martedì, Marzo 19

Russia tra guerra, terrorismo e protesta

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Il colpo di testa di ‘the Donald’ in Siria, che dato l’antefatto di segno prevalentemente opposto è rimbombato come un colpo di scena di prima grandezza, distrae inevitabilmente l’attenzione generale da ciò che stava offrendo la scena interna russa: qualcosa di relativamente insolito benchè meno clamoroso, per ora, e meno allarmante. Non accadeva da tempo, infatti, che nella terra del ‘nuovo zar’ tornasse ad esplodere la protesta domenicale di piazza contro il regime, non più concentrata nelle grandi metropoli ma diffusa un po’ dovunque, e che il fenomeno si ripetesse una settimana più tardi, stavolta soprattutto nella capitale, malgrado la puntuale e sbrigativa repressione.

E neppure che, quasi contemporaneamente, riesplodesse anche il terrorismo, smentendo l’immagine alquanto ammirata all’estero di un regime apparentemente capace, a differenza di altri, di tenerlo a bada, e con la strage nel metrò di San Pietroburgo seguita da altri attentati ed episodi di minore risonanza ma complessivamente rimarchevoli proprio per la loro ripetitività o ricomparsa. Tra i quali merita rilievo anche la ripresa dopo anni dell’agitazione degli autotrasportatori, forte e massiccia specie nelle aree più periferiche del Paese, contro il rincaro delle tariffe autostradali.

Le connessioni oggettive o ipotetiche (e talvolta cervellotiche oppure fin troppo chiaramente di comodo) sia tra terrorismo e agitazione politico-sociale sia tra entrambi e gli sviluppi esterni sono numerose. Vale la pena, qui, di prendere in considerazione solo quelle utili per capire come possano presentarsi per il prossimo futuro le prospettive di un regime che fino a ieri sembrava decisamente solido, malgrado una seria crisi economica ancora non esaurita, grazie ad un consenso popolare guadagnato o rafforzato soprattutto grazie a vistosi successi in politica estera.

Ma è proprio quest’ultima che potrebbe adesso vacillare come pezzo forte del repertorio di Vladimir Putin. Dopo avere battuto ai punti, benchè non per k.o. (evitato col forzato ritiro), Barack Obama, il vincitore si è trovato di fronte, forse persino con il proprio contributo diretto, un Donald Trump che ha esordito enunciando propositi marcatamente distensivi e amichevoli nei confronti del Cremlino. I quali, se confermati e concretizzati, avrebbero ovviamente trasformato la vittoria in un trionfo.

Con un’unica riserva: in caso di conferma anche della linea dura preannunciata invece dal successore di Obama nei confronti della Cina, finora decisamente amica se non proprio alleata della Russia, Putin sarebbe stato messo in qualche difficoltà. Paragonabile, volendo, a quella in cui si ritrovò l’Unione Sovietica negli anni ’60 quando Pechino si sentì tradita dalla distensione tra Mosca e Washington, che la tagliava fuori, al punto che le multiformi reazioni cinesi portarono ad uno stupefacente rovesciamento della situazione, con Pechino e Washington quasi militarmente alleate contro Mosca.

Incidentalmente, un simile precedente suggerisce di non scartare senz’altro l’ipotesi che Trump abbia inscenato l’atto di forza in Siria in concomitanza con l’appuntamento con Xi Jinping in Florida anche per dimostrare con i fatti al lider maximo cinese che la nuova Casa Bianca non abbaia senza sapere poi mordere, se del caso, in riferimento alla sfida con guanto nucleare lanciatale dalla Corea del nord, ma non solo. E qui la memoria potrebbe persino estendersi fino ad un altro precedente, epocale e apocalittico: la bomba atomica deflagrata su Hiroshima per costringere il Giappone alla resa ma probabilmente anche per intimidire l’URSS già avviata verso la ‘guerra fredda’ con gli USA.

Lo schiaffo inopinatamente rifilato da Trump a Putin, comunque, ingigantisce automaticamente i dubbi già leciti circa l’affidabilità della mano tesa dall’uno all’altro. A meno che non venga necessariamente percepito come un gesto inaccettabile dal secondo ma piuttosto, al di là delle reazioni di circostanza, come una mossa diretta a ristabilire un certo equilibrio sul campo mediorientale tra le due parti in vista di un’eventuale intesa sulla spartizione delle rispettive presenze e influenze nella regione.

Dopotutto, il nucleo originario e presumibilmente ancora centrale del contenzioso tra Washington e Mosca resta il problema ucraino o, più in generale, quello della collocazione internazionale del ‘vicino estero’ ex sovietico della Russia. Se qualcosa si stia muovendo anche a questo riguardo, e in quale direzione, lo si vedrà nelle prossime settimane. Che dovrebbero in ogni caso chiarire se la politica estera di Trump rimarrà improntata all’empirismo oppure se nelle sue imprevedibili improvvisazioni non vi sia del metodo, come avrebbe detto Shakespeare. Non si celi, cioè, qualcosa di simile ad una strategia più o meno lineare.

Allo stato attuale, sembra abbastanza facile prevedere che le cose siano destinate comunque a complicarsi. Innanzitutto perché, come ben si sa per esperienza (quella ormai annosa dell’Iraq ad esempio), è normalmente meno arduo ottenere un certo risultato che non mantenerlo e consolidarlo. A prescindere dalla piega che prenderà il confronto al momento apertissimo con gli USA, il Cremlino dovrà ricalibrare il proprio ruolo nel Medio Oriente, ora troppo sbilanciato a favore dello schieramento sciita, minoritario nella regione, e in contrasto con quello sunnita, tanto più dopo l’apparente esaurimento del breve idillio con la Turchia, tornata a fianco degli altri alleati atlantici nell’applaudire all’attacco missilistico americano contro Bashar Assad dopo il precoce raffreddamento con Mosca a causa della questione curda.

E’ uno sbilanciamento al quale non si può non ricollegare la riesplosione del terrorismo in Russia. In aggiunta alle minoranze musulmane stanziali, la Federazione ospita milioni di immigrati islamici provenienti dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e per lo più di fede sunnita, come lo sono ancor più probabilmente le non poche migliaia di loro concittadini espatriati per combattere nelle file dell’ISIS e magari trasferitisi anch’essi in Russia in seguito alle sconfitte che stanno subendo le milizie del califfato.

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