domenica, Febbraio 23

Rwanda e Francia ai ferri corti sul Genocidio del 1994 Kigali rompe di fatto le relazioni con Parigi e nei due Paesi ora non esistono reciproche rappresentanze diplomatiche

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La Cellula Africana ha il compito di tutelare gli intessi francesi nel Continente, contrastare la concorrenza americana, inglese, indiana, russa e cinese, e impedire ogni tentativo di indipendenza politica e finanziaria delle sue ex colonie africane. Questi obiettivi devono essere raggiunti utilizzando ogni mezzo a disposizione: dai colpi di Stato ai genocidi. Nella sua strategia di controllo e destabilizzazione sono autorizzati anche interventi militari diretti nelle ‘colonie’ africane e il sostegno a gruppi terroristici islamici salafiti. La Cellula Africana nel recente passato è stata l’artefice della fine del regime di Gheddafi in Libia, delle guerre civili in Mali e Repubblica Centroafricana e dei tentativi di destabilizzazione nella colonia ribelle del Burkina Faso.

Sembra evidente che Macron non ha concordato con la Cellula Africana l’incontro con Kagame e  che la sua politica di disgelo è antitetica alle azioni della France Afrique per mantenere il controllo coloniale nell’Africa francofona. Senza questo controllo, l’economia e l’industria francese crollerebbero e la Germania potrebbe rimettere piede a Parigi, non grazie alle vittoriose truppe della Wermacht, ma grazie alla sua superiorità economica, divenendo, dopo la Brexit, il leader indiscusso dell’Europa, un sogno iniziato con il Kaiser, nel 1914, e ritentato durante il Nazismo. Un progetto che tuttora continua ad essere perseguito anche se in forme diverse e formalmente ‘pacifiche’.

L’alt probabilmente imposto a Macron dalla Cellula Africana ha un secondo obiettivo di  non trascurabile importanza: impedire che si ammettano le pesanti responsabilità francesi nel genocidio del ’94. La Francia si trova in una situazione completamente diversa dal Vaticano e non può riconoscere i suoi crimini. Il mea culpa pronunciato da Papa Francesco a Paul Kagame nel marzo 2016 fa parte di una strategia di sopravvivenza della Chiesa Cattolica in Africa, dove sta perdendo terreno a favore dei protestanti e sette religiose americane e sud coreane. Dalla politica di appoggio alle più crudeli e disumane dittature africane in chiave anti comunista si passa a messaggi evangelici di riconciliazione e collaborazione tra etnie e popoli basati sul rispetto del principio universale della Democrazia. Una politica vincente ideata dal Papa Eretico ma fortemente contrastata dai potenti farisei che occupano ancora posti di rilievo in Vaticano.

La Francia non può pronunciare il suo mea culpa in quanto metterebbe in pericolo l’intero establishement politico e finanziario decretando la morte della potente quanto occulta e reazionaria Cellula Africana. Le conseguenze economiche sarebbero devastanti in quanto un mea culpa sui fatti ruandesi scatenerebbe una reazione a catena che obbligherebbe Parigi a instaurare nuove e paritetiche relazioni con gli Stati africani francofoni ed esporrebbe molti esponenti politici, imprenditori e guru dell’alta finanzia ad eventuali processi internazionali per crimini contro l’umanità e genocidio non solo per il caso Rwanda ma anche per altre tragedie della umanità di cui la Francia è diretta responsabile se non istigatrice: Mali, Libia, Repubblica Centroafricana. Il mea culpa metterebbe a rischio di far scoprire le complicità francesi con il terrorismo salafita in Africa e gli occulti quanto criminali traffici di esseri umani legati ai flussi migratori clandestini di cui il prezzo viene pagato in Europa unicamente dall’Italia.

Il disgelo e la fine della guerra fredda con il Rwanda non può avvenire in quanto antitetico agli interessi di sopravvivenza politica ed economica della Francia sia in Africa che in Europa. L’alt ricevuto da Macron serve per tamponare un pericoloso trend sorto negli ultimi due anni che rischia di creare un terremoto politico a Parigi indebolendo la struttura coloniale tuttora esistente che si basa su crimini e sfruttamento dei popoli africani per mantenere benessere e democrazia nel Paese della Marsigliese.

Lo scorso 15 settembre l’Alta Corte francese ha infranto ogni principio democratico e il dovere di libera informazione che lo Stato è chiamato a garantire ai suoi cittadini, negando l’accesso agli archivi segreti riguardanti il genocidio in Rwanda 1994 che dovevano essere resi disponibili al pubblico fin dal 2015 secondo le leggi francesi in vigore. Un atto che contrasta addirittura la stessa Costituzione francese. Il rifiuto è stato rivolto al ricercatore e storico francese Francois Graner che ha scritto diverse opere sull’Olocausto Africano evidenziando le responsabilità dell’allora Presidenza Mitterand. I documenti che rivelerebbero terribili segreti sul genocidio sono protetti da una legge ad hoc e anti costituzionale. Una legge che prevede l’impossibilità di rendere pubblici i documenti legati alla morte di un Capo di Stato, in questo caso Mitterand (deceduto nel 1996).

Una palese ironica contraddizione in quanto da una parte una branchia della Magistratura riapre il caso della morte del dittatore nazista africano accusando i massimi vertici dell’attuale governo ruandese e dall’altro il governo di Parigi impedisce la consultazione degli archivi dove è contenuta la verità sull’assassinio che fece scattare la soluzione finale e provocò la morte di 1 milione di persone durante i 100 giorni, di altri 300.000 persone (hutu) rifugiate nello Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo. E questo nonostante che il genocidio ruandese è la matrice di indicibili sofferenze di altri due popoli: quello congolese e burundese. Gli stessi attori africani ed europei del ’94, nei successivi 23 anni sono responsabili di guerre civili, centinaia di migliaia di profughi, distruzione del tessuto economico e sociale e di quasi centinaia di migliaia di morti nel est del Congo e in Burundi.

La Cellula Africana era già intervenuta per impedire l’accesso agli archivi nell’aprile 2015 quando attraverso l’apparato della Magistratura aveva invalidato la decisione presa dal Presidente Francois Hollande il 7 aprile 2015 di declassificare gli archivi sul Rwanda riguardanti il periodo tra il 1990 e il 1995. Secondo molti storici occidentali ed africani questi archivi dimostrerebbero il criminale appoggio della Francia nella preparazione e attuazione del genocidio e il successivo supporto alle forze genocidarie sconfitte nel luglio – agosto 1994/ Un supporto che tuttora continua e causa di indicibili sofferenze a tre popoli africani e di una instabilità permanente nel est del Congo e in Burundi che condanna milioni di persone allo sottosviluppo e alla privazione dei piú elementari diritti umani.

«Il rifiuto ricevuto dalla Alta Corte si inserisce in oscure motivazioni politiche del governo francese. Ora mi rivolgerò alla Corte Europea per i Diritti Umani sperando che queste motivazioni politiche non abbiano il peso dimostrato in Francia, dove il governo ha deliberatamente deciso di essere opaco e di negare la verità dovuta ai propri cittadini» dichiara lo storico Graner che si fa interprete di una battaglia politica per ristabilire la verità storica e donare giustizia sia al milione di vittime ruandesi sia ai soldati francesi caduti nel nord ovest del Rwanda nel 1994 durante gli scontri contro le forze di liberazione di Paul Kagame. Battaglie e caduti mai ammesse da Parigi ma che hanno inflitto umilianti sconfitte militari ai francesi. Per nascondere la verità i corpi dei soldati inviati oltre mare per attuare l`Operazione Turchese sono stati abbandonati e dimenticati nel lontano Paese africano in quanto prove dei crimini e della disfatta militare francese contro i Kmer Neri, come il Presidente Mitterand definiva l’esercito di liberazione FPR che fermò l’ultimo genocidio del Ventesimo secolo e diede un volto di convivenza etnica e di pace al Rwanda, ora moderno Paese nel cuore dell’Africa in movimento e sviluppo dove la suddivisione hutu-tutsi è stata sostituita dalla giovane ma forte identità nazionale ruandese.

Gli sforzi di Graner sono supportati anche dalla associazione franco ruandese ‘Survie’ (i Sopravvissuti) che si rivolgerà alla Corte Europea per i Diritti Umani per ottenere l’accesso agli “archivi della vergogna”. Fabrice Tarrit, co-presidente di Survie in una recente conferenza stampa non ha usato mezze parole per enunciare i suo intenti contro il governo francese: «La ingiusta decisione della Alta Corte è una chiara illustrazione della presenza di ostacoli politici che tendono a coprire il coinvolgimento della autorità francesi nel omicidio di massa avvenuto nel 1994 in Rwanda. La decisione presa dall’Alta Corte serve a proteggere un crimine di Stato».

Nel maggio 2017 un’altra ONG francese CPCR (Collectif des Parties Civiles pour le Rwanda) rifacendosi alle promesse fatte da Macron durante la campagna elettorale di instaurare una nuova politica estera in Africa, aveva chiesto al neo eletto Presidente della Repubblica di far piena luce sulle responsabilità dei politici francesi all’epoca del genocidio in Rwanda. «CPCR non smetterà nella costante denuncia dei complici francesi che si nascondono tra gli ambienti militari, diplomatici e finanziari che resero possibile l’orrore del 1994» ha promesso il Direttore della ONG, Alain Gauthier. Nonostante gli sforzi del governo ruandese, ONG e Media francesi la Cellula Africana del Eliseo non sembra intenzionata a capitolare. Al contrario molte fonti di intelligence africane affermano che stia preparando un piano militare per la riconquista del Rwanda. Un piano che si collega direttamente alla crisi politica e umanitaria in Burundi che rischia di portare ad un secondo genocidio e ad una terza Guerra Pan Africana nella tormentata regione dei Grandi Laghi.

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