarritz. Un colpo diplomatico di grande importanza, dopo la nomina del ex Ministro degli Esteri ruandese Louise Mushikiwabo alla Presidenza della Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF).

Oltre al prestigio internazionale il Rwanda accederà a una parte consistente dei fondi messi a disposizione dall’Unione Europea per gestire la crisi umanitaria degli immigrati in Libia. Dopo il bombardamento del campo di detenzione di Tajoura, l’Unione Europea desidera sbarazzarsi della accuse di complicità, riguardanti le condizioni disumane e le violazioni di diritti umani degli immigrati bloccati in Libia, grazie agli accordi siglati tra i Paesi europei e il Governo di Tripoli per bloccare l’immigrazione. Accuse che potrebbero portare Paesi come la Francia e l’Italia ad un processo internazionale per crimini contro l’umanità

 Si parla di 600.000 africani bloccati in Libia, di cui 5.000 detenuti in condizioni disumane nei campi di concentramento vicino a Tripoli. Nel 2017 sono stati stanziati fondi sufficienti per evacuare 2.600 immigrati detenuti in Libia nel vicino Niger. A distanza di meno di due anni in Niger ne rimangono solo 1.000. Il 62% di loro ha ripreso la rotta degli schiavi Agadez – Madama – Tripoli, sotto lo sguardo dei soldati francesi e la complicità delle autorità nigerine. 

Come ultimo vantaggio di questa iniziativa di solidarietà il Governo ruandese si ‘rifà la faccia’ dopo lo scandalo dei deportati africani da Israele avvenuto nel dicembre 2017. Il Governo israeliano aveva offerto dai 150 ai 200 milioni di dollari a Rwanda e Uganda per accogliere i deportati africani. Gli accordi segreti tra Tel-Aviv, Kigali e Kampala furono scoperti da giornalisti israeliani ed africani, creando uno scandalo internazionale, indignando l’opinione pubblica africana e costringendo le due super-potenze dell’Africa Orientale a interrompere la vergognosa collaborazione con il Governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

È opinione diffusa tra gli osservatori internazionali e africani che il Rwanda questa volta sia seriamente intenzionato offrire le migliori condizioni di vita possibili agli immigrati africani che sono attualmente detenuti in condizioni disumane in Niger e in Libia. Avranno libertà di movimento e potranno lavorare o avviare attività commerciali in Rwanda con l’assistenza di organizzazioni umanitarie, promette il Governo. Verrà loro rilasciata una carta di identità di rifugiati che permetterà di accedere gratuitamente ai servizi sociali e di poter lavorare onestamente. 

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