giovedì, Novembre 14

Rwanda – Francia: insieme per guidare la francofonia L' accordo tra Kagame e Macron dietro l'elezione di Mushikiwabo alla presidenza dell' OIF

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Il Rwanda, dopo 24 anni di guerra fredda con la Francia a causa delle pesanti responsabilità di Parigi nel genocidio del 1994 e successivamente nel supporto attivo al gruppo terroristico FDLR Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda,  formato dalle forze genocidiarie sconfitte dal Fronte Patriottico Ruandese durante i cento giorni dell’Olocausto, non solo è riuscito a scongiurare circa 12 tentativi di invasione militare, gli ultimi 3 tentati tra il giugno e l’agosto scorsi, ma ha costretto la Francia a trasformare la politica di scontro in una politica di dialogo e alleanze strategiche.

I primi segnali di questa politica si sono manifestati venerdì 23 maggio 2014 quando il presidente ruandese Paul Kagame e il ministro francese degli affari esteri Laurente Fabius si sono incontrati durante la loro presenza al terzo New York Forum Africa che annualmente riunisce imprenditori, associazioni e università africane e occidentali per discutere sui temi economici e politici del continente. L’incontro tra Kagame e Fabius ha gettato le basi per la fine della guerra fredda ed ha permesso il Presidente Emmanuel Macron di incontrare il il Presidente Kagame a Parigi nel maggio 2018 chiedendo a lui e al Presidente angolano João Lourenço di aiutare la Francia e spodestare dalla Presidenza il dittatore congolese Joseph Kabila divenuto un ostacolo per gli interessi economici francesi nel ricco Paese africano.

Da quell’incontro e dalla convergenza di interessi economici tra Stati Uniti e Francia nacque la coalizione militare africana: Angola, Congo Brazzaville, Ruanda, Uganda pronta ad invadere il Congo qualora il Rais avesse annunciato la sua candidatura alle presidenziali del prossimo dicembre o le avesse nuovamente rinviate. Le elezioni presidenziali si dovevano tenere nel dicembre 2016… Pericolo sventato per il momento dall’abile mossa di Joseph Kabila di rinunciare al terzo mandato presidenziale nominando un Delfino che gli permetta di controllare dietro le quinte la politica nazionale e mantenere il controllo sul traffico illegale dei minerali congolesi.

L’atto che sancisce ufficialmente il nuovo corso francese verso il Rwanda è la nomina del ex Ministro degli Esteri ruandese Louise Mushikiwabo alla Presidenza della Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF), un’organizzazione internazionale rappresentante le nazioni e le regioni di lingua francese (spesso ex colonie). L’organizzazione, che comprende 58 Stati membri rappresentanti di 274 milioni di persone di lingua francese, 7 membri associati e 27 osservatori è stata creata nel 1970 sotto il motto ‘uguaglianza, complementarietà e solidarietà’ con chiara allusione al motto della Rivoluzione Francese.

Mushikiwabo è stata eletta venerdì scorso durante il diciassettesimo Summit dell’ OIF tenutosi in Yerevan, in Armenia, riuscendo a sconfiggere politicamente il Presidente in carica che si era ricandidato, Michaelle Jean, una canadese di discendenze haitiane che fu eletta nel 2014 divenendo la prima donna ad accedere alla Presidenza del OIF. Durante il suo mandato ha favorito l’egemonia politica del Canada sull’ organizzazione francofona entrando in contrasto con la Francia.  L’elezione di Mushikiwabo è stata favorita da una intensa attività diplomatica del Rwanda, iniziata dal 2013 con l’obiettivo di risolvere la guerra fredda con il nemico storico, la Francia, senza arrivare ad uno scontro militare, ma inserendosi ai vertici della Francofonia per contribuire ad un cambiamento dall’interno della politica estera francese.

Forti sono state le resistenze della Cellula Africana dell’Eliseo, conosciuta come FranceAfrique, che ha sempre considerato il Governo di Paul Kagame come una entità politica nemica da abbattere fino ad arrivare a architettare nel 2016 un piano di invasione del Rwanda per ristabilire il regime responsabile del genocidio avvenuto nel 1994.  Queste resistenze esistono tutt’ora creando grosse difficoltà al Presidente Macron. La FranceAfrique è rimasta ancorata all’idea imperiale del dominio incontrastato della Francia sulle sue ex colonie africane. Un dominio che, se messo in pericolo, deve essere difeso con energici interventi militari. Questo concetto imperialistico è stato attuato per difendere il 42% della economia francese che proviene dallo sfruttamento delle risorse naturali delle ex colonie africane e dal controllo finanziario che Parigi esercita sui Paesi africani francofoni attraverso la moneta coloniale del Franco CFA.

Emmanuel Macron, al contrario, ha compreso la necessità di intraprendere una diversa politica estera in quanto la politica imperialista della FranceAfrique nell’ ultimo decennio ha creato solo disastri incontrollabili in Repubblica Centrafricana, Mali, Libia rafforzando l’odio nutrito dai governi e dalle popolazioni africane verso una potenza europea che da un secolo continua a proteggere il suo impero d’oltre mare. Oltre a distruggere fragili democrazie africane la FranceAfrique ha sorretto dittatori come Joseph Kabila, la Dinastia Bongo in Gabon, il genocidario burundese Pierre Nkurunziza, Paul Biya in Camerun attirando le accuse di sostenere sanguinari e anacronistici regimi divenendo corresponsabile delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanità commessi da questi regimi. Una responsabilità sancita senza ombre di dubbio nella partecipazione francese al genocidio di un milione di persone in Rwanda nel 1994.

La tattica ruandese per conquistare l’ OIF è stata raffinata ed efficace. In primis, il governo di Paul Kagame ha riallacciato le relazioni economiche e politiche con i maggiori partner africani della Francia come il Congo Brazzaville, Gabon e Camerun. Una tattica che ha privato Parigi di preziosi alleati nella sua lotta contro la democrazia ruandese. Questi alleati che dovevano contribuire alla destituzione del governo di Kagame per portare al potere le forze genocidarie delle FDLR si sono trasformati nei più convinti sostenitori del Nuovo Rwanda.

La seconda fase della strategia ruandese è stata quella di aprire un dialogo con la Francia, approfittando dei tentativi di attuare una nuova politica estera da parte del Presidente Macron. La seconda fase è stata duramente ostacolata dalla FranceAfrique. Parallelamente all’apertura del dialogo voluta da Macron e Kagame la Cellula Africana ha organizzato il piano di invasione militare del Rwanda utilizzando le FDLR e le milizie burundesi Imbonerakure nel tentativo di interrompere la distensione tra i due Paesi e realizzare l’obiettivo politico conseguito da 24 anni: ripristinare il regime razziale HutuPower. Una corsa contro il tempo che è stata bloccata dalla capacità militare del Rwanda di difendere il suo territorio e dalla nomina di Mushikiwabo alla Presidenza dell’ OIF.

Il Presidente Macron si sta facendo portavoce del nocciolo duro della classe imprenditoriale francese che ha fondato i suoi imperi economici proprio in Africa tramite la politica imperiale della FranceAfrique, ma che ora intravvede in questa politica un rischio mortale per i suoi interessi in Africa. Tra questo nocciolo duro vi sono multinazionali come la TOTAL e la AREVA.  Dietro l’elezione di Mushikiwabo vi è un accordo segreto tra Macron e Kagame. Il Rwanda aiuterà la Francia a riprendere il controllo dell’ OIF, perduto a favore del Canada sotto la Presidenza di Michaelle Jean per trasformare la Francofonia in uno strumento di promozione degli interessi economici francesi a livello planetario. Un patto niente affatto di sudditanza.

Il Rwanda ha chiesto e ottenuto un ruolo alla pari. Se la Francia intende utilizzare la Francofonia come mezzo per la promozione dei suoi interessi economici, il Rwanda intende utilizzarla per rafforzare la sua influenza politica in Africa e a livello mondiale. Paul Kagame è alla presidenza dell’Unione Africana e lo scorso gennaio il governo di Kigali ha sottoposto la domanda di adesione all’ Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo, una potente lobby di imprenditori occidentali privati. Se la domanda, ora in fase di analisi, sarà accettata, il Rwanda diventerà il primo Paese africano a far parte del potente ed occulto club economico occidentale. Paul Kagame ha chiesto a Macron di rendere possibile tutto ciò.

L’elezione di Mushikiwabo trasforma l’Africa in un attore di primo piano capace di influenzare le scelte politiche ed economiche della Organizzazione Internazionale della Francofonia e capace di promuovere lo sviluppo economico del Ruanda che ora gioca il ruolo di Paese cerniera tra l’Africa francofona e quella anglofona avendo aderito al Commonwealth nel 2009.

Purtroppo la fine della guerra fredda tra Rwanda e Francia ha intaccato il senso di giustizia profondamente radicato nel Nuovo Rwanda dopo gli orribili 100 giorni dell’Olocausto Africano del 1994. Gli accordi segreti tra Kagame e Macron che hanno reso possibile il disgelo tra i due Paesi prevedono la fine del contenzioso giuridico sul genocidio. Da una parte la Magistratura francese ha ritirato tutte le accuse che incolpavano il Fronte Popolare Ruandese di aver abbattuto l’aereo presidenziale di Juvenal Habyarimana in fase di atterraggio presso l’aeroporto internazionale di Kigali il 6 aprile 1994, data di inizio del genocidio. Dall’altra parte il governo ruandese ha accettato senza commentare la vergognosa decisione della Magistratura francese di assolvere i responsabili militari francesi del massacro della collina di Besero dove morirono centinaia di tutsi trucidati dalle milizie HutuPower Interamhwe e dai soldati francesi verso la fine del genocidio ruandese (27 – 30 giugno 1994). Il pool di giudici del Tribunale di Parigi ha annunciato la fine del processo rifiutandosi di condannare i responsabili militari francesi nonostante le decine di testimoni sopravvissuti al massacro e protetti dall’associazione Survie e dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani.

«Il genocidio accaduto nel 1994 in Rwanda è sempre stato strumentalizzato dal governo di Kigali per ottenere una legittimazione politica internazionale che evitasse di porre critiche sulla sua aggressiva politica estera in Congo per ottenere il controllo delle risorse naturali delle province est dei due Kivu. Una politica che ha contribuito a due guerre panafricane e a due ribellioni che hanno causato dal 1996 circa tre milioni di morti tra i congolesi. Il genocidio ruandese ha offerto a Paul Kagame un’occasione inaspettata di successo internazionale rendendo possibile la Sindrome Israeliana. Il Fronte Patriottico Ruandese ha vinto le forze genocidarie mettendo fine all’ultimo olocausto del Ventesimo secolo. Questo merito indiscusso ha permesso al Governo ruandese di essere esente da ogni critica rispetto a quello che ha fatto e sta facendo nella Repubblica Democratica del Congo. Una politica che manipola milizie tribali che aiutano il Rwanda a sfruttare illegalmente le risorse minerarie e petrolifere e a contenere i guerriglieri delle FDLR. Il governo ruandese ha sempre strumentalizzato il genocidio fino ad arrivare ad affermare che le vittime sono state unicamente tutsi, cancellando dalla memoria storica le decine di migliaia di hutu trucidati in quanto si rifiutarono di partecipare al genocidio. Nulla da meravigliarsi se ora l’Olocausto è diventata moneta di scambio per migliorare i rapporti con la Francia» afferma Gèrard Primier, giornalista di Le Monde Diplomatique.

Paul Kagame non è solo il maestro della rinascita ruandese e dell’Africa ma un indiscusso, geniale e cinico esperto della realpolitik consapevole che la sua statura internazionale gli permette di giocare un ruolo di primo piano rispetto al Presidente francese Emmanuel Macron. La realpolitik di Kagame è stata chiaramente espressa durante un’ intervista rilasciata dal leader ruandese a Marc Perelman di France 24 e Christophe Boisbouvier di Radio France International (RFI) ai margini del summit OIF a Yerevan.

«Penso che il Presidente Macron abbia portato un positivo vento di novità nella politica non solo in Francia ma in Africa e nel resto del mondo. Macron rappresenta qualcosa di diverso e nuovo rispetto alla Francia che conosciamo. Spero di continuare a vedere i progressi tra Rwanda e Francia. Ci sono molte sfide da superare incluso il rafforzamento dei legami diplomatici ed economici. Due anni fa non avremmo mai dialogato con la Francia, ma ora il Presidente Macron ha reso possibile il dialogo in quanto possiede una mente aperta ed è disposto al dialogo», ha dichiarato Kagame ai due prestigiosi media internazionali francesi.

Paul Kagame vuole sfruttare la fine della guerra fredda per regolare due vecchi conti che ostacolano la supremazia politica, militare ed economica del Rwanda nella regione dei Grandi Laghi. Intende convincere la Francia ad abbandonare il suo supporto ai terroristi ruandesi delle FDLR che minacciano la sicurezza nazionale del suo Paese e imporre una soluzione made in Rwanda alle crisi politiche in atto nella Repubblica Democratica del Congo e in Burundi. Il messaggio sottinteso lanciato a Macron è semplice da intuire: ‘lascia fare agli Hima e abbandona l’assurda difesa di estremisti hutu e bantu. Il tuo Paese ha tutto da guadagnare in una nostra egemonia regionale e tutto da perdere se continua a difendere oscure forze del passato‘…  La soluzione delle crisi congolese e burundese è attuabile nell’unico modo che il Rwanda conosce: la forza militare. Nel caso del Burundi potrebbe essere facilmente accettabile la destituzione di un paranoico dittatore invasato di supremazia razziale. Nel caso del Congo, il Paese è troppo grande per essere inghiottito dal Rwanda. Un’ennesima avventura militare potrebbe avere conseguenza impreviste e non desiderate. Non è forse meglio far buon viso a cattivo gioco e intendersi con il pupazzo di Kabila, l’ex Ministro degli Interni Ramazani una volta che sarà eletto a Presidente? Una domanda che si stanno seriamente ponendo Washington e Parigi e che costringe Kagame a riflettere su questa eventualità sempre in nome della realpolitik.

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