venerdì, Aprile 3

Russia, nuove tensioni nel Caucaso Il Cremlino invia mediatori in Abkhazia

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GEORGIA-ABKHAZIA-ANNIVERSARY

La Russia, già impegnata sul fronte dell’est Ucraina si trova ad affrontare un’altra situazione che finora è passata in sordina ma che potrebbe avere conseguenze alla stregua del movimento separatista che ha fondato la Repubblica Popolare di Donetsk. E’ per questo motivo che mediatori inviati dal Cremlino sono al lavoro per allentare la crisi in Abkhazia e dimenticare la nuova grana per Mosca scoppiata sul fronte del Caucaso. L’Abkhazia si è separata dalla Georgia dopo una guerra civile una ventina di anni fa e si è formalmente autoproclamata indipendente nel 2008.

Da allora dipende sul piano militare e finanziario dalla Russia.

Il consigliere del presidente Vladimir Putin, Vladislav Surkov, e il vice segretario del Consiglio di sicurezza russo, Rashid Nurgaliyev, hanno incontrato il governo della piccola regione separatista georgiana e i rappresentanti dell’opposizione, che chiedono la testa del presidente Alexander Ankvab, il quale si è riparato ieri nella sua città natale per sfuggire alle rivolte. Secondo il segretario del consiglio di sicurezza abkhazo Nugzar Ashuba, Ankvab potrebbe tornare nella capitale Sukhumi nei prossimi giorni, forse già oggi. Il capo dell’opposizione Raul Khadzhimba ha detto di aver chiesto ai due emissari russi di convincere Ankvab a farsi da parte, in modo da avviare il dialogo. La regione georgiana sul Mar Nero è riconosciuta come repubblica indipendente solo dalla Russia e da pochi altri paesi.

A guidare la protesta che ha portato alla fuga di Ankvab è Raul Khadzhimba, premier dal 2003 al 2004, battuto alle presidenziali dell’agosto 2011 da Ankvab. Il presidente ha accusato l’opposizione di aver tentato un colpo di Stato e ha detto che le forze di sicurezza restano “fedeli allo stato”. Khadzhimba accusa Ankvab di aver trasformato il paese in un “regime autoritario”.

Le rappresaglie ucraine vengono intanto assopite da una svolta riformista del neo eletto presidente ucraino Petro Poroshenko che vuole la parte economica dell’accordo di associazione tra Kiev e Bruxelles firmata subito dopo il suo insediamento: «La firma e l’attuazione dell’accordo, che è di fatto parte del piano di modernizzazione dell’Ucraina, contribuirà a perseguire le misure anti corruzione e a realizzare un pacchetto di riforme in un periodo di tempo molto breve», ha dichiarato, come riferisce il suo ufficio stampa. E’ prevista il 7 giugno a Kiev la cerimonia di giuramento come ha annunciato lui stesso su Twitter.

Il piano di annessione economica delle ex-Repubbliche sovietiche alla ex-Madre Patria prosegue con la creazione di un immenso mercato comune tra Russia, Bielorussia e Kazakistan, a cui presto si uniranno anche l’Armenia, entro il 15 giugno, e il Kirghizistan, entro l’anno. L’Unione economica euroasiatica è nata oggi al Palazzo d’Indipendenza di Astana, con una solenne cerimonia, dove il presidente kazako Nursultan Nazarbajev ha firmato il trattato della nascita insieme al presidente russo Vladimir Putin e quello bielorusso Aleksandr Lukashenko. Un evento seguito a negoziati, come ha detto il consigliere diplomatico del Cremlino, Yuri Ushakov, “non facili“.  L’Unione avrà sede a Mosca, la Corte di giustizia a Minsk e il centro nevralgico finanziario ad Almaty, ha spiegato Nazarbayev. Putin ha parlato di “pietra miliare” e di “evento storico“. L’Unione Economica Euroasiatica sarà operativa dal primo gennaio 2015 ed è destinata ad ampliarsi. Si tratta del passo successivo all’Unione Doganale, già in essere tra le tre le sorelle, e un momento fondamentale per la creazione di uno spazio economico comune, che nei sogni di Putin dovrebbe riunire la disciolta Urss e prendere sempre più le sembianze di una già avviata e funzionante Unione economica Europea.

La Francia si trova invece ad affrontare le prime manifestazioni contro il partito più votato: le Front National. Erano alcune centinaia, oggi in Place de la Bastille a Parigi, all’inizio del corteo contro il partito di estrema destra arrivato in testa alle elezioni europee domenica scorsa. Striscioni e manifesti erano quasi tutti diretti contro il partito di Marine Le Pen, arrivato primo con il 25% dei voti; il loro appello si alza soprattutto contro il razzismo e la xenofobia. In tutto il Paese, da Lione a Tolosa, da Marsiglia a Rouen, hanno visto scendere in piazza migliaia di studenti e giovani, organizzati dai sindacati studenteschi, dai movimenti dei giovani socialisti, da associazioni femministe. Lo slogan comune lanciato dagli organizzatori è stato «contro l’estrema destra, tutti e tutte mobilitati(e) per l’eguaglianza e la solidarietà».

La vicina Spagna è già da 3 giorni che vede nella capitale catalana scontri nel cuore di Barcellona, con 14 feriti e 30 arresti, per lo sgombero di un palazzo d’epoca occupato dal 1997 da militanti di sinistra. In 2mila hanno manifestato davanti all’edificio ottocentesco che era stato adibito a centro sociale e quando una ruspa ha avviato la demolizione si sono scontrati con la polizia. Il palazzo di Can Vies è un edificio pubblico in stile coloniale destinato alla demolizione nell’ambito di un progetto di riqualificazione dell’intero quartiere popolare di Sants. Negli anni ’90 era stato adibito a deposito per il materiale da costruzione della prima linea della metropolitana cittadina, divenuto però negli ultimi 17 anni un centro sociale auto-gestito per concerti, laboratori artigianali, corsi alternativi e raduni.

Tra i manifestanti del Cairo invece l’umore generale è quello di giubilo dove già in nottata centinaia di persone si sono radunate nei pressi del palazzo presidenziale di Heliopolis per i primi festeggiamenti della scontata e schiacciante vittoria dell’ex-generale Abdel Fattah al Sisi alle elezioni egiziane, annunciata dagli exit poll e successivamente confermata sul sito del quotidiano ‘Al Ahram‘.

Secondo dati provvisori lo spoglio dei voti espressi alle elezioni presidenziali Abdel Fattah al Sisi è il nuovo presidente egiziano con 23,8 milioni di consensi, pari al 96,9% del totale, secondo risultati ufficiosi. Ad Hamdine Sabbahi, l’unico rivale di Sisi, il sito attribuisce circa 757 mila voti (quindi circa il 3,1%) basandosi su dati approvati dai “giudici” di tutti i governatorati egiziani.

Nella confinante Palestina slitta di una settimana la presentazione del nuovo governo di unità nazionale, composto da personalità indipendenti, in seguito all’accordo di riconciliazione concluso il mese scorso tra l’Olp e il presidente Abu Mazen. Lo ha annunciato al quotidiano internazionale pan-arabo Al-Hayat il segretario del direttivo del partito nazionalista al-Fatah, Amin Maqbul, che tramite l’Olp il 23 aprile ha raggiunto con i radicali di Hamas un accordo per porre fine alle divisioni e ridare vita a istituzioni comuni.

Il fondamentalismo islamico non ha tregue invece in Nigeria dove militanti del gruppo Boko Haram hanno attaccato tre villaggi nel nordest della Nigeria, uccidendo 35 persone. Stessa cosa in Tunisia che punta il dito contro ”terroristi algerini” dopo l’attacco di ieri alla casa di Kasserine del ministro dell’Interno Lofti Ben Jeddou. ”Ci sono terroristi algerini tra i militanti responsabili dell’attacco alla casa del ministro” A perdere la vita 4 poliziotti tunisini mentre altri 3 sono rimasti feriti.

In Asia, invece, ripartono da capo le ricerche dell’aereo scomparso circa 2 mesi fa in Malaysia: le perlustrazioni sui fondali oceanici compiute grazie a un robot sottomarino nel luogo da dove provenivano i segnali acustici si è rivelato infruttuoso.

La situazione si tranquillizza almeno per l’ex premier thailandese Yingluck Shinawatra che si trova adesso nella propria residenza di Bangkok, rilasciata due giorni fa dopo aver trascorso quasi cinque in custodia in seguito al colpo di stato militare del 22 maggio.

 

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