venerdì, Dicembre 13

Russia: si riscalda il fronte interno La pesante situazione economico-sociale del Paese contribuisce ad inasprire l’opposizione politica e la protesta popolare contro leggi limitative della libertà informatica

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Nell’Italia dell’immediato dopoguerra a combattere la criminalità e a mantenere l’ordine provvedevano le pattuglie della ‘volante’, la polizia in grado di muoversi con relativa rapidità grazie alle jeep americane usate dagli ‘scelbini’, così chiamati perché ministro dell’Interno (e futuro capo di governo) era il siciliano Mario Scelba, ‘uomo forte’ democristiano ugualmente inviso ai nostalgici del fascismo (ce n’erano, malgrado tutto) quanto ai comunisti più che mai fiduciosi nel ‘sol dell’avvenire’.

A volare sul serio, seppure non ad altissima quota, potrebbero essere adesso, o meglio in un prossimo futuro, i gaishniki di Vladimir Putin, ovvero agenti del traffico e magari poliziotti russi montati su motocicli elettrici di recente invenzione, capaci di sollevarsi da terra grazie al peso relativamente modesto. Non è ancora tale, invece, il prezzo (150 mila dollari l’uno, pare), e infatti l’impresa russa produttrice, denominata Hoversurf, è riuscita finora a piazzarli solo nel Dubai, in attesa che il Cremlino se la senta di adottarli.

Che ne senta prima o poi il bisogno, se la piega che sta prendendo la situazione interna del Paese non si rivelerà effimera, sembrerebbe assai probabile. Pur senza che si registrino sviluppi particolarmente gravi o clamorosi, stanno diffondendosi da alcune settimane un’agitazione, un malcontento variamente motivato e aperte proteste nei confronti del regime che trovano evidenti riscontri nelle percezioni e rilevazioni degli stati d’animo popolari.

Le quali, come sappiamo, da alcuni mesi parlano di apparente fine della luna di miele tra il ‘nuovo zar’, rieletto presidente della Federazione per la quarta volta meno di un anno fa, spiegabile innanzitutto con le ricadute sociali di un’ennesima crisi economica faticosamente tamponata, non più compensate dai successi di una politica estera ambiziosa e prestigiosa o alleviate dagli espliciti o impliciti appelli al pur robusto patriottismo dei russi per sopportarne i costi più o meno inevitabili.

A Putin, fino a ieri, i suoi connazionali attribuivano in particolare il merito di avere liberato il Paese dalla conflittualità endemica e dal disordine generalizzato che avevano caratterizzato l’ultimo decennio del secolo scorso, ossia il periodo precedente al suo avvento al potere supremo, insieme a quello di averlo risollevato economicamente pur senza eliminare le fondamenta di una strutturale precarietà.

Ora però il quadro più recente che la Russia offre di sé tende a riassomigliare almeno un po’ di più proprio a quel periodo, oltre a proporre l’immagine di un Paese, il più grande e più “diverso” del vecchio continente, avviato a condividere problematiche e perturbazioni che oggi affliggono un po’ tutti.

Un quadro che, come spesso accade, presenta due componenti, non facili da distinguere l’una dall’altra perché si alimentano a vicenda. Da un lato, le più o meno vivaci sollecitazioni popolari di determinate prestazioni ed interventi da parte del regime e le più o meno spontanee contestazioni di sue politiche e comportamenti sgraditi o insoddisfacenti. Dall’altro, le misure restrittive o repressive che il regime adotta reagendo a sfide lanciate o temute, anche solo, dunque, per prevenirle o scoraggiarle, ottenendo però, spesso, risultati opposti.

Alla prima categoria appartiene un ampio movimento di protesta contro il vigente sistema nazionale di smaltimento dei rifiuti, solo il 4% dei quali, secondo le statistiche ufficiali, viene riciclato. Il resto viene interrato o bruciato da inceneritori non proprio d’avanguardia il cui potere inquinante è oggetto di rabbiose denunce e causa di opposizioni tenaci quanto, sinora, praticamente vane.

Già nello scorso anno ampie parti del Paese erano state scosse dalla contestazione ecologica, con in testa la stessa regione di Mosca che è la più prospera, avanzata e privilegiata di tutte. La capitale, che contiene meno di un decimo della popolazione totale russa, genera circa un quinto dei rifiuti solidi complessivi, il 90% dei quali finisce in discariche dei suoi dintorni o di altre regioni, provocando casi di intossicazione da gas con conseguenti manifestazioni di protesta.

Nello scorso gennaio Putin ha incaricato il governo di elaborare un nuovo piano organico per affrontare il problema su scala nazionale, accolto però con scetticismo, come minimo, a giudicare da una nuova ondata di proteste che ha visto scendere in piazza, in febbraio, migliaia di persone in una trentina di regioni all’insegna dello slogan “la Russia non è una pattumiera”.

Oltre che a Mosca e dintorni, il movimento è tornato alla carica, in particolare, nel Tatarstan, la repubblica autonoma meridionale con forte minoranza musulmana, destinata ad ospitare un inceneritore che, secondo gli ecologisti, peggiorerà ulteriormente un inquinamento considerato responsabile di un’elevata diffusione di forme tumorali che in alcune zone, si teme, potrebbero colpire fino ad un terzo dei residenti.

Le autorità, locali e centrali, restano però sorde alle richieste di rinunciare al colossale impianto, in grado di trattare a partire dal 2022 oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti all’anno, e di optare per la più costosa alternativa del riciclaggio. Pesano anche qui, dunque, considerazioni di ordine economico e finanziario, ma poiché la sensibilità ambientalista appare in crescita non solo a livello popolare ed “extra sistema” la partita rimane aperta.

Lo stesso vale, a maggior ragione, per la tempesta scatenata ormai da molti mesi dalla brusca elevazione dell’età pensionabile, causa primaria, probabilmente, del secco calo della popolarità di Putin insieme con un carovita che non cessa di aumentare e naturalmente tartassa soprattutto i meno abbienti, l’insufficienza delle provvidenze sociali, le disuguaglianze sempre più vistose e il flagello apparentemente inarrestabile della corruzione.

In piazza contro tutto ciò sono scese nei giorni scorsi, a Mosca e in altre città, parecchie migliaia di persone mobilitate dal Partito comunista, ufficialmente di opposizione ma non certo extra o antisistema bensì deciso sostenitore della politica estera di Putin. Sicuramente nostalgico in una certa misura del passato regime, veniva considerato fino a poco tempo fa rappresentativo solo della popolazione più anziana.

Adesso invece si mostra capace di attrarre in qualche misura anche i più giovani, pur dovendo competere con il richiamo che esercitano su di loro i valori e modelli occidentali, oltre che con il loro programmatico inquadramento in organizzazioni e attività al servizio del regime attuale, spesso alquanto simili ai modelli sovietici e persino a quelli, più lontani in ogni senso, di tipo fascista.     

In piazza con vecchi e giovani è personalmente sceso, ad ogni buon conto, anche l’anziano leader comunista Gennadij Zhjuganov, che insieme con i suoi compagni di partito e altri deputati dell’opposizione “di sistema”, ossia parlamentare, si era pronunciato contro la riforma delle pensioni, approvata con i soli voti di Russia unita, il partito filogovernativo di maggioranza peraltro larga.

Quella che nella scorsa estate si era distinta come una novità di non trascurabile rilievo si è comunque riprodotta ora in un contesto ancora più ampio e significativo. A conferire alla protesta extraparlamentare, provocandola, una più marcata connotazione politica, è stata nelle ultime settimane una duplice mossa del regime sostanzialmente e tipicamente antidemocratica.

Consistente, infatti, nel mettere in cantiere una sorta di sovranizzazione informatica separando la rete russa di Internet da quella internazionale e nel porla sotto controllo governativo mediante un paio di leggi che puniscono con multe più o meno salate, temporanee sospensioni e al limite chiusure di siti e portali suoi veri o presunti abusi (comunque giudicati tali da un apposito organo, praticamente di censura) da parte di qualsiasi utente.

In tal modo, si è voluta privare del suo strumento preferito e più efficace l’opposizione più temuta, quella extraparlamentare che ha il suo più noto esponente nel blogger (all’origine) Aleksej Navalnyj, e mettere nel contempo la Russia al riparo da quelle interferenze e veri e propri attacchi informatici stranieri che Mosca adesso denuncia a gran voce forse pentendosi di avere scatenato essa un pandemonio con attività dello stesso tipo su vasta scala, a danno di sempre più numerose vittime con conseguenti, ennesime sanzioni. E peraltro destinate, forse, ad un sensibile ridimensionamento dopo l’imprevista assoluzione di Donald Trump, negli USA, dai suoi peccati di collusione.

In patria, comunque, la duplice mossa in questione si è rivelata controproducente sospingendo sul sentiero di guerra la stessa opposizione parlamentare, che ha votato compatta contro le due leggi in questione pur non potendone impedire il varo. Che ha incontrato semmai un momentaneo ostacolo nella raccomandazione a Putin, da parte del Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani che lo assiste, di astenersi dal promulgarla.

Il ‘nuovo zar’ non l’ha fatto e la penalizzazione delle fake news e degli insulti sul web alle pubbliche autorità dal vertice in giù e ai simboli dello Stato è stata così formalizzata una settimana fa (18 marzo), provocando la puntuale ridiscesa in piazza di migliaia di persone, comunisti compresi, a Mosca e altrove a manifestare contro leggi  repressive che per loro natura non piacciono a nessuno, almeno fino a quando chi le trova disdicevoli non sale in qualche modo al potere.

La pace interna torna quindi a mostrare qualche crepa in Russia, dove del resto il quadro non sarebbe completo se non tenesse conto anche di altre perturbazioni recenti pur meno connesse al rapporto diretto tra governanti e governati. E’ il caso, ad esempio, delle aggressioni subite nella lontana e gelida Jacuzia da immigrati kirghisi, occupati in intense attività commerciali, in seguito ad un rapimento con stupro di una donna indigena di ceppo turco.

La vicenda richiama l’attenzione sulla problematica sempre delicata, quando non drammatica, degli antagonismi etnici e dell’immigrazione, soprattutto quella proveniente dalle repubbliche musulmane ex sovietiche dell’Asia centrale, con conseguente e multiforme incidenza sui loro rapporti con Mosca. Ulteriormente complicati, adesso, dai rimpatri di militanti del califfato sconfitto forse solo in campo aperto. La loro sospettata presenza in terra russa non manca di suscitare allarme e provocare arresti.

Il ministero degli Esteri russo ha consigliato giorni fa ai propri cittadini di tenersi alla larga, in Francia, dai luoghi resi stabilmente pericolosi, ormai da tempo, dalla furia devastatrice dei gilet gialli che Putin ha già avuto occasione di condannare benchè Mosca venga accusata da varie parti anche di avere soffiato sul fuoco transalpino e di continuare a farlo. Non mancando però, piuttosto, di buone ragioni anche storico-culturali per temere che l’esempio francese trovi prima o poi degli imitatori nell’altra terra di grandi rivoluzioni.

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