venerdì, Dicembre 13

Russia-Polonia, una faida interminabile I plurisecolari contrasti tra Mosca e Varsavia non cessano di riprodursi e si stanno anzi intensificando con rischi e pericoli per tutti

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L’altro ieri la Polonia ha festeggiato il centenario della sua indipendenza, riacquistata al termine della prima guerra mondiale dopo una spartizione durata 123 anni tra i tre grandi imperi circostanti: quello asburgico, la Germania guglielmina e la Russia degli zar. Tutti crollati, invece, a causa di un conflitto esploso incidentalmente e inizialmente sottovalutato ma rivelatosi micidiale per tutti, o quasi, e sotto molteplici aspetti.

L’indipendenza polacca, tuttavia, si rivelò a sua volta effimera perché, un ventennio più tardi, il Paese finì nuovamente stritolato (non senza corresponsabilità dei suoi governanti) dalla collusione tra il Reich nazista e l’Unione sovietica alla vigilia della seconda guerra mondiale, e poi ridotto ad una ‘sovranità limitata’ sotto il regime comunista impostole dall’URSS con la connivenza più o meno consapevole delle altre due potenze vittoriose, Stati Uniti e Gran Bretagna.

La stessa Polonia, peraltro, appena divenuta indipendente aveva tentato di abbattere con le armi il neonato regime bolscevico subendone però una controffensiva a stento respinta alle porte di Varsavia. Un tentativo fallito, dunque, analogo a quello compiuto tre secoli prima dai suoi sovrani di sottomettere la Russia approfittando di un momento di particolare debolezza dello Stato zarista, che allora si chiamava più modestamente Moscovia.

Anche questo tentativo fu respinto, e non è un caso che proprio il giorno di quella sconfitta militare polacca, o più precisamente polacco-lituana, sia stato scelto dall’odierna Russia postcomunista per celebrare ogni anno, il 4 novembre, una festa nazionale sostitutiva del 7 novembre in cui si commemorava la ‘rivoluzione’ (in realtà un colpo di Stato bolscevico) del 1917.

Tra i tanti avversari o veri e propri nemici esterni con i quali la Russia, volente o nolente, si è misurata nel corso dei secoli la Polonia è stata infatti, se non il più temibile, sicuramente il più costante e recidivo, sia pure, soprattutto, per evidenti ragioni geopolitiche e probabilmente, anzi, per ragioni prevalentemente geografiche piuttosto che politiche, benché anche quelle di altro genere siano tutt’altro che trascurabili. Come, per citare un solo esempio, la differenza di religione pur nel comune ambito cristiano, già così incisiva, per citarne un altro, tra gli Stati dell’ex Jugoslavia.

Non è quindi neppure un caso che l’antagonismo sia riesploso, dopo la forte spinta data fin dall’inizio dalla Polonia al più moderno ‘ribaltone’, ossia al crollo a catena dei regimi comunisti dell’Est europeo e della loro soggezione all’egemonia sovietica. L’estensione di una svolta così epocale alla stessa URSS ha prodotto un automatico avvicinamento tra Mosca e Varsavia, ben presto rivelatosi però illusorio perché destinato a sfociare in un ennesimo urto tra due opposti nazionalismi, con quello russo alimentato anche dal ripristinato connubio tra Stato e Chiesa ortodossa.

La ripresa delle ostilità, finora solo politiche benché via via più roventi, è stata innescata dallo scoppio della crisi ucraina, cioè di un Paese con il quale la Polonia possiede elementi di comunanza di vario tipo, certamente inferiori a quelli che lo legano alla Russia ma ugualmente importanti a più effetti. E più che sufficienti, comunque, a spiegare perché il governo di Varsavia figuri in testa, anche per peso quantitativo, a quanti nell’Unione europea e nell’Occidente in generale sono più decisamente schierati in appoggio all’attuale governo di Kiev, alla causa dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Ucraina e al suo aggancio preferenziale alla UE e all’Alleanza atlantica.

Una posizione, insomma, di radicale contrasto nei confronti di Mosca, rimproverata quanto temuta per tendenze e comportamenti espansionistici, aggressivi e al limite revanscisti anche a più largo raggio. Rimproveri e timori che si sono tradotti in piena partecipazione polacca a reazioni collettive, come le sanzioni occidentali, le esercitazioni militari e altre misure dimostrative o cautelari, e la loro particolare quanto frequente sollecitazione da parte di Varsavia anche in seguito alle relative e puntuali ritorsioni, contromisure e minacce da parte russa.

Il tutto con vistose e crescenti ricadute sui rapporti bilaterali in senso più stretto, del resto già da tempo alquanto avvelenati dalle accuse polacche alla dirigenza moscovita di avere provocato l’incidente aereo risalente al 2010 nel quale perse la vita, insieme a numerosi suoi concittadini, il presidente della Repubblica Lech Kaczynski, gemello di Jaroslaw, leader del partito di maggioranza considerato già allora, e tuttora, il vero detentore del potere a Varsavia benché privo adesso di cariche statali.

Sempre sdegnosamente respinte da parte russa, le accuse sono state platealmente rilanciate di recente culminando nella solenne erezione, proprio ieri, di un monumento all’asserita vittima del Cremlino, commemorata dall’attuale presidente Andrzej Duda paragonandola, con qualche esagerazione, a Jozef Pilsudski, padre della resurrezione polacca nonché protagonista del sopra ricordato conflitto del 1920 con la Russia bolscevica.

Quella di Vladimir Putin, anche non a livello ufficiale, ama accusare spesso i polacchi di ingratitudine per la liberazione del loro Paese dal giogo nazista ad opera dell’Armata rossa, passando sopra a ciò che accadde prima e dopo la ‘grande guerra patriottica’ (per i russi), compresi i ripetuti sussulti di rigetto popolare del regime comunista. E si indigna ovviamente per il sistematico abbattimento, attualmente in corso, dei numerosi monumenti sopravvissuti al ribaltone. Ne rimangono, pare, quasi mezzo migliaio, molti dei quali dedicati ai soldati sovietici. Il più grande e famoso, situato in un parco di Varsavia, è stato appena demolito.

A Mosca si deplora, per quanto riguarda il passato, anche il recente licenziamento di tutti i residui funzionari del ministero degli Esteri o membri del corpo diplomatico polacco formatisi in università e altri istituti sovietici. Una misura, si direbbe, di valore eminentemente simbolico, a differenza di altri gesti, atti e iniziative a Mosca verosimilmente più sgradite e risentite come provocazioni più o meno gravi, benchè in molti casi si incrocino ormai da tempo con mosse e attività analoghe da parte russa e anzi spesso inscenate proprio da Mosca per prima.

Ciò vale innanzitutto per il settore militare. Dovrebbe concludersi tra pochi giorni l’esercitazione ‘Anaconda’, che impegna in Polonia e nelle tre repubbliche baltiche oltre 17 mila soldati (di cui 12 mila polacchi) di dieci Paesi membri della NATO, con l’aggiunta di manovre navali a quelle terrestri. Si tratta della più grossa sperimentazione del genere cui forze polacche abbiano mai partecipato nonché di una presumibile risposta a quella ben più imponente svoltasi nei mesi scorsi in territorio russo, significativamente denominata ‘Vostok (cioè occidente) 2018’ e con una sia pure marginale partecipazione di unità cinesi.

Ancor più significativa è tuttavia, e vuole evidentemente esserlo, la creazione in Polonia di una Forza di difesa territoriale che dovrebbe mobilitare entro il 2021 oltre 50 mila volontari per contrastare un’eventuale e comunque temuta invasione russa, seguendo l’esempio dato nel secolo scorso dalla defunta Jugoslavia diversamente ‘socialista’ del maresciallo Tito.

E’ un timore che Mosca smentisce, naturalmente, e trova persino risibile, a presumibile differenza, però, di altre novità contestuali sfornate nel contempo da Varsavia. Il governo polacco è stato l’unico o quasi, tra i Paesi più importanti, ad approvare senza riserve il preannunciato ritiro americano dal trattato con l’URSS del 1987 per la messa al bando dei missili nucleari a gittata intermedia, al quale il Cremlino ha reagito con durezza anche nei confronti degli alleati europei degli USA lanciando pesanti minacce all’indirizzo di quelli che eventualmente ospitassero simili ordigni.

In Polonia è già prevista l’installazione di impianti missilistici americani contro i quali Mosca tuona da tempo facendosi peraltro rinfacciare quella analoga da parte russa nella regione di Kaliningrad (l’ex Prussia orientale tedesca) adiacente alla comune frontiera. Un eventuale negoziato con Washington potrebbe portare ad una revisione anziché alla decadenza del trattato sugli ‘euromissili’ con conseguente smantellamento concordato di simili impianti, o rinuncia ad installarli, che a Varsavia sarebbe probabilmente vista di malocchio.

Ma l’attuale governo polacco, avido di adeguate garanzie altrui della propria sicurezza esterna, ha già pronto il possibile rimedio: l’offerta agli USA di una base militare permanente, da chiamare magari Fort Trump, utilizzabile sia per meglio fronteggiare un’aggressione da est con mezzi convenzionali oppure ‘ibridi’ sia per scoraggiare, con la sua sola presenza, attacchi di più alto livello. Assicurando, comunque, un impegno automatico della superpotenza sinora amica oltre che alleata ma divenuta un po’ meno decifrabile di prima con l’attuale presidenza, se non altro nei riguardi dell’Unione europea nel suo complesso (e, a tratti, anche riguardo alla cruciale questione ucraina).

Mentre rimane da vedere se e quando l’offerta sarà accettata, da parte russa si è sparato a zero contro la prospettiva che lo sia, minacciando ritorsioni non meglio precisate ma probabilmente più efficaci della ventilata concessione a Mosca di una base militare in Bielorussia. Il cui presidente, Aleksandr Lukascenko, pur non escludendola in assoluto, ha precisato che per il momento non se ne parla e, alquanto, ragionevolmente, che non se ne vede neppure il bisogno data la vicinanza della Russia al territorio ‘nemico’ e la scontata disponibilità del governo di Minsk a collaborare con Mosca, sia pure senza entusiasmo, in caso di emergenza.

Ad ogni buon conto, frattanto, la Polonia stringe ulteriormente il legame con gli USA avendo stipulato in ottobre un accordo di durata ventennale per l’importazione di gas naturale liquefatto (LNG) americano nella misura di 2,7 miliardi di metri cubi all’anno. L’accordo entrerà pienamente in vigore nel 2022, quando scadrà invece quello con la russa Gazprom le cui forniture coprono attualmente due terzi del fabbisogno polacco di gas naturale.

La convenienza economica dell’operazione è per lo meno dubbia, dati i costi del combustibile americano e del suo trasporto. Ma gli obiettivi dichiarati di Varsavia sono politici: ridurre la dipendenza energetica dalla Russia pesante in tutti i sensi, propiziarsi a tutti gli effetti il favore degli USA e punire la UE, con la quale la Polonia è già in rotta su quasi tutta la linea, per un accordo tra Bruxelles e Gazprom che consente alla compagnia russa di sottrarsi all’accusa polacca di abusare della sua posizione dominante sul mercato europeo evitando multe per miliardi di dollari.

Accordo, questo, ulteriormente contestato da Varsavia con un apposito ricorso alla Corte di giustizia europea, già chiamata a pronunciarsi su altri punti del contenzioso polacco con Bruxelles. Il tutto mentre Gazprom viene osteggiata anche a causa del secondo gasdotto del Baltico la cui costruzione è data ormai per irrevocabilmente decisa dalla Germania e da altri interessati all’afflusso di gas russo nel cuore del vecchio continente a scapito dei percorsi in territorio ucraino e a dispetto dell’accanita opposizione polacca, del terzetto baltico e degli stessi Stati Uniti.

Ma non basta. Un ulteriore contributo all’inasprimento di rapporti bilaterali già così deteriorati e, al limite, potenzialmente incendiari, specie se in concorso con sfavorevoli sviluppi esterni, giunge da due progetti polacchi tali in partenza da preannunciare tempesta con il più grande e temuto vicino.

A metà ottobre è stato ufficializzato a Varsavia quello di aprire un canale attraverso il Vistula Stip, un’esile striscia di terra che partendo dall’ultimo tratto della costa orientale polacca corre parallela a quest’ultima e al suo prolungamento in territorio russo. Lo scopo è quello di permettere alle navi polacche che partono dal porto di Elblag di uscire sulla baia di Danzica e quindi sul Baltico senza dover risalire verso nord, percorrendo le acque territoriali in parte russe della Laguna della Vistola, fino ad un piccolo stretto vicinissimo al porto russo di Baltijsk.

Mosca lamenta di non essere stata consultata al riguardo e giudica il progetto inaccettabile in quanto nocivo all’equilibrio ecologico della laguna. Varsavia replica, per bocca di Kaczynski, che “è ora di dimostrare ai russi che sono finiti i tempi in cui ci dettavano quello che possiamo fare o non fare sul nostro territorio” e che “la Polonia deve cancellare le ultime tracce della sua dipendenza statale”. Non resta quindi che attendere, col fiato almeno un po’ sospeso, l’inizio dei lavori, che dovrebbero essere completati entro il 2022, e semmai, prima, l’esito di un ricorso russo alla Commissione europea.

Già in fase avanzata è l’altro progetto, finalizzato ad un sensibile rafforzamento militare, in uomini e mezzi, del ‘corridoio’ di Suwalki, città situata nell’estremo nordest polacco, entro un angolo presso l’incrocio del confine tra la regione russa di Kaliningrad e la Bielorussia nonché quello tra di esse e la Polonia. Gli viene attribuita importanza strategica in quanto possibile punto di irruzione di forze russe, in caso di conflitto, con l’obiettivo di separare le tre repubbliche baltiche dal resto dell’Europa centro-orientale. A parte ogni altra considerazione, appare improbabile che l’operazione in corso, per quanto rilevante, possa essere considerata da Mosca gravemente provocatoria, o comunque più tale di altre analoghe con le quali entrambe le opposte parti gareggiano da tempo.

E’ vero tuttavia che qualsiasi mossa dell’una o dell’altra, in determinate circostanze, può servire da pretesto per rincarare la dose di aggressività e conseguente pericolosità della reazione, anziché indurre la controparte a più miti consigli. Resta allora solo da augurarsi che tornare a litigare per corridoi o canali non preluda al riprodursi, così vicino a Danzica, di infernali cortocircuiti come quello del 1939, non meno fatidico del 1914. Quando, secondo una vecchia e un po’ cinica freddura, per non voler cedere alla Germania nazista un piccolo corridoio la Polonia finì col perdere l’intero appartamento.  

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