sabato, Agosto 24

Russia, primi successi della piazza La ‘democrazia illiberale’ putiniana concede qualcosa ai contestatori dei suoi metodi, forse non solo per occasionale opportunismo

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Un caso più unico che raro, nella Russia del ‘nuovo zar’, quello del giornalista scagionato e rimesso in libertà su due piedi, e si può ben dire a furor di popolo, dopo essere stato arrestato, incarcerato e probabilmente malmenato sotto l’accusa di detenzione e spaccio di droga. Non unico, ma decisamente eccezionale per una categoria professionale e sociale che più di ogni altra, forse, ha subito i rigori anche estremi di un regime che non brilla per tolleranza di comportamenti non graditi dai detentori del potere o dai suoi gestori ai vari livelli. I precedenti, dal caso della protomartire Anna Politkovskaja, sono tristemente noti.

Anch’essi, d’altronde, presentavano una certa complessità, quanto meno nei dettagli, che nella novità dei giorni scorsi diventa particolarmente accentuata, tanto da rendere arduo comprendere o presumere il suo reale e più intrigante significato. Se cioè essa preluda ad una svolta politica sia pure non radicale, nel senso insomma di una maggiore tolleranza e di una meno sistematica repressione, oppure rappresenti un caso isolato, scarsamente o per nulla promettente di progressi verso una democrazia meno illiberale (anche a costo di deludere il premier magiaro suo ammiratore, e non solo) o almeno verso un più riconoscibile stato di diritto.

Alcuni aspetti della vicenda non si prestano a molti dubbi. Ivan Golunov, il giovane giornalista in questione, non era verosimilmente dedito agli stupefacenti e tanto meno alla loro distribuzione. Certo non ignorava, comunque, che la polizia russa coltiva il vizietto di infilarne qualche dose negli zainetti delle persone da cogliere in flagrante reato. Nella fattispecie il motivo di un simile trucco non poteva essere che l’impegno della vittima nell’indagare e rivelare le pratiche corruttive dei pubblici funzionari, collaborando con una pubblicazione, presente anche in rete, con sede all’estero, nella vicina Lettonia, già sovietica e oggi ai ferri corti con Mosca.

Anche questo motivo, per la verità, suscita qualche perplessità. La corruzione in Russia è oltremodo diffusa, ufficialmente ma anche concretamente combattuta dal regime (stanno cadendo come pere mature, ad esempio, vari governatori di provincia, elettivi o di nomina presidenziale) in misura e forme che la gente però non giudica sufficienti, considerandola uno dei peggiori mali del Paese. E’ comprensibile, volendo, che il potere faccia di tutto per tenere a bada Aleksej Navalnyj, il più tenace e temuto oppositore di Vladimir Putin che usa la corruzione come primo cavallo di battaglia. Ma perché infierire su un singolo giornalista che fa solo il suo mestiere e dovere?

Qui le ipotesi possono spaziare a volontà, comprese quelle di quanti amano subodorare le montature più fantasiose. Ad esempio, un tranello teso a Golunov dalle stesse autorità per poi consentire loro, anche al massimo livello, di compiere il bel gesto di scagionarlo e punire i veri o presunti colpevoli, tanto più gradito dall’opinione pubblica in quanto inatteso. Dopo la sollevazione della piazza (mobilitata anche con un appello su Facebook firmato da 25 mila persone), infatti, sono stati destituiti in tronco due generali della polizia, il capo del dipartimento della capitale per la lotta antidroga e quello del distretto amministrativo di Mosca-ovest.

Il tutto a favore di chi? Dello stesso Putin, al limite, che tra pochi giorni dovrà affrontare un appuntamento importante come l’annuale confronto telefonico con centinaia di cittadini invitati ogni anno ad interrogarlo su qualsiasi argomento e tutt’altro che restii a farlo, in un clima attuale non proprio dei migliori per il ‘nuovo zar’. La sua personale popolarità è in netto calo a causa di una situazione economica sempre pesante come le relative ricadute sociali e di entusiasmo calante per i reali o apparenti successi di una politica estera tanto ambiziosa quanto costosa sotto ogni aspetto.

Tra l’altro, nonostante la prosecuzione e semmai l’inasprimento delle molteplici diatribe con gli Stati Uniti, aggravate dall’escalation in corso anche tra Washington e l’amica Cina, sondaggi attendibili fanno registrare una riduzione dei russi che considerano gli USA un Paese nemico dal 78% dello scorso anno al 67% attuale. Per ciò che riguarda l’Ucraina, il conflitto quanto meno politico con la quale non accenna ad attenuarsi malgrado l’avvento a Kiev di un nuovo presidente, si rileva un calo analogo ma forse ancora più significativo dal 49% al 40%.

Un altro recente sondaggio che può avere spinto il Cremlino a qualche ripensamento rende noto che il numero dei russi propensi a scendere in piazza per protestare contro l’abbassamento del tenore di vita e rivendicare i propri diritti è quasi raddoppiato in questi ultimi anni, passando dal 14% del 2014 all’attuale 27%; all’inizio del 2018 la percentuale era scesa persino sotto il 10. E’ vero, come riconosciuto anche da esponenti dell’opposizione, che i dimostranti a Mosca in difesa di Golunov non sono stati più di duemila circa, contro i 50 mila dei primi moti anti Putin del 2011-12.

Nel frattempo, però, misure di vario genere, di legge e amministrative, sono state adottate per scoraggiare ogni perturbazione dell’ordine pubblico, e ciò nonostante il fenomeno sta riprendendo fiato fors’anche per presumibile effetto suggestivo dell’esempio francese. Contro il quale, ad ogni buon conto, ha messo in guardia i suoi connazionali lo stesso presidente della Federazione post-sovietica, aperto detrattore della rivoluzione russa del 1917, compresa quella più o meno spontanea di febbraio che rovesciò il regime zarista.

Nella fattispecie, inoltre, ha clamorosamente solidarizzato con il giornalista sotto tiro il mondo dei media praticamente compatto, inclusi quelli (la stragrande maggioranza) più o meno pienamente allineati con il regime benchè talvolta critici verso sue singole politiche. Tre quotidiani tra i più autorevoli, tra cui Kommersant’ appartenente a Gazprom, il colosso del gas vicinissimo a Putin, sono usciti il 10 giugno con la prima pagina occupata in gran parte dalla stessa scritta: ‘Ja-my Ivan Golunov’ (‘Sono-siamo Ivan Golunov‘), reclamando il suo rilascio e un’inchiesta su chi ha ordinato l’arresto e l’incriminazione.

Tutto sommato, quindi, l’ipotesi plausibile diventa quella anche più semplice e, se si vuole, banale: che all’origine dell’episodio si trovi non una deliberata montatura dall’alto bensì il disturbo arrecato dalle indagini del protagonista, in questo caso attivo, alla reputazione e agli interessi di determinati personaggi. Magari degli stessi due dirigenti poi destituiti, ma più probabilmente di altri in grado di influire su di essi o su loro dipendenti in modo eventualmente corruttivo. Con la scusante, semmai, per la coppia, di avere agito secondo una prassi corrente e fino a ieri esplicitamente o implicitamente approvata, non potendo prevedere che le reazioni sarebbero state così forti ed efficaci.

Si tratterà ora di vedere se l’accaduto potrà ripetersi, ossia se Putin, al di là del singolo episodio, si dimostrerà più flessibile in generale nei confronti dei movimenti di piazza o almeno di quelli non di tipo sovversivo ma miranti a modificare politiche e prassi del regime non necessariamente incompatibili con quella che si definisce talvolta ‘democrazia alla russa’. Contraddistinta in sostanza, rispetto ai modelli occidentali, da una certa dose di autoritarismo comunque non esigua, tanto che il sistema vigente viene spesso bollato, non senza qualche valida ragione, come non democratico e basta.

Vale tuttavia la pena, qui, di citare quanto si è potuto leggere, sempre il 10 giugno scorso, su RT.COM, ben noto strumento della propaganda russa nel mondo la cui direttrice, Margarita Simonjan, si era subito schierata dalla parte dei dimostranti e dei media moscoviti sostenendo che il governo doveva dare risposte adeguate alle numerose loro domande e richieste e come minimo, intanto, trasferire Golunov agli arresti domiciliari.

In un articolo a firma di un collaboratore irlandese di RT si è poi aspramente polemizzato con i governi e i media occidentali, pronti a tuonare sia pure legittimamente, nella fattispecie, contro Mosca, a conferma però di un’inguaribile ipocrisia, in particolare anglosassone. Essendosi ben guardati, invece, dall’usare lo stesso metro nel caso di Julian Assange, il direttore di Wikileaks spietatamente perseguitato e verosimilmente destinato ad una pesante condanna negli USA per avere svelato le malefatte più o meno segrete dei paladini della libertà di informazione a senso unico.

E’ una polemica discutibile, ma l’autore dell’articolo vi aggiunge l’ammissione che l’episodio moscovita sembra confermare l’esistenza in Russia, come forse anche altrove, «di elementi nell’apparato della sicurezza di Stato che agiscono nell’impunità». E conclude invitando i critici occidentali a capire che in Russia «i cambiamenti devono essere graduali, data la sua storia» e che Putin come qualsiasi altro leader non può sistemare tutto «in un giorno o, forse, neppure in qualche decennio». A prescindere da quest’ultimo e quasi umoristico dubbio, si tratta presumibilmente di un’allusione al fatto, non privo di qualche riscontro, che non manca una spinta, nelle alte sfere russe, in direzione di una democrazia meno illiberale e come minimo più legalitaria.

Non devono mancare, peraltro, neppure spinte in senso opposto, come pare lecito desumere anche dalle cronache quotidiane. Alla vittoria dei difensori di Golunov, che molti temono rappresenti solo un successo isolato della società civile, sono seguite a Mosca già l’indomani ulteriori manifestazioni, pur sempre a carattere pacifico e quasi festoso, per la scarcerazione dei prigionieri considerati politici dai dimostranti. Oltre un terzo di tutti i detenuti, secondo la Komsomolskaja Pravda, scontano pene per traffico di droga, e molti di loro sembra siano caduti vittime dell’espediente poliziesco.

Come nel caso di Ojub Titijev, un attivista ceceno per i diritti civili arrestato lo scorso anno per asserito e inutilmente negato possesso di marijuana. Grazie alla sollevazione in favore di Golunov le autorità hanno promesso anche il suo rilascio. La seconda ondata moscovita ha però provocato il fermo, con annesse bastonature, di oltre mezzo migliaio di dimostranti compresi una quarantina di giornalisti. E alcuni promotori, accusati di violare la legge che punisce le manifestazioni non autorizzate, rischiano fino a 15 giorni di carcere.

Nel frattempo, rimangono acquisiti o quanto meno aperti altri casi non così eclatanti, ma ugualmente meritevoli di attenzione, di accoglimento di istanze popolari o di settori qualificati dell’opinione pubblica. In aprile era stato liberato dagli arresti domiciliari Kirill Serebrennikov, noto e premiato regista sotto processo per indebita appropriazione di sovvenzioni statali. Nel territorio settentrionale di Arkangelsk una prolungata opposizione ecologista è riuscita a bloccare almeno temporaneamente l’allestimento di un grosso impianto per lo smaltimento dei rifiuti.

Dopo il fallimento della controversa restituzione al patriarcato ortodosso della cattedrale di Sant’Isacco a Pietroburgo una vivace contestazione ha impedito anche la costruzione di una nuova chiesa a Ekaterinburg, quarta città russa più popolosa. Due fatti di particolare rilievo, questi, perché la Chiesa nazionale, per quanto non proprio compatta al suo interno, rappresenta un baluardo dell’attuale regime, fruisce dell’ostentata devozione personale del ‘nuovo zar’ e godeva almeno finora, a differenza delle istituzioni politiche nel loro complesso, di un elevato apprezzamento popolare.

Alcuni osservatori attribuiscono le novità, tra l’altro, all’accresiuta influenza di un personaggio come Sergej Kirienko, già capo di un governo riformista verso la fine, un ventennio fa, della presidenza di Boris El’zin e recuperato nel 2016 nella funzione di vice direttore dell’Amministrazione presidenziale putiniana con competenza per gli affari interni.

Ma se è comunque ancora presto per capire se le novità siano destinare a pesare più della continuità, è certo che le sorti di una democrazia sui generis come quella russa, ovvero di una sua eventuale liberalizzazione, dipenderanno in larga misura dalle scelte che si faranno, e che si impongono benchè si continui a rinviarle, per l’indispensabile rafforzamento economico del Paese. Che sarebbe probabilmente agevolato da più democrazia, ma senza il quale anche il sistema attuale faticherebbe a reggere.

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