lunedì, Maggio 27

Rwanda e il doppio gioco della Comunità Internazionale field_506ffb1d3dbe2

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Kigali – L’attuale posizione della Comunità Internazionale nei confronti del Rwanda oscilla dal senso di colpa per non aver fermato l’ultimo genocidio del XX secolo, di cui quest’anno ricorre il ventesimo anniversario, e la condanna per la sua politica imperialista, soprattutto nella vicina Repubblica Democratica del Congo. Due correnti politiche diametralmente opposte, quella anglofona e quella francofona, offrono una visione del Paese distorta che va dal acritico supporto, solitamente riservato ad Israele, alla mistificazione della realtà, dipingendo il Rwanda ostaggio di una spietata dittatura tutsi e guidato da un Presidente privo di scrupoli.

Nel 2013 vari donatori internazionali avevano bloccato i fondi per la cooperazione bilaterale sotto la spinta di evidenti prove del coinvolgimento ruandese in Congo al fianco della ribellione del Movimento 23 Marzo, che il 12 dicembre 2013 ha firmato un empirico accordo di pace con il Governo di Kinshasa. Il coinvolgimento ruandese negli affari interni del Congo fu documentato da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricati di verificare il rispetto dell’embargo di armi all’est del Congo, sistematicamente violato dai Paesi vicini e dallo stesso Governo congolese che fornisce armi e munizioni alle milizie alleate, prima tra tutte il gruppo terroristico ruandese FLDR, responsabile dell’Olocausto del 1994.

Il rapporto riguardante il sostegno di Kigali al M23 non era stata richiesto dalle Nazioni Unite. Il periodo che gli esperti dovevano prendere in considerazione era dal 2008 al 2011, un anno prima della nascita della ribellione Banyarwanda all’est del Paese. Gli esperti inserirono un’appendice riguardante i rapporti tra Rwanda e M23 spinti da motivazioni ideologiche e pressioni da parte di potenze occidentali quali Francia e Belgio. Le accuse rivolte al Rwanda misero in secondo piano le accuse rivolte al Governo congolese. Nel rapporto non si prese in esame le responsabilità dei governi occidentali e delle multinazionali delle armi.  La maggioranza dei membri del gruppo di esperti sono noti personaggi della estrema destra americana ed europea, convinti sostenitori del HutuPower, l’ideologia razziale nazista che causò la serie di pulizie etniche iniziate nel 1958, e fu la base per l’instaurazione di un regime di segregazione razziale e per il genocidio avvenuto nel 1994.

Le anacronistiche visioni etniche unilaterali accompagnate da un acritico supporto alle popolazione “bantu” della regione e agli hutu considerati vittime, sono presenti all’interno della catena di comando della MONUSCO, la missione di pace ONU in Congo, nelle Agenzie Umanitarie delle Nazioni Unite e in molte Ong internazionali, rendendo così parziale il mandato dei caschi blu nel paese causa principale della inattività verso il gruppo terroristico FDLR che ormai rasenta la complicità. Questo atteggiamento ideologico sta  contribuendo alla pericolosa ondata di odio etnico contro le popolazioni Banyarwanda della regione, abilmente veicolato dal Governo di Kinshasa per coprire il suo fallimento nella gestione del Paese.

Il congelamento dei fondi creò serie difficoltà al Rwanda con una diminuzione della crescita economica annuale di quasi 8 punti di percentuale, compromettendo le previsioni per il 2013 del 12%. L’economia ruandese dipende ancora al 36% dagli aiuti e finanziamenti bilaterali. L’intenzione di punire il Rwanda da parte della Comunità Internazionale risultò una decisione propagandistica in quanto già nel settembre 2013 la Banca Mondiale, la Banca Africana per lo Sviluppo, il Fondo Monetario Internazionale, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti stavano nel più grande segreto, progressivamente ripristinando gli aiuti e i finanziamenti bilaterali risolvendo serie difficoltà del bilancio statale e contribuendo ad una rapida ripresa dell’economia ruandese.

Prima di queste operazioni sotterranee di ripristino del flusso finanziario, l’Occidente aveva trovato un metodo indiretto per diminuire la portata negativa della sospensione degli aiuti, impegnandosi in massicci finanziamenti nella Rwanda Security Excange, la Borsa di Kigali. Nel primo quadrimestre del 2013 la Borsa di Kigali ha registrato un boom degli investimenti stranieri pari al 90% sulle transizioni finanziarie. Investimenti normalmente effettuati sulla base delle ottime prestazioni offerte dalle ditte ruandesi. Un entusiasmo difficile da comprendere visto che nella Borsa di Kigali sono presenti solo due ditte: la Bralirwa e la Banca di Kigali. Un mercato finanziario estremamente ridotto rispetto a quello offerto da Nigeria e Sud Africa che non spiega la corsa agli investimenti fatti da vari governi e multinazionali occidentali. A livello regionale le Borse di Nairobi, Dar El Salaam e Kampala registrano share index nettamente superiori a quella di Kigali, rispettivamente: 3,23%, 2,16% e 3,98%. La Borsa di Kigali riesce a fornire un index del 0,07%. (dati della prima settimana di gennaio 2013). Inoltre i mercati finanziari Kenioti, Tanzaniani e Ugandesi sono caratterizzati da una maggior offerta di investimenti avendo decine di imprese quotate.

Una corsa che è risultata estremamente proficua per il Rwanda. Alla fine del 2013 la Borsa di Kigali ha registrato il miglior andamento regionale arrivando al 130% degli investimenti rispetto al 2012. Le singole azioni della Bralirwa sono attualmente quotate a 96 centesimi di euro rispetto ai 20 centesimi del 2012. Quelle della Banca di Kigali hanno raggiunto i 20 centesimi rispetto ai 03 centesimi del 2012. Secondo un’analisi del settimanale ‘The East African’, gli investitori stranieri investirebbero volentieri in Rwanda nonostante le ridottissime dimensioni della sua borsa perché considerano il Paese una “success story” In vent’anni il Paese è emerso dalle ceneri di un orribile genocidio per divenire una tra le migliori economie regionali, assicurando una crescita media annuale del 7,5% negli ultimi dieci anni. Questa crescita sostenuta ha permesso di far uscire dalla povertà una considerevole percentuale della popolazione e di creare una robusta classe media che ha impennato i consumi.

La Banca di Kigali ha contribuito allo sviluppo della classe media tramite i finanziamenti alle piccole e medie industrie agricole e manifatturiere. La Bralirwa è la principale industria di bevande del paese che produce anche marchi internazionali sotto licenza della Heineken e della Coca Cola. A seguito dell’espansione della classe media il consumo dei suoi prodotti ha registrato importanti crescite dovute alla maggior disponibilità finanziaria della popolazione di consumare bevande, sopratutto la birra, un vero e proprio culto nazionale. Per il 2014 è prevista l’entrata di una terza compagnia, la MTN Rwanda, settore telecomunicazioni. Un’entrata attesa dagli investitori che considerano la MTN in grado di generare solidi interessi essendo leader nel settore in Rwanda.

Se questa fiducia sulle potenzialità economiche del Paese e sula capacità del Governo di creare un ottimo e stabile ambiente per le multinazionali, possono attirare gli investimenti nei settori produttivi, non si comprende come un mercato finanziario composte da sole due ditte possa attirare il 130% degli investimenti. Alcuni analisti regionali sospettano che dietro il boom della Borsa di Kigali si nasconda un finanziamento occulto dei principali governi occidentali per compensare i tagli agli aiuti e finanziamenti bilaterali decisi per punire il Rwanda per la sua politica aggressiva contro il vicino Congo. Non sarebbe la prima volta che multinazionali e governi occidentali, sopratutto anglofoni, ricorrono a questi stratagemmi per finanziare indirettamente il paese. L’esempio tipico risiede nell’esportazione dei minerali. Il Rwanda esporta una quantità di minerali superiore a quella realmente estratta. Il surplus proviene dalla sistematica rapina delle risorse naturali all’est del Congo, attuata in complicità con la Famiglia Kabila e con il Governo di Kinshasa non per affinità politiche o come frutto di visionarie teorie del complotto (come quella che indica il Presidente Joseph Kabila come una quinta colonna del Rwanda), ma per una proficua convenienza economica a scapito della popolazione congolese. Per raggirare la legge Donald Franck Act voluta dall’Amministrazione Obama per impedire il commercio illegale dei minerai in Africa ed entrata in vigore nel luglio 2010, le multinazionali americane in complicità con la Casa Bianca hanno certificato decine di miniere ruandesi, in realtà inesistenti, e hanno rivisto all’alto la produzione di quelle esistenti, al fine di ottenere un facile riciclaggio dei minerali congolesi, certificati come ruandesi. Inutile dire che il bilancio sull’efficacia della legge dopo tre anni é disastroso.

Contraddittorio è anche l’atteggiamento delle Nazioni Unite nei confronti del Rwanda. Dal 2012 le principali denunce della politica imperialista di Kigali provengono dalla MONUSCO e da agenzie collegate alle Nazioni Unite e sottoposte alla costante influenza della France-Afrique. Il Rwanda è dipinto come un Paese iper aggressivo e fonte di instabilità perenne nella Repubblica Democratica del Congo. Contemporaneamente il Presidente Paul Kagame sarebbe un feroce dittatore che reprime la maggioranza della popolazione hutu ed assassina i suoi oppositori.

Dal lato opposto le Nazioni Unite esaltano l’innegabile impegno del Rwanda a mantenere la pace in Africa. L’esercito ruandese ha 3.200 soldati nel Darfur operanti all’interno della missioni di pace ONU: UNAMID. In Sud Sudan ci sono 850 soldati all’interno della UNMISS. Nella Repubblica Centrafricana stanno arrivando 800 unità scelte che saranno integrate nella forza ibrida di mantenimento della pace composta da 1.600 soldati francesi e 2.500 soldati africani, anche se vi sono forti dubbi sulla possibilità di collaborazione tra il contingente ruandese e quelle francese visto i profondi dissidi tra i due governi.

Essendo stato vittima di un genocidio, il Rwanda è considerato dalle Nazioni Unite come uno tra i migliori paesi in grado di difendere la popolazione civile e contenere i rischi di sterminio etnico. Considerazioni comprovate sul terreno grazie alla efficacia dei soldati ruandesi che spesso si sono ingaggiati in combattimenti in prima linea per difendere la popolazione. Una reazione comprensibile per i figli delle vittime della Shoa Africana. Il ruolo del Rwanda all’interno delle missioni di pace ONU in Africa è diventato così importante che le Nazioni Unite hanno tremato dinnanzi alla minaccia fatta nel 2010 dal Governo di Kigali di ritirare tutte le sue truppe dalle missioni in corso a seguito di un rapporto redatto dal Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dove si accusava l’esercito, Rwandan Defences Force, di aver compiuto un genocidio contro i civili congolesi durante le guerre Pan Africane avvenute in Congo dal 1996 al 2004. Per evitare il disastro intervenne di persona il Segretario Generale Ban-Ki Moon al fine che non fossero prese azioni e il rapporto archiviato.

Il rapporto, intitolato “Democratic Republic of The Congo Human Righst Mapping” (Monitoraggio dei Diritti Umani nella Repubblica Democratica del Congo), come il recente rapporto degli esperti ONU sul coinvolgimento ruandese a favore del M23, era stato redatto sulla base di un approccio ideologico, informazioni parziali e disinformazioni vere e proprie, arrivando all’assurda conclusione di imputare i milioni di morti congolesi durante il conflitto unicamente a Rwanda e Uganda, tralasciando gli eserciti di Angola, Ciad, Zambia e Zimbabwe anch’essi coinvolti nei conflitti, l’esercito regolare congolese e i 40 gruppi ribelli presenti dal 1994 all’est del Paese. Un errore volutamente attuato che mise in dubbio la credibilità del rapporto in quanto non imparziale che ebbe come risultato offuscare la responsabilità di ogni attore dei conflitti, Rwanda compreso.

La schizofrenia ampiamente manifestata all’interno delle Nazioni Unite verso il Rwanda è un riflesso della schizofrenia generata dalla Comunità Internazionale dove due forze centrifughe interagiscono negativamente sul Paese. Da una parte la Francia e il blocco francofono mirano a riprendere il controllo del Paese, rovesciando l’attuale governo democraticamente eletto, appoggiandosi al gruppo terroristico FDLR noto per avere l’obiettivo di terminare il “lavoro del 1994”. Dall’altra gli Stati Uniti e il blocco anglofono che, nonostante le dichiarazioni diplomatiche ufficiali di condanna, sostiene acriticamente il Governo di Kigali fornendo immensi aiuti economici e militari. Una atteggiamento ipocrita che arriva a dichiarare ad alta voce la moratoria degli aiuti come forma più evidente del disaccordo sulla politica estera ruandese mentre questi aiuti continuano ad essere incanalati nelle casse del Governo ruandese attraverso stratagemmi e vie indirette come gli investimenti nella Borsa di Kigali.

Come fanno notare vari esperti dell’Università della Makerere, entrambi gli atteggiamenti adottati sono pericolosi e nocivi per il Rwanda. I continui tentativi di riconquista da parte francese consolidano la Sindrome israeliana rendendo sempre più aggressivo il Governo di Paul Kagame che ha adotto la stessa logica di Israele di attacchi preventivi ai Paesi confinanti considerati ostili per impedire un secondo genocidio. Logica identica a quella del Dipartimento di Stato Americano che autorizza ogni operazione militare diretta o indiretta contro un Paese che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza nazionale (leggi gli interessi economici americani nel pianeta). Il costante sostengo degli Stati Uniti a livello politico e militare incoraggia il Governo di Kigali ad aumentare il suo atteggiamento aggressivo nella politica estera. Entrambe le interferenze distruggono la possibilità di optare per una integrazione sociale ed economica della Regione dei Grandi Laghi, la sola capace di prevenire guerre e genocidi. 

 

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