lunedì, Ottobre 26

Russia, Putin minaccia e promette Ai toni duri e bellicosi in politica estera il presidente affianca prescrizioni di svolta liberale in campo interno

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Un paio di settimane fa Vladimir Putin cancellava improvvisamente tutti i suoi impegni pubblici sollevando, non per la prima volta da quando sta al Cremlino, gli allarmi e le preoccupazioni di rito circa il suo stato di salute. Più comprensibili del solito, in questo caso, perché come tutti sanno tra altre due settimane si voterà in Russia per il terzo rinnovo, scontato fin che si voglia ossia a furor di popolo, di un mandato presidenziale che sarà l’ultimo solo se la Costituzione federale non verrà appositamente modificata a tale riguardo.

Se di salute non perfetta davvero si trattava, i medici del ‘nuovo zar’ devono avere provveduto a rimediare su due piedi con risultati ottimi e pienamente visibili. Il sospetto malato, infatti, ha sfoderato nei giorni scorsi una serie di pubbliche prestazioni di tutto rispetto oltre che di eccezionale risonanza anche al di fuori dei confini russi.

La prima, soprattutto, che ha visto Putin lanciare l’annuale messaggio alla nazione (e stavolta, anzi, al mondo intero) non più dalla pur imponente e sfarzosa sala di San Giorgio, nel cuore del Cremlino, bensì dall’ampio spazio espositivo del Maneggio, adatto per eventi più affollati, e non più in dicembre come di consueto ma in prossimità dell’appuntamento elettorale. Il tutto il 1° marzo, quando a Mosca la minima segnava -17.

Due giorni più tardi, dopo un’altra comparsa in pubblico, il presidente della Federazione si è esibito al grande parco Luzhniki, per parlare a 130 mila persone festanti che l’hanno applaudito con un entusiasmo da fare invidia ai coreani del nord apparentemente sedotti dalle prodezze nucleari e dal carisma di Kim Jong-un.

Questa volta, in effetti, Putin non è stato da meno del piccolo autocrate di Pyongyang nell’esaltare tutte le meraviglie della potenza militare russa e minacciare implicitamente i più duri castighi a quanti nel mondo non si rassegnano a comprendere che il suo Paese non può essere sfidato e provocato impunemente. E qui, semmai, il monito del ‘nuovo zar’ ha ricordato piuttosto un mantra dei suoi predecessori sovietici, instancabili nell’avvertire gli avversari occidentali che a qualsiasi attacco nucleare l’URSS avrebbe risposto con un «colpo irreparabile».

Rispetto al suo omologo nordcoreano Putin può certamente vantare parecchio di più per giustificare l’eccezionale popolarità di cui gode in patria. Non è però debitore verso i suoi concittadini solo di una politica estera possibilmente prestigiosa, o quanto meno di un’efficace difesa esterna dei veri o presunti diritti ed interessi nazionali, e d’altronde la salvaguardia della pace sta a cuore a tutti ed esiste un limite di accettabilità per i costi umani e monetari anche dell’uso delle armi ritenuto legittimo o addirittura doveroso.

Poiché l’economia russa langue, una larga parte della popolazione ne soffre e anche il più eroico spirito di sacrificio per amor di patria ha i suoi limiti, una parte per nulla secondaria del messaggio dal Maneggio è stata dedicata proprio a questa problematica. Se non altro, a voler essere cinici benchè non sembri il caso, per il timore che l’inevitabile malcontento popolare si faccia in qualche modo sentire, sia pure senza automatiche conseguenze concrete, all’imminente prova delle urne.

Chiamato dopotutto, seguendo l’esempio americano, anche rapporto sullo stato del Paese, ha suscitato comunque vasta e forte eco in ogni parte del mondo soprattutto per i contenuti e i toni del corposo capitolo dedicato ai rapporti internazionali e in particolare alla corsa agli armamenti. Riguardo alla quale Putin ha detto in sostanza che, naturalmente, tutta la colpa ricade sugli Stati Uniti per un’escalation iniziata ormai 15 anni fa e solo coronata dalla nuova dottrina strategica recentemente adottata da Donald Trump. Che la Russia si è limitata a controbattere colpo su colpo e continuerà a farlo, mettendo a punto sempre nuovi e micidiali strumenti bellici, minuziosamente descritti dallo stesso oratore con l’ausilio di grafici e lucidi. E che, comunque, lo sforzo di mettere la Russia con le spalle al muro è già fallito e chi non ha dato ascolto alla sua voce ammonitrice, levatasi fin dal 2004, dovrebbe farlo adesso.

Le prime reazioni dei destinatari sono state, finora, diverse. A livello di esperti si tende a minimizzare, sostenendo per lo più che le nuove armi russe non sono poi tanto tali, trattandosi di cose già note o previste e comunque non tali da modificare equilibri strategici che nel loro complesso resterebbero favorevoli agli Stati Uniti. Gli analisti più prevenuti nei confronti della Russia e più propensi a denunciare non da ieri il crescente pericolo di conflitti devastanti già lo ricollegavano preferibilmente alla probabilità che Mosca, come Pechino, usi più facilmente di altri in modo inconsulto nuovi e più temibili strumenti di distruzione.

Prevale tuttavia, in generale, la fiducia che la funzione essenziale di questi ultimi rimanga quella deterrente, mentre riscuote semmai maggiore credibilità l’accresciuto pericolo che si inaspriscano o esplodano nuovi conflitti locali più o meno limitati ovvero anomali, a bassa intensità, per procura, ecc. Si comprende meglio, allora, come mai a livello politico un personaggio come Angela Merkel, ad esempio, si dimostri particolarmente allarmato per i propositi bellicosi e al limite intimidatori intravisti nel   messaggio di Putin. La cancelliera tedesca sarebbe verosimilmente incline a ridurre o addirittura revocare la sanzioni contro Mosca ma l’apparente conferma implicita dell’intransigenza russa sulla questione ucraina la spinge nella direzione opposta malgrado le crepe che si stanno aprendo nella solidarietà tra gli USA di Trump e gli alleati europei.

E’ vero d’altra parte che proprio i conflitti locali e limitati, di per sé duraturi, possono rivelarsi troppo costosi per una potenza economicamente debole o vulnerabile come la Russia. Ma è ugualmente vero che finora, almeno, Putin ha dimostrato (e ora sembra confermarlo) di voler usare soprattutto la potenza militare, direttamente o indirettamente, apertamente o in modo più o meno efficacemente mascherato, per promuovere anche gli interessi economici nazionali.

E lo fa, dopotutto, anche usandola nel senso di sfruttare un apparato produttivo sbilanciato, come già accadeva sotto l’URSS, a favore dell’industria bellica oltre a quella energetica per vendere i suoi prodotti anche più sofisticati a chiunque, compresi Stati poco o poco affidabilmente amici, pur di procurarsi il massimo possibile di valuta pregiata, e preziosa specie quando infuria una crisi economica, con l’aggiunta di un minimo di riconoscenza valorizzabile politicamente.

Come negare qualsiasi validità, tuttavia, alle ragioni di quanti, a Mosca e dintorni, sostengono che, anziché affidarsi soprattutto alle armi e alle esibizioni di forza e risolutezza incluse le imprese belliche, sarebbe più razionale e comunque preferibile assegnare la priorità allo sviluppo e al potenziamento economico? A pensarlo e a premere sul vertice del potere affinchè se ne convinca non sono pochi né poco autorevoli e neppure lontani dal Cremlino. Si tratta anzi di una delle due o tre fazioni che si stanno contendendo da tempo, ma a quanto sembra con crescente combattività, i favori del ‘nuovo zar’.

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