mercoledì, Agosto 12

Russiagate, quel che non funziona tra Trump e l’intelligence

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Quello che sembrava essere lo scontro del secolo, per la storia dell’intelligence americana, quello tra il Presidente Donald Trump e l’ex direttore dell’FBI James B. Comey, si è rivelato essere solamente l’ennesimo scambio di accuse, basato su tante ipotesi, ma pochi fatti.

Nei giorni scorsi, nel caos delle informazioni del vortice mediatico, aveva provato a fare un punto della situazione Alan M. Dershowitz, professore di legge a Harvard, che ha dichiarato a ‘FoxNews‘, come il Presidente Trump ha il diritto costituzionale di dirigere il direttore dell’FBI per arrestare un’indagine su chiunque semplicemente perdonando quella persona. Dershowitz ci ricorda che durante la storia americana, da Adams a Jefferson, da Lincoln a Roosevelt, senza dimenticare Kennedy e il più recente Obama, i presidenti hanno influenzato il Dipartimento di Giustizia americana per indagare, perseguire specifici individui e gruppi di individui. Ammettendo nel suo articolo che «solo recentemente è emersa la tradizione di un Dipartimento di Giustizia e di un FBI indipendenti . Ma le tradizioni, anche salutari, non possono formare la base di una carica penale».

Sebbene quest’influenza presidenziale sull’FBI sembra avere diversi precedenti, tra le dichiarazioni di Comey a pesare di più è quella riguardante l’ex consigliere nazionale di sicurezza Mike Flynn, che sarebbe stato sottoposto ad indagini per aver dichiarato falsi giudizi sui contatti con alcuni funzionari russi. Trump aveva esortato il procuratore generale Jeff Sessions, e ad altri addetti alla sicurezza del Governo, ad abbandonare l’Ufficio ovale, il 14 febbraio, prima di chiedere a Comey di mollare l’inchiesta su Flynn: «Spero che tu possa lasciare e che quest’indagine termini qua».

Secondo Dershowitz, ciò «non fornisce prove che il presidente Trump ha commesso un tentativo di ostruzione alla giustizia o di un qualsiasi reato». L’ostruzione alla giustizia è, negli Stati Uniti, un crimine federale, anche se non sappiamo se un presidente in carica può essere perseguito. O meglio, pur essendo un reato che prevede pene molto dure, è da escludere che i repubblicani che controllano il Congresso possano andare contro ad un Presidente del loro stesso partito. Dershowitz scrive che la richiesta del tycoon di porre fine all’indagine su Flynn, perché lo aveva perdonato, non rappresenta in alcun modo un tentativo di ostacolare le indagini, e di conseguenza alla Giustizia statunitense, ma la normale prassi di gestione da parte del Presidente americano di dirigere i servizi di intelligence del suo Paese. Mentre le indagini vanno avanti, per cercare di capire, come e in che misura, l’ombra della Russia abbia influito sulle elezioni americane 2016, e soprattutto, nel processo democratico del Paese, va avanti anche lo scontro di dichiarazioni tra Trump e l’ex direttore FBI.

Cerchiamo di capirne di più, in questa intervista a Gabriele Iacovino, responsabile degli analisti del Ce.S.I., Centro Studi Internazionali.

Il Presidente degli Stati Uniti ha, o non ha, il diritto costituzionale di dirigere le indagini dell’FBI?

Ovviamente è il referente ultimo del bureau, perché di fatto il capo del bureau è di nomina presidenziale e non parlamentare, quindi da questo punto di vista è indubbio, anche se entra in gioco un discorso politico istituzionale che va a toccare l’autonomia delle varie istituzioni. Quindi nonostante il capo sia di nomina presidenziale, l’FBI è un’istituzione governativa coordinata dal Dipartimento di Giustizia. Da questo punto di vista, il Presidente, che incontra il direttore dell’FBI e gli chiede di fermare l’indagine su uno dei suoi collaboratori, è un discorso che va a toccare profondamente gli equilibri istituzionali di un Paese come l’America.

Questa interferenza rappresenta un reato, o quantomeno un tentativo di ostruzione alla giustizia statunitense, oppure no?

Non credo si possa parlare di reato da un punto di vista giuridico. In quanto, stiamo parlando della parola di una persona contro quella di un’altra. È un discorso, ovviamente, politico e istituzionale perché di fatto questa è solo una parte dei problemi di Trump. Ufficialmente, il presidente fa un’operazione di influenza sul capo dell’FBI. Il discorso, però, non è legato solamente a questo, ma si collega anche a ciò che il team di Trump ha fatto durante il periodo di transizione, là dove c’era un’Amministrazione in carica, che era quella Obama, con cui, a prescindere da Obama e Trump, tutte le amministrazioni entranti si coordinano con le amministrazioni uscenti, ovviamente c’è sempre un discorso di ‘ripicche’.

Rimase storico il fatto che quando Clinton uscì ed entrava Bush alla Casa Bianca,  dalle tastiere dei computer della residenza ufficiale del presidente, scomparirono le ‘o’.  Qui assistiamo a una fattispecie totalmente diversa, dove vi sono delle accuse su dei rappresentanti del team elettorale di Trump, come Flynn e Kushner, che hanno avuto dei contatti con gli esponenti di un Governo straniero non alleato, non in coordinamento con l’amministrazione in pectore. È questo il punto fondamentale, in più poi, se il direttore dell’FBI, cacciato da Trump, dichiara che il presidente ha fatto pressione affinché si fermasse un’indagine su questo caso, la fattispecie monta.

Quest’intromissioni nelle elezioni americane del 2016, posto che vi siano state, hanno intaccato in qualche modo, la sicurezza e il processo democratico del Paese, e se sì, come?

Ovviamente, per dare un giudizio in questo senso, bisognerà avere un quadro preciso di quello che è successo, perché ad oggi stiamo parlando solamente di possibilità, e di indagini ancora in corso, sia dei contatti del team Trump con i russi, sia dell’influenza russa sulle elezioni, nonostante poi quest’influenza sia stata un po’ data per scontata da Comey nelle sue dichiarazioni. Il dato certo è che, quello che è uscito dopo le elezioni di Trump, e che sta uscendo sempre di più è che c’è stato un attacco informatico contro un candidato, quindi contro Hillary Clinton, il candidato più contrario alla Russia. Questo è un dato di fatto, e probabilmente questo attacco informatico può essere ricondotto ad hacker russi. Quindi un’azione di influenza sulle elezioni c’è stata, dire che quest’azione di influenza, sia stata a favore di un candidato, piuttosto che a favore di Trump, in questo momento non è possibile stabilirlo. C’è stata un’azione contro la Clinton.

Se non vado errata, nel fronte opposto, si era parlato anche di un tentativo da parte di Obama di convogliare delle indagini, in quel caso della CIA, proprio su Trump, le risulta?

Si tratta di accuse reciproche effettivamente, più che altro la Cia, ha valutato dei campanelli di allarme rispetto a dati di fatto, che c’erano delle attività, anche dal punto di vista mediatico, rispetto ad agenti di influenza russa, che andavano a supportare fortemente un candidato piuttosto che un altro. Ovviamente, stiamo parlando di cose avvenute tra novembre e dicembre, e che ora sono uscite pubbliche, c’è da dire che non sappiamo cosa è stato rivelato e cosa no, che CIA ed FBI sapevano già prima. Perché ad esempio, il team Trump, cioè Kushner, Bannon e Flynn, avevano incontrato a dicembre anche il principe reggente emiratino, senza dire nulla all’amministrazione Obama, che lo è venuto a sapere, solamente, attraverso le liste dell’immigrazione dell’aeroporto di New York, dove figurava il nome del principe ereditiere di Abu Dhabi. Quindi stiamo parlando di una serie di informazioni, di cui conosciamo una parte, non abbiamo la conoscenza del tutto.  Ciò che risulta da quello che abbiamo, è che ci sono dei comportamenti impropri istituzionali in una fase delicata di transizione politica negli Stati Uniti.

Qual’era il clima all’interno della community del FBI, prima del licenziamento del direttore Comey, avvenuto il 9 maggio scorso?

Partiamo dal dato della nomina di Trump, in più, dal report dell’intelligence americana subito dopo le elezioni di Trump, in cui si parlava dell’influenza russa sulle elezioni americane, report redatto da NSA, CIA ed FBI. L’unico ufficio che si distaccava da un comportamento profondo della Russia nei confronti delle elezioni americane era proprio l’FBI,  nella parte pubblica del rapporto, c’è scritto che mentre NSA e CIA giudicavano profonda l’influenza russa rispetto alle elezioni, l’FBI prendeva le distanze e non condivideva questa valutazione di profondità, anche se di fatto non negava il dato, distaccandosi solamente dal giudizio. C’è un comportamento non di chiusura totale, anche perché poi tutti gli attacchi polemici di Trump sono stati sempre ed unicamente contro la CIA, mai contro l’FBI, anche perché chi gli dava queste posizioni era Flynn, che ha sempre avuto, essendo un ex esponente dell’intelligence militare che è stato cacciato dal mondo dell’intelligence  per le sue posizioni, un disegno del rinnovamento e delle riforme che si dovevano fare all’interno dell’intelligence, che andava a cambiare profondamente la CIA, così come era stata strutturata nel corso degli ultimi quindici anni. Quindi, perl’amministrazione Trump, il bersaglio è sempre stata la CIA, poi ovviamente le posizioni sono cambiate perché si è allontanato Flynn.

Trump, come ha cambiato marcia su altre posizioni, ha cambiato anche su questo, influenzato anche dal mondo militare che gli ha fatto cambiare atteggiamento. Non c’è mai stato un sentimento, così ostativo nei confronti dell’FBI. Il discorso è nato quando sono partite le indagini su questi contatti, e si fa riferimento in particolare alle indagini su Flynn, perché all’epoca non c’erano ancora le indagini sul cognato di Trump, Kushner, cosa che adesso sta uscendo fuori.

Il discorso di Kushner, marito della figlia preferita di Trump, Ivanka, è arrivato dopo le dichiarazioni di Comey, su Flynn, che avrebbe avuto dei contatti sia con l’Ambasciatore russo negli Stati Uniti, sia con un banchiere legato in qualche modo al Cremlino, addirittura, per quello che è uscito sulla stampa americana, c’era la volontà di creare un canale di comunicazione diretto tra la Casa Bianca e il Cremlino sicuro, attraverso le infrastrutture delle ambasciate russe, in modo da non essere intercettati, o meglio, meno intercettati dalle autorità americane.

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