domenica, Agosto 18

Russia, privatizzare o nazionalizzare? Liberisti e statalisti ai ferri corti e almeno in campo economico Putin stenta a sfoderare il suo ammirato decisionismo

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Nel secolo scorso Nikita Krusciov, meno tirannico ma non meno ambizioso successore di Stalin alla guida dell’Unione Sovietica, sognava e programmava di ‘raggiungere e superare’ gli Stati Uniti, con due o tre piani quinquennali ben congegnati, in fatto di potenza economica. Si rivelò un miraggio, e dopo una fase di crescita vigorosa ma ancora insufficiente arrivò la lunga stagnazione sotto Leonid Breznev che contribuì a screditare il regime comunista e a provocare il tracollo dell’URSS.

La Russia di Vladimir Putin, adesso, persegue l’obiettivo di raggiungere e superare la Germania, sempre in termini economici, nel prossimo futuro, benchè il suo Pil stenti ad oltrepassare quello italiano. Come l’Italia, essa sta faticosamente uscendo da una recessione, nel suo caso brusca, attribuibile alla perdurante vulnerabilità economica di fondo, che accomuna la principale erede dell’URSS più ai Paesi sottosviluppati che a quelli più avanzati e alle grandi potenze planetarie con le quali aspira a gareggiare in ogni campo.

La ripresa dall’ennesima crisi è iniziata, nello scorso autunno, con un discreto slancio, che ha subito indotto, appunto, a formulare previsioni ottimistiche ma sembra già attenuarsi mentre si paventano nuovi annuvolamenti sempre riconducibili all’eccessiva dipendenza dalle fonti di energia delle quali la Russia è fin troppo ricca. L’accordo con l’OPEC per ridurre la produzione di petrolio in modo da mantenerne i prezzi a livelli sufficientemente remunerativi costa comunque caro e le esportazioni di gas soffrono, pare, per un inverno relativamente mite e, in prospettiva, per l’avvento dell’auto elettrica.

Rimedi non effimeri a tutto ciò comporterebbero riforme anche di struttura della cui esigenza non sembra mancare una consapevolezza, al Cremlino e dintorni, che tarda tuttavia a tradursi in scelte risolute, forse ostacolate anche da preoccupazioni di ordine politico oltre che da divergenze in materia puramente economica. Rompere gli indugi tocca in ultima analisi a Putin, forse frenato, invece, piuttosto che stimolato, dall’imminente elezione per la sua riconferma in carica, pur tenendo presente che non esistono rimedi a breve scadenza.

Il ‘nuovo zar’ si era mostrato sensibile alla necessità di riforme plaudendo pubblicamente, nello scorso ottobre, all’opportunità di promuovere, in particolare con la collaborazione tedesca, lo sviluppo delle piccole e medie imprese, che in Germania forniscono oltre metà del Pil mentre in Russia la loro presenza è molto più marginale. Si parlava, infatti, di portarla fino a coprire il 30-40% del Pil nazionale entro il 2030.

Si tratta naturalmente di imprese private, a favore delle quali, e come tali, Putin non si è mai espresso con particolare calore, a differenza di vari esponenti del governo e di altre massime istituzioni, a cominciare dal premier Dmitrij Medvedev. Aveva comunque dato il suo presumibile assenso al programma di privatizzazioni adottato un anno fa dal governo stesso e in base al quale, nel triennio 2017-2019, lo Stato doveva cedere quote di partecipazione in grandi imprese industriali e dei trasporti, istituti finanziari, ecc. per complessivi 17 miliardi di rubli, pari a 285 milioni di dollari.

Una cifra relativamente modesta, dunque, ma che poteva bastare a promettere un’inversione di rotta, tenuto conto che a partire dal 2005 la porzione dell’economia nazionale in mano statale era più che raddoppiata, secondo le stime prevalenti, salendo dal 35% al 75% del totale. E’ vero che la decisione veniva giustificata soprattutto con l’esigenza di fare cassa per colmare le falle aperte dalla crisi nel bilancio federale, che poteva però apparire enfatizzata per vincere le temibili resistenze dei non pochi né timidi nemici della privatizzazione.

In realtà gli scettici hanno finito con l’avere ragione. Già i primi passi dell’attuazione del programma erano stati lenti, faticosi e talvolta contraddittori al punto da indurre i critici più severi a ironizzare su una ‘privatizzazione alla russa’ somigliante più che altro ad una rinazionalizzazione per vie traverse. Il dibattito tra le opposte fazioni continuava vivace, ma se l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, ora autorevole consigliere del presidente da posizioni liberali, insisteva a caldeggiare una privatizzazione dell’intera industria petrolifera aperta anche al capitale straniero, traspariva chiaramente che il vento soffiava piuttosto nell’altra direzione.

Un primo sintomo era riscontrabile nella drastica giubilazione di Aleksej Uljukaev, ministro dello Sviluppo economico (ed ex vice presidente della Banca centrale) condannato nello scorso dicembre a otto anni di carcere per corruzione non senza forti sospetti di caduta in un tranello tesogli da Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, il colosso petrolifero statale, un personaggio spesso definito ‘onnipotente’ anche perché vecchio e stretto collaboratore di Putin.

Uljukaev, che qualcosa ha confessato, aveva avuto il torto di osteggiare fermamente l’acquisizione da parte di Rosneft di Bashneft, altra compagnia petrolifera già privata e appositamente rinazionalizzata. La giustizia russa, dal canto suo, non brilla per ferrea indipendenza dal potere politico. Come che sia, il futuro condannato era stato subito rimpiazzato da un nuovo ministro, Maksim Oreshkin, un trentaseienne molto più giovane di lui e generalmente considerato uomo di fiducia di Secin.

Non a caso, si direbbe, è stato proprio Oreshkin ad annunciare, il 7 febbraio, che il governo ritiene opportuno concedersi una pausa di riflessione sulle privatizzazioni non essendo più urgente l’attuazione del relativo programma grazie al miglioramento della situazione economica e dei conti pubblici. E poiché riesce difficile immaginare che l’attuale titolare di un dicastero così importante abbia parlato solo a titolo personale se ne può dedurre che quella del febbraio 2017 non fosse davvero un’opzione strategica, oppure non lo sia più.

Se poi occorreva una conferma essa è arrivata due settimane più tardi, quando Medvedev, confermando al tempo stesso una propria caratteristica arrendevolezza di fronte a voleri più forti del suo, l’ha fornita mediante una dichiarazione sia pure alquanto contraddittoria e imbarazzata fatta a Soci in occasione di una riunione plenaria del Forum russo per gli investimenti.

Dopo avere premesso, infatti, che numerose industrie competitive restano sotto l’influenza del settore pubblico e che «ciò, probabilmente, non va molto bene», tanto più che «il settore pubblico continua ad espandersi in numerosi comparti», ha affermato che ormai «non è rimasto più molto da privatizzare perché l’economia russa è già stata largamente privatizzata», anche se ancora «ci sono dei progetti di privatizzazione per quest’anno».

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