giovedì, Ottobre 22

Russia, tempi duri anche per l’integrazione eurasiatica field_506ffbaa4a8d4

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Non si può dire che l’Unione economica eurasiatica, fortemente voluta dalla Russia, sotto la spinta politica della crisi ucraina, come una sorta di sia pur modesto contraltare all’Unione europea, sia nata sotto i migliori auspici. Al contrario, è stata messa quasi al tappeto dalla crisi economica russa, con inevitabili ricadute sui partner minori più o meno strettamente legati all’ex componente di gran lunga più grossa della defunta Unione Sovietica.

Innanzitutto, cioè, su Bielorussia e Kazakistan, già affiancati ad essa in un’Unione doganale che costituiva, dal 2010, il nucleo originario dell’UEE, chiaramente concepita almeno a Mosca come strumento per la reintegrazione economica (ma con ovvii risvolti anche politici) di quanto più possibile dello spazio ex sovietico, dalla parte europea come da quella asiatica. Già il decollo, nel gennaio 2015, non era stato dei più felici, avendo poi risposto all’appello, per di più con scarso entusiasmo, solo la piccola Armenia e la prevalentemente pastorale Kirghisia.

Tutte le altre repubbliche non più ‘sorelle’ all’insegna della bandiera rossa si sono chiamate fuori, anche se qualcuna si è mostrata possibilista circa un’eventuale futura adesione. Sulle loro diserzioni hanno pesato la crescita esponenziale dei multiformi legami con la Cina, in particolare nell’Asia centrale (Turkmenistan, Uzbechistan e Tagichistan), la ricchezza energetica (Azerbaigian) e la perdurante attrazione per la UE (Moldavia e Georgia). Senza ovviamente contare, oltre all’Ucraina, le tre repubbliche baltiche ormai da tempo passate armi e bagagli nel campo occidentale. Nella quindicina di mesi sinora trascorsi è successo un po’ di tutto il necessario per scoraggiare eventuali ripensamenti e semmai incoraggiarne tra gli aderenti, pur fermo restando il timore presumibilmente generale che il ‘grande fratello’ possa finire col ricorrere almeno in qualche caso alle maniere forti, dal cui uso ha chiaramente dimostrato di non rifuggire.

L’effetto combinato del crollo del rublo e dell’unificazione doganale, con l’estensione a tutti i membri della UEE di dazi vicini a quelli russi, più alti degli altri, è stato micidiale. Gli scambi commerciali del Kazakistan con il resto del gruppo si sono ridotti del 34% e rotti, ossia di circa un quarto le esportazioni e del 40% le importazioni. La Kirghisia ha visto non solo contrarsi il flusso dei propri emigrati in Russia e falcidiate le loro vitali rimesse, ma anche il drastico ridimensionamento del fiorente bazar Dordoi, il più importante mercato di tutta l’Asia centrale, che dava lavoro a 55 mila persone e vantava un giro d’affari annuale di 2,8 miliardi di dollari.

A complicare le cose è sopraggiunto il riaccendersi dell’interminabile conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Al secondo non è mancato l’appoggio non solo morale degli altri paesi musulmani contro la rivale cristiana. Nella fattispecie, soprattutto del Kazakistan, che si è fermamente opposto all’inclusione nella UEE del Nagorno-Karabach, la provincia già azera abitata in maggioranza da armeni, conquistata di forza da questi ultimi ventiquattro anni fa e trasformata provvisoriamente in repubblica indipendente priva di qualsiasi riconoscimento internazionale. Ne è nata una disputa che ha assunto aspetti quasi grotteschi. Già nel 2014 l’insistenza armena e l’opposizione kazaka avevano ritardato l’ammissione dell’Armenia nella nuova Unione, e nel marzo dello scorso anno il presidente armeno Serzh Sarkisian aveva disertato il suo primo vertice svoltosi ad Astana, la capitale del Kazakistan.

Adesso è stata la volta del presidente kazaco, Nursultan Nazarbaev, a rifiutarsi di partecipare al vertice che era stato fissato per l’8 aprile a Erevan, la capitale armena, benchè nel frattempo Sarkisian e compagni si fossero rassegnati all’ostracismo alla pseudorepubblica. La scusa, questa volta, è stato l’asserito persistere armeno nel violare la tregua d’armi nel Karabach, pur non essendo affatto sicuro che non lo faccia almeno altrettanto (e più credibilmente) la controparte azera.

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