domenica, Gennaio 20

Russia, presidenziali 2018: il caso Sobchak e i media occidentali Intervista a Giuliano Bifolchi, Direttore della OSINT Unit di ASRIE

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Si terranno in Russia nel 2018, nei giorni in cui cadrà il quarto anniversario del referendum sull’autodeterminazione della Crimea, celebrato il 16 marzo del 2014. Ma le Presidenziali russe avranno un significato ‘indipendente’ dalle rievocazioni. Così ci spiega Giuliano Bifolchi, Direttore della OSINT Unit di ASRIE (Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa, Responsabile Dipartimento Caucaso & Asia Centrale del CeSEM). Ci ha assicurato che nella Federazione, dove si trova attualmente, “non si percepisce il connubio elezioni Presidenziali-referendum Crimea, evidenziato da una parte dei media occidentali”.

E questo non sarebbe l’unico abbaglio. L’ultimo della lista, secondo Bifolchi, è proprio il caso di Kseniya Sobchak, esploso il mese scorso all’indomani della sua discesa in campo ‘contro tutti’, come recita lo slogan della sua campagna. Complici la popolarità del personaggio, che ha annunciato l’entrata in scena nel bel mezzo di un programma televisivo; la storia familiare, intrecciata all’ascesa dell’attuale Presidente, e la fama di ‘Giulietta della rivoluzione’, per cui il suo nome nel passato è stato legato all’oppositore Ilya Yashin -ribattezzato ‘Romeo’-, la candidatura della giornalista e conduttrice non è passata inosservata. Peccato che la Sobchak, stando alle parole dell’intervistato, abbia “riscosso più attenzione in Occidente che in Russia”. In attesa che Putin ufficializzi la sua posizione, abbiamo rivolto alcune domande a Giuliano Bifolchi sulle prossime elezioni.

Se l’anniversario del referendum di Crimea è fuorviante, quale significato dare alle Presidenziali del 2018?

Sembra molto plausibile come queste Presidenziali saranno una nuova consacrazione per Vladimir Putin come leader del Paese, anche se ancora non ha presentato la sua ricandidatura, a coronamento di un processo politico ed economico iniziato agli inizi del XXI secolo.

La faccenda di Crimea può considerarsi chiusa e forse non è mai stata aperta. La Federazione, sin dal crollo dell’Unione Sovietica, teneva nella penisola circa 25.000 soldati, dozzine di sistemi d’artiglieria, centinaia di blindati e una flotta aerea. Tutto nella legalità. Il contingente occupava la penisola in base a un accordo con il governo ucraino: intesa rinnovata nel 2010 fino al 2042. Il 90% della popolazione della Crimea si sente russa e non ha mai pensato di voltare le spalle a Mosca. In questi giorni i biglietti della metropolitana di Mosca celebrano con un’immagine la quasi ultimazione del ponte sullo stretto di Kerch: un’infrastruttura strategica che permetterà persino la continuità territoriale tra la Federazione e la Crimea. La storia russa, a partire dal battesimo cristiano, ha le sue profonde radici in Crimea. Si parla di più di mille anni fa. Per cui non credo che ci sia molto bisogno di ribadirlo con delle elezioni.

Come è cambiata la Russia dalle ultime Presidenziali del 2012?

È difficile elencare brevemente i cambiamenti e le politiche interne ed estere dalla Federazione durante l’ultima amministrazione. Ciò che è possibile dire è che negli ultimi anni la Russia è cambiata sia a livello territoriale – dal 2014 la Crimea è ufficialmente territorio della Federazione Russa grazie al referendum poco fa citato– sia economico e politico.

In politica estera è possibile evidenziare come il Cremlino non abbia perso terreno mantenendo salde le proprie posizioni in merito ai cosiddetti ‘conflitti congelati’, guadagnando la Crimea e non collassando a causa delle sanzioni economiche imposte dall’Occidente (ipotesi paventata da alcuni analisti), e riuscendo finalmente a coronare il progetto di affermarsi nel teatro mediorientale grazie al supporto in Siria di Bashar al-Assad ottenendo così il tanto desiderato accesso ai ‘mari caldi’ del Mediterraneo Orientale.

La crisi dei prezzi del petrolio ha colpito la Federazione Russa come tutti i grandi produttori di idrocarburi e le sanzioni hanno avuto un peso nell’economia nazionale russa, questo è un dato innegabile: la Russia però è riuscita a varare una politica economica ad ampio respiro che non guarda solamente all’Europa, con cui ancora il Cremlino dichiara di voler trovare un’intesa, ma anche alla Cina grazie al progetto della Nuova Via della Seta, all’Iran, ai Paesi dell’ASEAN (nel 2050 secondo il World Economic Forum diverranno il quarto mercato mondiale per numero di persone ed anche per scambi commerciali), ed in generale all’Estremo Oriente.

In materia di politica interna la stabilità al governo è fondamentale perché rappresenta una certezza non solo per molti russi ma anche per gli investitori stranieri, fattore ben compreso dal Cremlino e dall’élite politica russa che predilige un governo centrale forte in grado di fornire sicurezze politico-economiche rispetto ad esperimenti che potrebbero comportare la disgregazione della Federazione.

La Russia è inoltre impegnata a 360 gradi nella lotta al terrorismo ed a partire dal 2013 è possibile notare un decremento degli attacchi terroristici che hanno coinvolto in special modo la regione nord caucasica. Seppur non immune totalmente alla minaccia jihadista, come dimostra l’attentato di San Pietroburgo, la Federazione Russa è riuscita ad arginare in questa ultima amministrazione la minaccia dell’Emirato del Caucaso eliminando gli attori principali ed attualmente sta contrastando lo Stato Islamico ed il pericolo del ritorno dei foreign fighters in patria.

Il Paese ovviamente non è privo di difetti e ci sono delle politiche che durante l’ultima presidenza di Putin possono essere messe in discussione: a mio parere uno dei problemi maggiori che il Cremlino potrebbe avere è la continua dipendenza delle diverse repubbliche, oblast e kray all’erogazione dei fondi economici statali, politica perseguita anche durante gli ultimi 6 anni. Tale strategia da un lato rafforza il legame tra il centro del potere e la ‘periferia’ creando una dipendenza economico-sociale delle diverse entità che compongono la Federazione a Mosca, ma dall’altro lato può favorire corruzione, lentezza nello sviluppo economico indipendente e quindi nell’attrazione degli investitori stranieri e di conseguenza gravare ulteriormente sull’economia russa che, come si è visto, è soggetta alle variazioni del mercato energetico.

In conclusione è possibile dire che questo è stato il mandato più difficile di Vladimir Putin. Guerra in Siria, crisi ucraina e crollo del prezzo del petrolio e del gas – eventi estremamente intrecciati – hanno messo a dura prova la tenuta del Paese. Il rublo ha subito una fortissima svalutazione e il bilancio della Federazione è stato rivisto in ogni sua singola posta. Tuttavia, ogni crisi rappresenta un’opportunità: Putin in questi anni è riuscito a far crescere intorno a sé una squadra di consiglieri e di ministri dei quali sentiremo ancora parlare a lungo. Elvira Nabiullina, Shoygu, l’intramontabile Lavrov, Peskov e diversi altri protagonisti dell’ultimo quinquennio sono state figure fondamentali.

Perché Putin non ha ancora sciolto la riserva sulla sua candidatura?

In Russia quasi tutti pensano che la candidatura di Putin arriverà all’ultimo momento, mossa politica eccezionale in campagna elettorale che trova le sue motivazioni sia in materia di politica interna che estera.

Inoltre, la mancata candidatura di Putin evita alla Russia di divenire almeno per il momento l’epicentro della comunicazione strategica di agenzie di informazione e think tank che porranno l’accento sul secondo mandato consecutivo di Putin etichettando la Federazione Russa come un Paese in cui vi è una ‘dittatura’ o ‘regime’.

Essere al centro del ciclone mediatico non fa bene ad un Paese che si sta preparando ad avere i riflettori puntati su di sé con un evento di portata globale come i Mondiali di Calcio FIFA 2018 che, a parte la valenza sportiva, hanno un peso politico ed economico di indubbio valore.

Che fase sta vivendo l’opposizione a Putin e qual è la sua fisionomia attuale?

Secondo i sondaggi condotti da Levada Center, FOM, Echo of Moscow, FoRGO (ed altri) tra maggio 2013-ottobre 2017, la rielezione di Putin è data con un supporto medio del 50-60% mentre gli altri possibili candidati presidenziali come Gennady Zyuganov (leader del Partito Comunista), Vladimir Zhirinovsky (leader del Partito Liberal Democratico), Sergey Mironov (leader della fazione Spravedlivaya Rossiya), Grigory Yavlinsky (leader di Yablako), Alex Navalny e Ksenia Sobchak non raggiungono al massimo il 4-5% in tutto il Paese.

Considerando Navalny fuori dai giochi per le prossime presidenziali perché interdetto a causa di accuse di frode fiscale, Zhirinovsky può essere etichettato come un nazionalista che supporta idee anti-Occidente la cui elezioni non migliorerebbe di certo i rapporti Russia-Unione Europea. Zyuganov ha sfiorato l’elezione presidenziale nel 1996 venendo sconfitto al secondo turno da Boris Yeltsin ed unisce l’ideologia comunista al nazionalismo russo, mentre Mironov ha un orientamento che può essere considerato maggiormente socialista con proposte di riforme nel settore agrario che vedono un maggiore intervento da parte dello stato. Yavlinsky è un economista e politico noto per il suo ‘Programma dei 500 giorni’, un piano di transizione della Russia dal sistema sovietico a quello capitalista; la Sobchak invece è famosa in Russia più per i suoi programmi TV e per le copertine dei magazine che per la sua attività politica e la sua candidatura viene spesso vista come una trovata mediatica e non un serio progetto politico.

Partendo da queste brevi considerazioni possiamo dire che esiste una opposizione in Russia che però è frastagliata e legata alle figure di singole persone le cui proposte politiche vanno dal cambiamento completo del Paese verso un sistema tipicamente capitalista al puro nazionalismo russo. Putin ed il partito Russia Unita rappresentano ancora l’unica scelta o soluzione per l’elettore che è più preoccupato alle problematiche della quotidianità che a molte tematiche messe in risalto dai media occidentali.

Nello specifico, per rispondere alla sua domanda sulla opposizione, possiamo dire che attualmente sta vivendo una fase inconcludente. La Federazione russa è un contenitore politico complicatissimo da maneggiare. L’opposizione più radicale a Putin manca di un progetto credibile e complessivo per il Paese. Può sperare di prendere voti solo nelle grandi metropoli e solo in alcuni strati sociali marginali: mi riferisco alla borghesia urbana giovane e globalizzata. Per ciò che riguarda il resto dell’opposizione – e mi riferisco a figure come Zyuganov o Zhirinovskiy, quelle che raccolgono più voti – si può tranquillamente parlare di ‘opposizione consociativa’: un fenomeno che noi italiani abbiamo ben conosciuto. Nell’architettura complessiva del potere russo tali soggetti vengono tenuti in considerazione e gli viene dato spazio nei media, nelle università, nelle amministrazioni locali, eccetera. Sono un’opposizione che non pone in questione la leadership di Putin.

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