giovedì, Dicembre 12

Russia, tensione e convergenze con la Norvegia Malgrado il clima sfavorevole Mosca guarda a Oslo per come gestire i suoi problemi finanziari ed energetici

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Tra Russia e Norvegia le differenze si sprecano. La prima, come tutti sanno, è il Paese più vasto del mondo. Il territorio della seconda, più esteso di quello italiano, è tra i più grandi in Europa, ma circa cinquantacinque volte più piccolo di quello russo. Quanto a popolazione i russi sono un po’ più di 140 milioni mentre i norvegesi non vanno oltre i 5 milioni e rotti, come gli abitanti del Lazio.

Il clima, certo, avvicina un po’ i due Paesi, ma solo un po’, fatta eccezione per le fette di zona artica che entrambi possiedono. E proprio in questa zona, e nei suoi paraggi, hanno in comune un confine terrestre che più che altro li divide in ogni senso, come se non bastassero tutte le diatribe e la potenziale conflittualità tra i rivieraschi e gli altri innumerevoli interessati alle acque, ai ghiacci e ai sottostanti tesori al di là del Capo nord.

Un confine già scottante per tutto il corso della “guerra fredda” tra Est e Ovest, in quanto unico tratto della “cortina di ferro” nel Nordeuropa nonché luogo di contatto diretto tra l’Unione Sovietica e l’unico Stato membro dell’Alleanza atlantica nell’area scandinavo-carelica, comprendente Svezia e Finlandia neutrali.

Un confine che, con i suoi dintorni, è tornato incandescente in questi ultimi anni a causa delle nuove tensioni tra Russia e Occidente, che vedono la Norvegia in prima linea tra i Paesi che più temono un’aggressività di Mosca comprensibilmente desunta da gesti e vere proprie provocazioni di vario genere che si ripetono da tempo senza sosta. E alle quali il governo di Oslo reagisce del resto con fermezza venendo spesso accusato a sua volta dal potente vicino di scherzare col fuoco.

E’ cronaca anche di questi giorni. Da una parte si denuncia la simulazione russa di un attacco aereo ad una stazione radar norvegese o la collocazione di una centrale nucleare galleggiante a poca distanza dalla costa del dirimpettaio. Per non parlare delle sistematiche incursioni di sommergibili russi nelle acque territoriali del Regno scandinavo.

Dall’altra si protesta per esercitazioni militari norvegesi nella zona artica con la partecipazione di marines USA e reparti di altri alleati, e si accenna a riaccendere l’antica disputa sull’arcipelago delle Svalbard, sempre considerate di alta importanza strategica ed economica e attualmente teatro di allarmanti incidenti.

Una differenza più oggettiva ma alquanto macroscopica è proprio quella economica, per quanto accompagnata da un’altrettanto marcata analogia. La Norvegia è uno dei Paesi più ricchi del mondo. Il suo Pil pro capite è oltre il doppio di quello italiano e circa sette volte superiore a quello russo.

Non si tratta di un dato statico né momentaneo. Nel 2014-2016, mentre mezzo mondo entrava in crisi e la Russia, in particolare, precipitava in una grave recessione, scatenata soprattutto dal crollo dei prezzi del petrolio e dalla quale si sta riprendendo a fatica, la crescita dell’economia norvegese proseguiva benché lentamente (dell’1-2%).

Eppure, entrambi i Paesi sono potenze energetiche le cui economie si reggono principalmente sulla produzione e lo smercio dei combustibili e loro derivati. Su copiose risorse naturali, cioè, gestite però in modo diverso, e non solo perché la Norvegia è avvantaggiata in partenza dalle sue ridotte dimensioni. Essa è comunque il secondo fornitore di gas naturale al resto dell’Europa dopo la stessa Russia, della quale costituisce dunque un effettivo o potenziale concorrente.

Un’altra differenza significativa, specie riguardo alle prospettive, è quella demografica. In Norvegia la durata media della vita è parecchio più alta che in Russia e così pure la natalità. Nel 2015 le è stato attribuito un primato mondiale in fatto di “sviluppo umano” e nel 2017 quello relativo al tasso di “felicità” dei suoi abitanti. Quest’anno ha dovuto accontentarsi del secondo posto dietro la Finlandia, mentre la Russia è relegata al cinquantanovesimo.

Non sorprende perciò che a Mosca e dintorni si provi una certa invidia per il piccolo vicino occidentale, presumibilmente non compensata dalla incommensurabile superiorità militare che consentirebbe alla Russia di inghiottirlo su due piedi, come fece la Germania nazista nel 1940, e come molti paventano (forse per esorcizzare il pericolo) che il fattaccio potrebbe verificarsi da un momento all’ altro, a danno non solo della Norvegia, nell’ attuale congiuntura europea.

A prescindere da simili scenari, sorprende comunque ancor meno, date le già menzionate analogie, che a Mosca, per ora, si pensi piuttosto a seguire l’esempio di un simile vicino, fin dove possibile e nel proprio preciso interesse. Senza per questo zittire i gufi, la cui voce pur sgradevole può fare a gioco a Vladimir Putin, sempre più saldo in sella al Cremlino.

Ma senza neppure astenersi dal proporre e riproporre la più ampia collaborazione in ogni campo anche ai governi occidentali più fermi, come quello di Oslo, sul mantenimento delle sanzioni UE alla Russia e, da ultimo, anche sulle misure punitive per l’avvelenamento dell’ex spia in Inghilterra.

Sin dal 2008, anno di un’altra brutta crisi economica nazionale (meno grave però di quella più recente), esiste in Russia un Fondo statale per il benessere nazionale (FNB) creato a imitazione di un Fondo pensioni norvegese per provvedere ai bisogni delle future generazioni, contemporaneamente ad un Fondo di riserva necessario per sopperire ad eventuali, e in realtà molto reali, esigenze del bilancio federale.

Finanziati entrambi con i proventi ricavati dall’ ”oro nero” e da quello “blu”, sono stati largamente prosciugati a causa dell’emergenza riesplosa, inasprendosi, negli anni successivi. Ancora dotato di 92 miliardi di dollari nel 2014, il Fondo di riserva si è praticamente svuotato nel 2017 ed è stato perciò fuso con l’FNB, che a sua volta ha perso quasi una trentina dei 94 miliardi di cui disponeva nel 2011.

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