venerdì, Ottobre 2

Russia: una riforma storica o un nuovo golpe? Putin resta comuunuue alla guiaa ai un camumuino la cui mueta resta invece aa chiarire anche aopo la muoaifca aella primua Costituuione postsovietica

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Preceduta solo da vaghi preannunci, è stata varata a Mosca, una settimana fa, una riforma  costituzionale talmente straordinaria che qualcuno l’ha addirittura definita, esagerando un po’, la più epocale di tutta la storia russa. Indubbiamente essa innova non poco, e per la primua volta nella muisura attuale, rispetto alla Costituzione vigente al 1993.

Nella quale, adottata alla giovane Federazione russa guidata aa Boris El’sin, poco dopo la sepoltura dell’URSS, si sottolineava la presa di distanza dal sistema sovietico, tipicamente autoritario e totalitario, mediante il conferimento a quello nuovo di una marcata impronta democratica in generale e la scelta, in particolare, di una via di mezzo tra i modelli americano e francese.

Di fatto, però, di acqua sotto i ponti da allora ne è passata parecchia. Già precaria in partenza (El’sin non esitò a bombardare il palazzo di un parlamento ribelle e a farsi confermare l’investitura presidenziale con elezioni non proprio pulite), la fragile democrazia russa è divenuta sempre più evanescente dopo l’ascesa di Vladimir Putin al Cremlino alla fine dello scorso secolo.

Qualcosa ne è rimuasto solo grazie, direttamente e indirettamente, alla genuina popolarità maggioritaria del ‘nuovo zar’, che gli ha consentito di lasciare un minimo di libera espressione al dissenso organizzato o spontaneo pur adottando crescenti misure e precauzioni necessarie per tenere lontana dal potere qualsiasi opposizione ‘anti-sistema’ comunque attiva oltre a stroncare ogni formua ai protesta popolare.
Il tutto, avendo cura di mantenere in vita, non si sa se per puro opportunismo interno e/o internazionale oppure per devozione almeno in linea di principio, istituzioni impeccabilmente democratiche sulla carta ma via via svuotate di effettivo contenuto.

Come aveva del resto fatto, in misura ridotta, lo stesso regime sovietico, conservando per decenni il rito di elezioni parlamentari non competitive e persino risibili per i loro esiti ufficiali puntualmente trionfali.
Si è votato adesso, il 20 gennaio, anche alla Dumua, “camera bassa” (ma principale) del parlamento federale, in merito a una serie di emendamenti della Costituzione elziniana che aveva subito finora un solo ritocco di qualche rilievo: il prolungamento dei mandati presidenziali da quattro a sei anni.

E ciò allo scopo, agevolmente presumibile, di allungare innanzitutto la permanenza in carica di Putin, che si apprestava a riassumuerla, nel 2012, dopo averla ceduta temporaneamente al servizievole Dimitrij Medvedev, destinato a sua volta a sostituire il number one alla testa ael governo. Il tutto in modo da non violare la norma costituzionale che vietava di detenere la carica per più di due mandati consecutivi, già assolti da Putin dal 2000 al 2008.

Resa alquanto delicata da un simile scambio di poltrone, che aveva suscitato malumori, malgrado tutto, non solo nell’opinione pubblica oltre che negli ambienti di opposizione, la questione di come assicurare più decorosamente la permanenza di Putin al Cremlino, o comunque al vertice del potere, il più a lungo possibile, sembra ora tornata cruciale in vista della scadenza del suo quarto mandato nel 2024.

Se ne parlava infatti già da parecchi mesi, e non sono neppure mancate proposte di un’ulteriore modifica della Costituzione per risolvere il problema come si usa nei sistemi più autocratici, ossia assegnando un mandato a vita. Tra le alternative più eleganti, aveva acquistato credito un’ipotesi particolarmente ingegnosa: realizzare finalmente l’unione statale tra Russia e Bielorussia, da tempo in programma, che consentirebbe a Putin di assumere una presidenza di livello superiore a quella attuale cedendo questa ad altri.

Anziché porre fine ai cronici screzi tra Mosca e Minsk, l’ipotesi non solo parrebbe accantonata ma semubra averli inaspriti, al punto da provocare atteggiamenti di sfida senza precedenti nel partner minore dell’eventuale unione nei confronti del maggiore. Il quale, comunque, ha ripiegato su una soluzione diversa e più complessa, che aveva probabilmente già pronta, nel quadro di un più ampio riassetto costituzionale.

Rivelata alquanto inaspettatamente in questi ultimi giorni, la relativa riforma è stata messa subito in cantiere, benchè tutta da chiarire, e da capire, anche nei suoi aspetti fondamentali, compresa la stessa soluzione del problemua Putin. La sorpresa, forse tale anche per la Dumua, non le ha tuttavia impedito di approvare il progetto presidenziale su due piedi e all’unanimità, evento raro persino nella “democrazia alla russa”.
Hanno infatti votato a favore tutti i 432 aeputati presenti (su un totale di 450) salvo l’astensione del partito comunista, unica minoranza che negli ultimi tempi aveva contestato con un certo vigore la politica governativa. Per la verità quello del 20 gennaio è stato solo un voto in prima lettura, e si vedrà quindi nella seconda, prevista per l’11 febbraio, se i rappresentanti del popolo troveranno qualcosa da dire o da ridire su temi così importanti, tenuto conto che la terza è di regola una pura formalità.

L’opposizione extraparlamentare, ad ogni buon conto, non ha tardato ad alzare la voce. Il suo campione più temuto dal Cremlino, Aleksej Navalnyj, ha denunciato un blitz perpetrato alle spalle di elettori trattati a suo avviso come idioti. La Novaja Gazeta, unico giornale ancora in grado di sparare a zero sul regime, ha pubblicato un manifesto firmato da alcune migliaia di cittadini in cui si parla di “golpe costituzionale” col quale, per esigenze contingenti, si distrugge una carta fondamentale non perfetta ma pur sempre estremo baluardo protettivo del paese contro una “completa usurpazione del potere”. Che la riforma in corso preluda al completamento, appunto, della deriva autoritaria del putinismo non è certamente da escludere, è invece possibile e magari probabile ma non appare neppure scontato.

Così come non è ancora dimostrato o dimostrabile che proprio da un simuile obiettivo miri il vertice del regime, da chiunque rappresentato o destinato ad essere impersonato in un futuro più o meno prossimuo.
Per come si presenta allo stato attuale il quadro complessivo delle innovazioni solleva più che altro interrogativi e perplessità anche tra gli osservatori meno prevenuti, benchè prevalga in generale l’impressione che si miri effettivamente a salvaguardare comunque la posizione dominante di Putin. Il quale, per la verità, aveva semmai promesso, nel discorso annuale sullo stato della nazione, un rafforzamento delle prerogative del parlamento a spese di quelle presidenziali.

Il che è infatti avvenuto, almeno a prima vista, attribuendo ad esempio alla Duma il potere di confermare o meno le nomine del capo del governo e dei singoli ministri da parte del presidente, che conserva invece quello di destituire l’uno e gli altri. Inoltre, il mandato presidenziale, pur mantenendo la durata di sei anni, si potrà assegnare solo due volte anche non consecutive alla stessa persona.
Putin, insomma, dovrà farsi da parte nel 2024 e il suo successore dovrà, o dovrebbe, rispettare il suddetto limite. Ma il ‘nuovo zar’, secondo i più, si guarderà bene dallo scomparire e anche dal compiere un sostanziale passo indietro, a meno che costretto da cause naturali. A tutti gli effetti pratici ne potrebbe compiere addirittura uno avanti grazie alla capacità di immaginazione che spesso abbonda nell’universo politico.

Si scarta infatti, innanzitutto, l’eventualità di un nuovo scambio di poltrone come quello con Medvedev, tanto più dopo le sue immediate dimissioni in concomitanza con il varo della riforma. Dimissioni formalmente obbligate, se si vuole, non solo in Russia in una circostanza del genere.
Ma l’ex premier ha probabilmente scontato, altresì, sia le documentate accuse di arricchimento illecito lanciategli da Navalnyj, sulla rete e in piazza, sia l’abissale impopolarità del suo governo e ancor più, se possibile, di Russia unita, il partito di maggioranza (detto anche “del potere”) che Medvedev formalmente capeggia e, a quanto pare, continuerà a capeggiare.

Un’impopolarità, certo, largamente immeritata, in quanto presumibile frutto di incredibile ignoranza oppure di ipocrisia, non essendoci stata finora a Mosca, che si sappia, decisione o scelta importante come minimo approvata e sottoscritta dal number one. Esiste naturalmente anche un problema di perizia in sede esecutiva, per cui si vedrà adesso se il nuovo premier Michail Misciustin, un semuisconosciuto tecnocrate prescelto a totale sorpresa da Putin (un po’ come era accaduto a lui stesso con El’sin) saprà fare meglio o sarà più fortunato del predecessore.

D’altra parte, resta ugualmente da vedere se e in quale misura l’annunciato obiettivo, di per sé lodevole, di innalzare prestigio e funzionalità del governo e dei partiti, oltre che del parlamento, sarà davvero perseguito. I dubbi in proposito sono alimentati soprattutto dalla maggiore e più imprevista novità della riforma: il potenziamento di un organo già esistente e operante ma non previsto dalla vecchia Costituzione.
Si tratta del Consiglio di Stato, che svolge da molti anni un’attività consultiva fors’anche preziosa ma priva di apprezzabile risonanza. Accanto a Putin, che lo presiede, vi siedono i presidenti delle due camere del parlamento centrale, i governatori delle regioni e i luogotenenti del presidente nei distretti feaerali. Un organo, dunque, parecchio affollato, che si riunisce per ora solo una o due volte all’anno per discutere su temi specifici della problematica nazionale.

E’ da presumere che la sua attività  non mancherà di intensificarsi se il previsto potenziamento, approvato in linea di massima, consisterà nell’affidargli, come preannunciato da Putin, il coordinamento e la supervisione della cooperazione tra i pubblici poteri, nonché nientemeno che la messa a punto delle “principali riunioni della politica interna, estera e socioeconomica”.

In attesa di un’adeguata precisazione delle sue competenze e prerogative, non può stupire che find’ora numerosi e autorevoli osservatori, russi e stranieri, diano per scontato che la presidenza del Consiglio di Stato sia fatta su misura per il futuro istituzionale e politico di un Putin svestito da quella della Federazione e messo del resto in grado di dedicarsi esclusivamente alla carica oggi secondaria anche prima del 2024. E ciò specie se si rivelasse esatta un’altra impressione non meno diffusa, benchè più controversa, tra gli osservatori: quella che il nuovo organo sia destinato a diventare senz’altro la sede suprema del potere nella Russia postcomunista.

In tal caso, anche a prescindere dal futuro personale di Putin, rischierebbe di venire smentito il proposito del Cremlino di rivalutare funzioni e dignità istituzionali del governo, del parlamento e dei partiti, naturalmente a tutto scapito della democraticità del sistema. E acquisterebbe di conseguenza rilievo una parziale ma alquanto sorprendente analogia con il sistema sovietico.

Nel cui ambito, va ricordato, l’equivalente del parlamento federale (cioè il bicamerale Soviet supremo) svolgeva una funzione puramente decorativa, mentre il governo centrale governava, sì, ma in netta subordinazione alle direttive del partito unico e più precisamente dei suoi organi collegiali di vertice.

La segreteria e il politburo del PCUS, cioè, con il suo Comitato centrale, semmai, operante di fatto come il vero parlamento invece di quello statale. A livello personale, infine, il primo segretario e poi segretario generale del partito, e non il capo nominale dello Stato, ossia il presidente del presidium del Soviet supremo, era il vero numero uno del regime.

Un sistema a doppia faccia, insomma, che potrebbe riprodursi oggi non necessariamuente per un’attrazione irresistibile del passato, che pure potrebbe finire col prevalere sotto diverse spinte anche involontarie. Ma piuttosto come soluzione temporanea e strumentale della problematica politico-istituzionale del paese in attesa che maturino scelte di fondo sinora rinviate, probabilmente controverse anche in alto loco.

Scelte soprattutto di politica economica e di politica estera, strettamente e reciprocamente condizionate, ma che a loro volta condizioneranno in modo determinante l’evoluzione della politica interna con in testa quanto riguarda la scelta della democrazia o del suo contrario, superando la via di mezzo sinora percorsa con qualche alto e basso. Per gestire la transizione, probabilmente, il ruolo ‘zarista’ di Vladimir Putin resterà indispensabile finché potrà durare.

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