lunedì, Gennaio 20

Russia: Mediterraneo nel mirino Dalla Siria al Marocco, passando per Egitto e Libia, Mosca allaccia legami con la sponda meridionale dell’ex “mare nostrum”

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Non è la prima volta che i governanti russi annunciano con una certa solennità, come hanno fatto nei giorni scorsi, il ritiro per adempiuta missione del corpo di spedizione in Siria. Questa volta l’annuncio suona più credibile dei precedenti, esistendo un generale consenso sulla sconfitta irreparabile subita dall’ISIS, almeno nello scacchiere siro-iracheno, e sul raggiungimento dell’altro obiettivo contestualmente perseguito da Mosca: il consolidamento del regime amico di Bashar Assad, che tra i suoi nemici non contava soltanto i seguaci del sedicente califfo.

E’ stato precisato del resto, sia pure con minore risalto, che una frazione del contingente inviato due anni fa sulla sponda orientale del Mediterraneo rimarrà in ogni caso lì, a guardia delle basi militari, utilizzate sinora da parte russa con indiscutibile e ammirato successo, nonché per accogliere un nuovo eventuale intervento in forze qualora si rendesse necessario. Eventualità che nessuno può ragionevolmente escludere a priori, tanto più che le ostilità potrebbero facilmente riesplodere, prima o poi, tra i diversi vincitori dell’ ISIS.

Mosca, ad ogni buon conto, si è affrettata ad incassare una prima cedola dell’investimento politico-militare nell’ennesimo conflitto mediorientale. Nello scorso gennaio aveva ottenuto da Assad una conferma della concessione della base navale di Tartus, già sovietica, affittata per 49 anni prorogabili di altri 25 a ciascuna successiva scadenza, e quindi a titolo permanente. Non si trattava però di una base vera e propria, bensì di un semplice punto di appoggio logistico per navi da guerra. L’unico, comunque, posseduto finora dalla Russia fuori dai suoi confini.

Ora, quasi in contemporanea con l’annunciato ritiro delle truppe, si è appreso che Mosca ha ottenuto il consenso di Damasco per la trasformazione di Tartus in una base navale propriamente detta, ossia territorialmente ingrandita e adeguatamente attrezzata per ospitare navi da guerra di tutti i tipi e dimensioni. E forse perché da parte russa si è sempre deplorata la disseminazione di basi all’estero americane vantando la propria astensione, finora, dal procurarsene, Vladimir Putin chiederà per Tartus l’approvazione della Duma, prima camera del Parlamento moscovita, che certo non mancherà di concederla.

D’altra parte, Putin e i suoi ci tengono apparentemente molto a conservare un approdo nell’ex mare nostrum, e non solo, con ogni probabilità, sulla sua costa orientale, mentre anche Tartus, data l’immutabile imprevedibilità degli sviluppi in una regione come il Medio Oriente, merita nonostante tutto un’alternativa. Ed ecco quindi che all’indomani della proclamata e conclamata vittoria in Siria Mosca rivolge la sua attenzione all’Egitto, partner già molto curato a suo tempo dall’ URSS e ora dalla sua principale erede, specie dopo l’avvento al potere di Abdel Fattah al-Sisi. Gli eccessi repressivi del quale hanno provocato invece una brusca rottura, o un congelamento, dei vecchi legami con gli Stati Uniti, liberando il campo per un puntuale subentro della Russia.

Putin, che si era già recato in visita al Cairo nel 2015, ripetutamente ricambiato da al-Sisi, vi è tornato nei giorni scorsi per confermare convergenze e cooperazioni in vari campi che già avevano assunto ampio rilievo. Tra l’altro, entrambi i governi appaiono i meglio piazzati, oltre che già attivi, a quanto risulta, per mediare tra Israele e palestinesi (e tra le opposte fazioni di questi ultimi) in un momento nel quale se ne sente un particolare bisogno per scongiurare l’ennesima riesplosione del più annoso e più intrattabile conflitto mediorientale. In attesa che qualcosa possa emergere anche a questo riguardo, il nuovo vertice bilaterale ha fruttato un’intesa di tutto rispetto in campo militare.

L’ Egitto aveva già acquistato da Mosca aerei, elicotteri e missili, e l’anno scorso aveva ospitato reparti di paracadutisti russi impegnati in esercitazioni comuni a scopo anti terrorismo. Adesso Il Cairo concede alla Russia il libero uso dei propri aeroporti militari e del proprio spazio aereo, un privilegio del quale fino a poco tempo fa avevano goduto soltanto gli Stati Uniti pagandolo a caro prezzo, ossia con aiuti per oltre 1,3 miliardi di dollari in media annuale nel periodo più recente. La Russia, che aveva dato finora molto meno, fornirà in compenso all’Egitto la prima centrale nucleare di tutta l’Africa.

La spinta più plausibile ed attuale alla cooperazione militare tra i due Paesi proviene dal fatto che le milizie del califfato, sbaragliate in Siria ed Irak, risultano tuttora saldamente attestate e concretamente minacciose (come dimostrano recenti attentati anche nelle città egiziane) nella penisola del Sinai. Lo stesso vale però per la vicina Libia e specialmente per le vaste zone meridionali del suo territorio, il che spiega l’interesse a tratti plateale, ma dopotutto anche tradizionale, mostrato da Mosca per l’ex colonia italiana, condividendo con l’Egitto un multiforme appoggio al generale Khalifa Haftar non si sa ancora in quale misura ostile al governo di Tripoli e quindi conciliabile con le posizioni prevalenti dei governi occidentali.

In altri termini, anche in Egitto e soprattutto in Libia il Cremlino avrà occasione di rivelare se il suo attivismo militare e politico-diplomatico in aree sempre più vaste nasca in reazione alla sfida dell’estremismo islamico oltre a quella del denunciato espansionismo della UE e della NATO presso i confini della Russia che Mosca considera responsabile della crisi ucraina, oppure, indipendentemente da tutto ciò, rifletta ambizioni da grande potenza che prima o poi sarebbero comunque riaffiorate. Approfittando eventualmente, o continuando ad approfittare, si vedrà anche qui in quale misure, delle divisioni e delle incertezze di orientamento nello schieramento occidentale culminate, le seconde, nell’imprevedibilità e apparente imperscrutabilità della strategia USA sotto la presidenza di Donald Trump.

Rimane da annotare, nel frattempo, che la Russia si mostra tutt’altro che insensibile all’invocazione di aiuto e offerta di collaborazione a tutto campo ricevute da un Paese chiave specie per l’Egitto come il Sudan. O, più precisamente, dal suo presidente Omar al-Bashir, perseguito per crimini di guerra e genocidio dalla Corte penale internazionale, messo al bando dai governi occidentali e ricevuto invece da Putin a Soci nello scorso novembre. Più vicino ai “mari caldi”, infine, antico sogno della Russia sotto ogni regime, Mosca cerca con impegno, e non senza successo, più o meno inediti legami anche con Tunisia, Algeria e Marocco.

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