giovedì, Agosto 22

Russia, sotto tiro anche l’estremismo religioso

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La politica, i politici, spesso non temono il ridicolo. Dovunque, ma specialmente dove esistono sistemi a responsabilità limitata nei confronti dei cittadini. In Russia la Corte suprema, senza pensarci su più di tanto (in Italia sarebbero passati lunghi mesi, come minimo, prima di arrivare a sentenza), ha concesso il suo benestare alla decisione del Ministero della giustizia di mettere fuori legge i Testimoni di Geova, una confessione religiosa ormai ampiamente diffusa nel mondo, non circondata ovunque da unanime simpatia ma che finora non aveva mai dovuto subire un provvedimento così drastico.

Il ridicolo sta nelle motivazioni. I giudici moscoviti non hanno esitato a sottoscrivere la qualifica, affibbiatale dal suddetto ministero, di “organizzazione estremista”, la cui attività rappresenterebbe una «minaccia per i diritti dei cittadini, l’ordine pubblico e la pubblica sicurezza». Invitato a spiegare da che cosa emerga l’asserito estremismo, lo stesso dicastero ha risposto che nei testi scritti pubblicati dai credenti in Geova si afferma la superiorità della propria religione su tutte le altre e si giustifica il ricorso alla violenza contro i loro rappresentanti.

Sul primo punto, ci si domanda ovviamente se esistano in natura religioni non estremiste che si inchinano alla superiorità di altre, mentre sul secondo chiunque vorrà convenire che agli adepti dell’organizzazione nata in Pennsylvania quasi un secolo e mezzo fa tutto si potrebbe rimproverare salvo il ricorso abituale o anche il semplice incitamento alla violenza contro chicchessia. E’ sicuramente legittimo contestare loro, come non si manca di fare anche nel caso russo, la predicazione ostile alle trasfusioni di sangue, rispettando tuttavia la libertà di pensiero e di parola, sempre che non si traduca in atti concreti e comportamenti specifici perseguibili al limite anche penalmente.

Certo è invece che la sentenza di giovedì scorso, che ordina la chiusura del quartier generale dell’organizzazione e delle sue quasi 400 sedi periferiche nonché il sequestro dei relativi beni, si presenta inevitabilmente come una sfida, innanzitutto, alle libertà di religione e di associazione garantite dalla vigente Costituzione, e viene infatti coralmente condannata in quanto tale almeno all’estero, oltre che dagli esponenti della stessa organizzazione. I quali, ad ogni buon conto, hanno preannunciato ricorsi in tutte le possibili istanze giudiziarie, comprese quelle internazionali i cui pronunciamenti sarebbero teoricamente vincolanti anche per la Federazione russa. Con quali esiti, si vedrà.

Non mancano comunque reazioni vivacemente critiche neppure dall’interno delle istituzioni nazionali oltre che da qualche voce mediatica non allineata. Maxim Scevcenko, ad esempio, membro del Consiglio presidenziale per lo sviluppo della società civile e dei diritti dell’uomo nonché presidente del Centro di ricerche strategiche sulle religioni e la politica mondiale, confuta senza mezzi termini le motivazioni della sentenza e suggerisce che quelle vere vadano ricollegate all’influenza e alle preoccupazioni della Chiesa ortodossa, autentico pilastro del sistema di potere che fa capo a Vladimir Putin.

Il suo patriarcato, che secondo Scevcenko intrattiene rapporti particolarmente stretti con i massimi dirigenti dei servizi di sicurezza, soffrirebbe la concorrenza di una confessione alternativa capace, come si sa, di svolgere un’intensa attività di proselitismo di base, porta a porta, forse più efficace che altrove in un Paese storicamente ricco di esperienze del genere. E comunque più sensibile di altri ad offerte di valori che promettono di riempire in qualche misura un vuoto aperto dal crollo di un regime ideologicamente forte e pervasivo come quello comunista e non si sa quanto colmabile da un’ideologia nazionalista e religiosa con il contributo, appunto, di una Chiesa dominante ma non popolarissima sotto ogni aspetto.  

 Il concorrente diretto più temuto dal patriarcato ortodosso sembrava, fino a poco tempo fa, la Chiesa cattolica, con la quale è però in corso un marcato avvicinamento, verosimilmente favorito dalle aperture non solo ecumeniche dell’attuale pontefice. Sottolineato dall’apparente successo del recente incontro a Cuba tra Francesco e il patriarca Kirill, esso si affianca al dialogo già avviato tra Santa Sede e Cremlino. Putin e Kirill, infatti, sembrano trovarsi più a loro agio nel confronto con grandi soggetti solidamente istituzionalizzati piuttosto che con altri meno imponenti ma perciò stesso più sfuggenti, meno facilmente controllabili e quindi almeno potenzialmente più pericolosi.

I pericoli che il regime e il sistema russo nel suo complesso attualmente corrono sono stati appena segnalati, alquanto a sorpresa, dalla ricomparsa delle manifestazioni di piazza, non più limitate alle maggiori città e caratterizzate dalla prevalente partecipazione di giovani, mobilitati attraverso una rete informatica altrettanto difficile da controllare, malgrado gli sforzi delle autorità, al cento per cento.

Ciò avviene, forse non del tutto a caso, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno ma anche in già iniziata coincidenza con il centenario della duplice rivoluzione russa, una ricorrenza che disturba e imbarazza il Cremlino come l’intero establishment che lo circonda. Putin mostra di vedere come il fumo negli occhi quella del febbraio 1917, una sollevazione popolare in gran parte spontanea che rovesciò un regime al quale il “nuovo zar” preferisce ricollegarsi, più ancora di quella bolscevica dell’ottobre successivo. Per Kirill furono entrambe opera del demonio, e un alto prelato suo collaboratore, Vladimir Legojda, ha dichiarato in una recente intervista che «senza fede in Dio siamo perduti» e finchè essa c’è non ci saranno più rivoluzioni, intendendo naturalmente la fede nel vero Dio, non quelli venerati da sette per di più allogene come i Testimoni di Geova.

Non si sa su quali basi, in una corrispondenza da Mosca per “Il Manifesto” si sostiene che la Chiesa russa, forse proprio perchè ridiventata praticamente di Stato, non temerebbe la loro concorrenza, contrariamente a quanto assicura Scevcenko guardando soprattutto alle aree periferiche, a quella Russia “profonda” o più lontana dove la predicazione dei Testimoni troverebbe maggiore ascolto, non diversamente, del resto, da altre suggestioni sgradite al potere centrale.

Lo stesso corrispondente, Jurij Colombo, rileva tuttavia che misure così radicali come la loro messa al bando erano state adottate in passato solo contro gruppi estremisti islamici e piccole formazioni di ispirazione anarchica o xenofoba. Da ricordare, in proposito, che già Stalin aveva ordinato, nel 1951, la deportazione in Siberia di 8 mila credenti in Geova su 10 mila in totale, che la loro persecuzione nell’URSS non era del tutto cessata neppure dopo la conclamata “destalinizzazione” e che ad una piena riabilitazione si arrivò solo nella Russia postcomunista sotto la presidenza di Boris El’zin.  

Il duro verdetto della Corte suprema non è giunto affatto, però, come un fulmine a ciel sereno. E’ stato invece preceduto da una graduale ripresa persecutoria accentuatasi per tutto il corso del 2016, sul piano sia amministrativo sia giudiziario, culminando anche nella chiusura d’autorità di alcune sedi dell’organizzazione. La quale, nel suo complesso e al suo vertice, avrebbe avuto il torto, sostiene adesso il Ministero della giustizia, di ignorare sistematicamente sentenze ed intimazioni, rendendo così inevitabile il provvedimento più drastico. Il quale, a questo punto, può certo essere ricondotto al semplice fatto che gli aderenti nazionali alla confessione hanno continuato nel frattempo ad aumentare arrivando ad un totale minimo di 165 mila (secondo il dato ufficiale) e alla plausibilità che la cosa dia particolarmente fastidio alla Chiesa ortodossa così legata al regime.

Come però nota opportunamente lo stesso Colombo, la decisione del 20 aprile non sorprende più di tanto perché non fa che confermare un «arroccamento autoritario delle istituzioni» in atto in Russia ormai da tempo. Un processo, cioè, di carattere e rilevanza politica, ovviamente, sul quale contribuisce a richiamare l’attenzione un’involuzione ben più programmata che tollerata sul piano etico-sociale, oltre che religioso, nella quale rientrano anche la campagna contro l’omosessualità, la sia pure parziale depenalizzazione delle violenze in famiglia e così via.

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