lunedì, Dicembre 16

Russia, Terrorismo: esplosioni a S. Pietroburgo

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Esplosioni nella metropolitana di S. Pietroburgo.
Attorno alle 14.30, un’esplosione avrebbe colpito un vagone della metropolitana della seconda città russa. L’esplosione si sarebbe verificata sulla Linea Blu, tra le fermate di Tekhnologičeskij Istitut Sennaja Ploščad.
Le notizie sono ancora estremamente frammentarie, ma si parla di almeno undici morti e quarantasette feriti, di cui sei gravi: fra i feriti ci sarebbero diversi bambini. Un altro ordigno, inesploso, sarebbe stato trovato in un vagone nella fermata di Plošad’ Vostanija (Piazza della Rivoluzione). La rete metropolitana della città è stata totalmente evacuata e le misure di sicurezza sono state alzate al massimo in tutta la città e nel resto della Federazione. A S. Pietroburgo sono stati dichiarati tre giorni di lutto cittadino.
Il Presidente russo Vladimir Putin si trovava nella città per un incontro con il Presidente della Bielorussia Aleksander Lukašenko ed è stato prontamente informato dei fatti: al momento, ha affermato, non si esclude nessuna pista, ma la notizia rilanciata dalla piattaforma siriana AMN, al momento non confermata, di un presunto attentato all’ambasciata russa a Damasco potrebbe avvalorare questa ipotesi.
In questo caso, si potrebbe trattare della reazione della galassia islamista all’impegno della Federazione Russa nella guerra al califfato islamico in Siria e del sostegno al regime di Bashar al-Assad o di un’azione dei militanti ceceni o daghestani che da molti anni colpiscono con attentati su territorio russo.
Dimostrazioni di solidarietà e cordoglio sono arrivate dai Paesi dell’Unione Europea.

Negli Stati Uniti d’America, intanto, oggi si terrà l’atteso incontro tra Donald Trump ed il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.
Al centro dei colloqui tra i due sarà certamente la questione medio-orientale in tutte le sue sfaccettature: dalla lotta allo stato islamico in Iraq e Siria alla questione iraelo-palestinese, dala situazione in Libia alle problematiche interne dell’Egitto, prima fra tutti la lotta ai Fratelli Mussulmani (a cui faceva capo l’ex-Presidente Muhamed Morsi, destituito proprio da al-Sisi nel 2013).
Ma c’è un altro incontro internazionale a cui si guarda con interesse: è quello previsto per giovedì 6 aprile nella villa di Mar a Lago a Palm Beach, in Florida, tra Donald Trump e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping.
L’amministrazione Trump è divisa al suo interno sull’atteggiamento da tenere nei confronti di una Cina che, oramai, è diventata la seconda potenza mondiale e minaccia la supremazia economica statunitense. Il Presidente si trova schiacciato tra chi vorrebbe mostrare i muscoli, con il rischio di intraprendere una dura guerra commerciale con il colosso asiatico, e chi guada con favore al piano di investimenti cinesi negli USA.
Per il momento, però, è un’altra questione a rendere tesi i rapporti tra le due superpotenze: la questione della Corea del Nord.
Storicamente alleata e protetta di Pechino, la Corea del Nord ha intrapreso negli ultimi tempi una via che tende ad indispettire il Governo cinese. Nonostante ciò, la Cina si mantiene cauta sulle misure da prendere in risposta alle continue provocazioni del dittatore Kim Jong-Un. All’atteggiamento cauto del Governo di Pechino, l’amministrazione di Washington ha risposto affermando che, se la Cina non interverrà con le sue pressioni politiche per calmare il suo piccolo alleato, gli USA non escludono nessun mezzo per rendere la minaccia inoffensiva, nemmeno i raid aerei. È certo che, oltre che di economia, nell’incontro in programma si parlerà a lungo anche di Corea del Nord.
Non è solo la politica estera a preoccupare Trump.
La nomina presidenziale del Giudice della Corte Suprema di Neil Gorush rischia di bloccare il Senato. Dopo che i repubblicani rifiutarono di ratificare la nomina di Merrik Garland, nominato dall’ex-Presidente Barak Obama per sostituire il deceduto Antonin Scalia, (con la scusa che si trattava di una nomina fatta da un Presidente all’ultimo anno di mandato), i democratici hanno deciso di praticare al Senato un ostruzionismo ad oltranza contro Gorush. In questo modo l’atmosfera politica si fa sempre più tesa ed il Paese appare sempre più spaccato in due con i repubblicani che minacciano di essere pronti a cambiare i regolamenti stessi del Senato.

Scenari caldi anche in America Latina.
Nella capitale del Paraguay, Assuncion, la scorsa notte si sono avuti scontri di piazza dopo la diffusione della notizia del voto, in una sessione parallela anziché ordinaria, delle modifiche alla Costituzione che permetterebbero all’attuale Presidente, Horacio Cartes, di essere rieletto. Durante gli scontri, i manifestanti sono entrati nel complesso del Parlamento ed hanno appiccato un incendio. Un giovane manifestante è rimasto ucciso negli scontri con le forze dell’ordine.
In Ecuador, il candidato Lenin Moreno ha vinto il secondo turno delle elezioni con circa il 51% dei voti contro lo sfidante conservatore Guillermo Lasso (schede scrutinate al 95%). Moreno è sostenuto dal Presidente uscente, il socialista Rafael Correa. Il candidato sconfitto, però, non ha accettato i risultati e ha invitato i suoi sostenitori a scendere in piazza per contestare l’elezione di Moreno.

Nell’Unione Europea tiene banco la questione di Gibilterra in rapporto alla Brexit.
La posizione di Gibilterra, colonia britannica in territorio spagnolo, viene messa in discussione dall’uscita del Regno Unito dall’UE. Fino ad ora, il progetto europeo aveva neutralizzato le richieste della Spagna di riavere indietro quella piccola enclave sulla sponda europea delle Colonne d’Ercole. Ora le cose potrebbero cambiare e già si parla di un veto di Madrid ai futuri trattati di libero scambio con Londra senza che si parli della restituzione di Gibilterra.
Il Primo Ministro britannico Theresa May e il suo Ministro degli Esteri Boris Johnson si sono espressi in maniera categorica affermando di non essere disposti a cedere la colonia agli spagnoli.
Il Ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha espresso sorpresa per i toni duri utilizzati da Londra, soprattutto per le esternazioni di Michael Howard, ex-dirigente conservatore inglese, che aveva evocato lo spettro della Guerra delle Falkland.
Si preannuncia un confronto lungo e duro.

I vertici dell’Unione Europea sono anche impegnati su altri fronti di diplomazia internazionale: oggi, in Lussemburgo, il Vice-Presidente della Commissione Europea e Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Federica Mogherini, e i Ministri degli Esteri dell’Unione, hanno incontrato il Segretario Generale della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit.
Al centro dei colloqui, la lotta allo stato islamico, la situazione in Libia e la questione palestinese.

In Francia, il candidato repubblicano François Fillon, in grande difficoltà nei sondaggi, afferma che una sua assenza dal ballottaggio rischierebbe di favorire la candidata dell’estrema destra anti-europea, Marine Le Pen, poiché molti elettori di destra moderata non sarebbero disposti a votare per l’ex-socialista e creatore del nuovo movimento “En Marche!” Emmanuel Macron in quanto prosecutore della politica degli ultimi cinque anni ed erede del Presidente uscente François Hollande.
Macron, dal canto suo, risponde affermando di avere un programma radicalmente diverso e, parafrasando un’espressione di Hollande, sostiene di non voler essere un “Presidente normale”, bensì un “Presidente che presiede”. La strategia di Macron, nel prendere le distanze dal Partito Socialista, è quella di presentarsi come il rappresentante di una proposta innovativa che volti le pagine non solo rispetto agli ultimi cinque anni, ma addirittura rispetto agli ultimi venti anni di Governo.
Nonostante ciò, Le Pen continua a salire nei sondaggi e a spaventare opinione pubblica progressista e moderata: oggi, sul giornale ‘Libération’, è apparso un appello di numerosi esponenti della cultura francese ed internazionale che invitavano i cittadini francesi a fermare la pericolosa ascesa della leader nazionalista.

In Serbia, con circa il 55% dei voti (scrutinio ultimato al 95%), il Primo Ministro Aleksandar Vučić ha vinto le elezioni presidenziali.
Il risultato rappresenta un passo della Serbia in direzione dell’Unione Europea: Vučić è su posizioni europeiste e ha subito ricevuto le congratulazioni dei massimi rappresentanti UE. Il Presidente della Commissione Europea, Donald Tusk, si è detto certo che il futuro dell’area balcanica è con l’Unione.
Non di meno, il nuovo Presidente serbo non rinuncia al tradizionale rapporto tra il suo Paese e la Russia, un rapporto che affonda le sue radici molto in dietro nel tempo. Alla notizia della vittoria di Vučić, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha lodato il candidato sostenendo che il risultato è frutto di una politica estera equilibrata.

Elezioni in Armenia: con il 49,12% dei voti ha vinto il Partito Repubblicano dell’Armenia del Presidente uscente Serž Sargsyan.

In Siria, secondo fonti dell’opposizione al Governo di Assad, le aviazioni governativa e russa avrebbero colpito numerosi quartieri nella zona orientale di Damasco causando molte vittime e ingenti danni. Starebbe dunque continuando l’atteggiamento ambiguo di Assad nella conduzione del conflitto siriano: alle offensive contro Daesh si affiancano i raid contro le zone del Paese controllate dalle opposizioni al suo regime.

Sul fronte iracheno, invece, rallenta l’offensiva su Mosul dopo che un video della BBC, girato in elicottero durante la battaglia, ha mostrato come i miliziani del califfo facciano utilizzo di bambini come scudi umani durante gli scontri a fuoco.

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