venerdì, Dicembre 13

Russiagate: Trump ancora nella bufera

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A due mesi dal suo trasferimento alla Casa Bianca, Donald Trump è sempre più nell’occhio del ciclone. Negli Stati Uniti si sono tenute infatti due audizioni al Congresso che lo riguardano da vicino. Due colonne portanti dell’intelligence americana sono infatti state ascoltate su due dossier che turbano il sonno del magnate newyorchese. Il primo dei due dossier riguarda le relazioni presunte tra lo staff del neo eletto presidente USA ed entità russe dai contorni fumosi che avrebbero interferito nelle elezioni americane di novembre per far eleggere proprio The Donald. Il secondo invece intende far chiarezza sulle accuse lanciate da Trump stesso contro l’ex presidente Barack Obama, tacciato d’aver intercettato la Trump Tower con l’aiuto di hacker britannici.

James Comey, direttore dell’Fbi, e Mike Rogers, capo della National Security Agency, sono le personalità di spicco della sicurezza a stelle e strisce chiamate a esprimersi su queste delicate questioni, rispondendo alle domande della commissione Intelligence della Camera. E le loro risposte non hanno di certo contribuito a calmare le acque perennemente in tempesta intorno al miliardario. Comey ha infatti dato la conferma dell’indagine dell’Fbi sui presunti intrecci dei collaboratori di Trump con la Russia durante le elezioni, il cosiddetto Russiagate. «Seguiremo i fatti ovunque ci porteranno», ha detto Comey assicurando la massima imparzialità dell’inchiesta. Va sottolineato che mai prima d’ora l’Fbi aveva confermato l’esistenza di questa inchiesta, più volte citata dai giornali. Ha quindi evidenziato che il dipartimento di Giustizia stesso l’ha autorizzato a confermare la veridicità di quello che finora si era solo ipotizzato: «Ho ricevuto l’autorizzazione del dipartimento di Giustizia per confermare che l’Fbi sta indagando sui tentativi del governo russo di interferire nelle elezioni 2016 e su qualsiasi legame possibile con la campagna di Trump», ha detto,  contravvenendo a quel principio dell’Fbi secondo cui è meglio non esprimersi su indagini in corso d’opera.

Interrogato su Vladimir Putin, ha sostenuto che il presidente russo «odiava la segretaria di Stato Hillary Clinton così tanto che il rovescio della medaglia era avere una chiara preferenza per la persona che correva contro» di lei. Putin inoltre, nella ricostruzione di Comey, avrebbe visto di buon grado l’elezione di Trump anche perché preferisce avere a che fare con gli “uomini d’affari” perché «è più facile trattare con loro e sono più aperti al negoziato». E per dar forza alle sue affermazioni ha citato come esempi i nomi dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e dell’ex premier italiano Silvio Berlusconi.

Anche Michael Rogers ha ribadito che l’intelligence statunitense ha ragione di credere che la Russia abbia favorito l’elezione di Trump interferendo nel voto di novembre. Comey ha rilanciato, sostenendo che la Russia abbia attaccato direttamente i server del Partito Democratico e in seguito abbia rilasciato i documenti ottenuti illecitamente a Wikileaks. Non sono invece arrivate risposte sul ruolo di Roger Stone, amico e collaboratore del magnate che durante la campagna elettorale aveva dato l’impressione di essere in contatto vicino a Wikileaks

Comey e Rogers hanno poi fatto chiarezza sulla questione degliswing States”, gli Stati notoriamente in bilico e che hanno consegnato a Trump la Casa Bianca, dichiarando che gli hacker russi non hanno alterato i risultati elettorali in queste zone. Infatti non ci sarebbero prove di interferenze russe nel conteggio dei voti in Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Florida, North Carolina e Ohio.

Smentite invece le accuse di Trump a Obama, sia da Comey che da Rogers: «Nessuno ha chiesto al Regno Unito di intercettare Trump», ha detto il capo dell’Nsa. Una richiesta che, incalza Rogers, «andrebbe espressamente contro gli accordi» tra le agenzie di intelligence di diversi Paesi. Ma, come prevedibile e consueto, Trump non si sposta di un millimetro dalle sue affermazioni e, tramite il portavoce della Casa Bianca, sostiene di non voler ritrattare le accuse mosse a Obama. In effetti, secondo ‘ABC News‘, la Trump Tower sarebbe stata sottoposta a sorveglianza da parte dell’FBI, ma ben 4 anni fa, tra il 2011 e il 2013. 

In ogni caso Trump non si ferma e insiste su Twitter. Tra i vari cinguettii al vetriolo rilasciati durante l’audizione, salta all’occhio questo, pubblicato dall’account ufficiale del Presidente Usa @POTUS: «Il direttore dell’FBI Comey si rifiuta di negare che ha parlato con il presidente Obama delle telefonate fatte da Michael Flynn alla Russia». Un tweet nebuloso, oscuro e col chiaro intento di dire, senza dirlo, che esisterebbe un solido complotto delle alte sfere democratiche ai suoi danni.

Un momento senz’altro tra quelli più difficili per il magnate newyorchese, di cui è difficile al momento scorgere una chiara fine. A due mesi dal suo insediamento, Trump ha un grado di popolarità presso gli elettori  ai minimi storici: dall’ultimo sondaggio Gallup emerge infatti che il livello di approvazione del presidente americano è sceso ulteriormente, perdendo altri tre punti percentuali nel fine settimana e toccando il 37%, il punto più basso da quando ha preso possesso dello Studio Ovale.

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