giovedì, Dicembre 12

Russia nuovo arbitro del Medioriente? L'asse Washington-Tel Aviv intende risolvere la 'questione iraniana' una volta per tutte. Mosca la pensa diversamente

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Qualcuno ha tristemente descritto il Medioriente come un’idra: tagliata una delle sette teste, il mitico mostro si rigenera e diventa più pericoloso di prima. La sconfitta dell’ISIS in Siria, la lenta ma progressiva pacificazione del Paese potrebbero non portare alla stabilizzazione della regione mediorientale, ma innescare nuovi, sopiti, rancori. Torna alla ribalta, secondo gli Stati Uniti, l’Iran, un vecchio nemico.

Riuscendo a congiungere gli sforzi con quelli di buona parte della Comunità internazionale – Russia e Cina comprese – la vecchia amministrazione statunitense di Barack Obama era riuscita nel 2013 a scendere a compromessi con Teheran, con il controverso ‘accordo sul nucleare’ (Joint Comprehensive Plan of Action il nome ufficiale del trattato), che vincolava la rimozione delle sanzioni economiche occidentali contro l’Iran allo stop del suo programma di sviluppo di armi nucleari.

Il Paese degli Ayatollah accettò di sottoporsi a periodiche verifiche da parte di una commissione internazionale che avrebbe controllato lo stato del nucleare iraniano, destinato a restare circoscritto agli scopi prettamente civili e di energia. La distensione, tuttavia, è stata incrinata dalla lunga vicenda del conflitto siriano, e, molto probabilmente, dall’approccio della diplomazia dell’alleato numero uno di Washington: Israele.

E’ da mesi, infatti, che la presenza delle truppe dell’Iran in Siria preoccupa lo Stato ebraico. Con l’avanzare della guerra, Teheran riesce a costruire quello che è stato definito il ‘corridoio sciita’: una striscia di terra de facto sotto controllo iraniano con cui il Paese può, attraverso la Siria, rifornire di armi e truppe le milizie di Hezbollah, forza politica filo-iraniana in Libano, pericolosamente armata e vicina a Israele.

La decisione di Donald Trump che minaccia di uscire unilateralmente dal trattato, accusando l’Iran di essere un pericolo per la stabilizzazione della regione, sembra accomodare perfettamente le peggiori paure di Israele. Netanyahu ha discusso la questione anche con i russi. E, stando all’ufficio stampa del Primo Ministro, proprio oggi questi avrebbe dichiarato che «se l’accordo sul programma nucleare del Paese non dovessere cambiare, l’Iran otterrà un arsenale nucleare in 8 o 10 anni da adesso».

Gli analisti non si sono detti sorpresi, anzi. Si trattava di una mossa attesa da tempo, si legge sul think tank Jamesotown Foundation, a cui la comunità internazionale si era preparata. Unita l’Europa occidentale: Angela Merkel, Theresa May e Emmanuel Macron continuano a supportare l’accordo, che è nei loro «interessi di sicurezza nazionale».

Ferma, ovviamente, anche la pronta risposta dell’alleato russo di Teheran: l’integrità dell’accordo verrà preservata, fa sapere il Cremlino, che nei prossimi giorni discuterà meglio la sua posizione con Abbas Araqchi, rappresentatnte del Ministero degli Esteri iraniano. «Ci sembra allarmante che una questione che era stata chiusa e risolta per soddisfare tutte le parti sia ora riaperta e trasformata in un problema politico», lamenta il portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca Ryabkov, tenendo però la porta aperta al dialogo: «Interagiremo certamente con gli altri partecipanti all’accordo […] l’obiettivo è quello di prevenire il collasso del Joing Comprehensive Plan of Action […] ma date le decisioni prese a Washington ci sono dubbi su quanto produttiva potrà essere la nostra discussione con i colleghi americani».

Insomma, se da una parte Tel Aviv vuole chiudere una volta per tutte la questione della minaccia iraniana, inevitabilmente legata alla guerra in Siria, facendo pressione sul sempre pronto alleato americano; dall’altra Mosca intende mantenere il rapporto delle potenze in gioco in Medioriente. Questo spiega l’approccio pragmatico e flessibile del Cremlino, che continua a dialogare con Israele e, poche settimane fa, con l’Arabia Saudita, tra i principali rivali di Teheran, acconsentendo alla vendita ai sauditi del sistema di difesa missilistica russo S-400.

Un’interessante analisi pubblicata su ‘AsiaTimes’ evidenza tra l’altro la superiorità dell’armamento fornito a sauditi e turchi (entrambi critici, se non apertamente ostili, alla posizione di Mosca in Medioriente) rispetto a quello che i Russi hanno venduto all’alleato ufficiale, l’Iran, che ha ottenuto ‘solo’ gli S-300. Il ruolo di Mosca, secondo David P. Goldman, fa presagire l’inizio di una nuova epoca, in cui sarà un nuovo impero (dopo quello britannico e quello americano) a godere di una posizione predominante in Medioriente. «La pace può essere raggiunta solo attraverso l’egemonia o l’equilibrio delle potenze», diceva Henry Kissinger. Mosca non può esercitare l’egemonia sull’enorme regione, e dunque si ‘accontenta’ di giocare il ruolo di arbitro tra le nazioni. Restano ancora da vedere i risultati.

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