sabato, Ottobre 19

Russia: l’ombra di Stalin su due celebrazioni Passato e presente problematici nelle ricorrenze del Primo maggio e dell’anniversario della grande vittoria del 1945

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Per la Russia è un mese speciale, più che per qualsiasi altro Paese. Primo Maggio sulla Piazza rossa e dintorni: non è più, certo, come è stato in passato per settant’anni abbondanti, quando Mosca era una sorta di capitale morale di tutto il mondo del lavoro, un faro per il proletariato ufficialmente al potere in molti Stati oppure più o meno alla riscossa nel resto del pianeta.

Una causa finita male, come si sa, benchè il movimento nato con la rivoluzione del 1917, o ben prima ancora, con il Manifesto di Karl Marx, un contributo quanto meno indiretto al progresso sociale dell’umanità lo abbia pur dato. E’ non è detto che non risorga, magari con le modifiche del caso, dato che su questa terra nessuna vittoria o sconfitta è mai definitiva.

Qualsiasi soluzione dei problemi, sosteneva un coraggioso dissidente nella defunta Germania ‘democratica’, prelude infatti alla comparsa di altri, prevedibili o meno. Con buona pace di quello pseudo pensatore nippoamericano che nel 1991, assistendo al suggello del gran ribaltone del ‘socialismo reale’ est-europeo ed euroasiatico, proclamò solennemente la ‘fine della storia’.

Nella Berlino-est di allora, ma soprattutto nella metropoli sovietica, la Festa dei lavoratori veniva celebrata con ogni pompa e, grazie ad un regime che non tollerava il minimo disturbo specie in simili occasioni, senza l’accompagnamento di qualche nota stonata. La Russia attuale non brilla per liberalismo, ma essendo dotata di istituzioni almeno formalmente democratiche in senso occidentale, deve incassare qualche contestazione per lo meno fastidiosa.

Succede da alcuni anni, ed è accaduto anche una dozzina di giorni fa, con la discesa in piazza di parecchie diecine di migliaia di persone in una trentina di città. Per lo più, certo, inquadrate da organizzazioni patrocinate dall’attuale regime o ad esso favorevoli, a cominciare dai partiti rappresentati in parlamento, ma anche per manifestazioni spontanee e non autorizzate e comunque, spesso, di aperta e vivace protesta contro il governo in nome di diritti dei lavoratori non abbastanza rispettati e per vari altri motivi.

L’opposizione extraparlamentare non ha mancato di rifarsi viva a Mosca e a San Pietroburgo, lanciando slogan ostili anche a Vladimir Putin personalmente, tacciato tra l’altro persino di ladrocinio nella seconda metropoli, sua città d’origine, con conseguenti arresti che in totale nazionale sono ammontati ad oltre un centinaio di persone.

Ma ancora una volta, e stavolta forse più delle altre, la protesta si è fatta particolarmente sentire, altresì, in varie città della Siberia e dell’Estremo Oriente, assumendo inedite forme provocatoriamente farsesche, a conferma di una crescente lontananza regionale, non solo geografica, dal potere centrale, già registrata in sede elettorale.

Qui forse si va al di là, più che altrove, del fatto nuovo che ormai da parecchi mesi agita non solo la piazza nella Russia di Putin trovando un ovvio collegamento con l’occasione del Primo maggio. La decisione governativa, cioè, di alzare bruscamente l’età pensionabile, oltremodo sgradita alla popolazione in generale e duramente osteggiata anche dal partito comunista, in precedenza raramente dissociato da quello egemone di Russia unita e ora partecipante con propri membri anche alle proteste non autorizzate e punite.

Il partito erede del disciolto PCUS, l’unico esistente nell’URSS, ha tuttavia avuto modo di riaffiancarsi al detentore della maggioranza assoluta in parlamento, e allo stesso presidente della Federazione, una settimana più tardi, grazie ad un anniversario ancora più sentito nella Russia odierna e più importante per i suoi attuali governanti: il 74° della vittoria nella Grande guerra patriottica, che per la Russia ricorre il 9 maggio invece dell’8 come altrove.

Un evento costato venti milioni di morti, sacrifici enormi di ogni genere anche per i sopravvissuti e, volendo, persino automatiche espansioni territoriali dell’URSS e del ‘campo socialista’  che, a distanza di alcuni decenni, hanno finito col ritorcersi a danno di entrambi, per la loro indigeribilità, piuttosto che rafforzarli. Un evento, comunque, la cui esaltazione accomuna praticamente tutti i russi, animati da spirito patriottico come pochi altri popoli, e il cui ricordo li aiuta a sopportare altri e più attuali sacrifici nonché un tipo di regime in Russia meno sgradevole che altrove, per i suoi tratti autoritari e repressivi, e che sul patriottismo fa largamente leva. Finora, con successo.

La gloria del 9 maggio è caduta quest’anno particolarmente a proposito perché la ricorrenza coincide con un culmine del deterioramento dei rapporti tra la Russia e i suoi ex nemici per quasi tutta la seconda metà del secolo scorso e già in gran parte suoi alleati, invece, nella prima metà degli anni ’40 di quel secolo.

Pur attribuendo adesso alla controparte ogni colpa (con qualche esagerazione) per quel deterioramento, Putin non può ovviamente porre lo schieramento atlantico sullo stesso piano di un Adolf Hitler, aggressore senza attenuanti e semmai con l’aggravante, nell’estate del 1941, del repentino tradimento ai danni di uno Stalin che stentò persino a credere alla rottura del patto di non aggressione stipulato due anni prima tra Mosca e Berlino.

Non c’è da stupirsi, ciò nonostante, che commemorando il trionfo del 1945 l’inquilino del Cremlino non abbia neppure sentito il bisogno di ricordare ai suoi avversari odierni il rituale e non infondato sospetto che ad attaccare l’URSS il Fuhrer fosse stato istigato, quanto meno implicitamente, da parte britannica.

Oltre a magnificare quasi ogni settimana nuove e terribili armi russe più o meno ‘definitive’, Putin si è invece limitato a rammentare a tutti gli interessati che l’URSS seppe ricacciare indietro l’invasore e dare così il via alla disfatta nazista prima ancora dello sbarco angloamericano in Normandia. Passando sopra, peraltro, al ruolo svolto dalle copiose forniture di armi USA all’alleato comunista, indebolito in quel periodo dalle purghe staliniane che avevano fatto strage dei quadri dell’Armata rossa.

Esibire i muscoli e suonare la grancassa della fierezza nazionale e dell’eroismo popolare presenta il vantaggio di poter rivendicare una fondamentale continuità storica della nazione, al di là dei mutamenti di regime, che a Putin, il “nuovo zar”, sta particolarmente a cuore sia per mantenere o promuovere la coesione interna sia per perseguire obiettivi ambiziosi e sostenere gravosi impegni di politica estera. Presenta tuttavia anche un inconveniente di non poco conto, ben visibile soprattutto il 9 maggio di ogni anno.

La gloria di quel giorno è infatti indissolubilmente legata al nome di Stalin, personaggio di imponente stazza ma controverso come pochi altri nella storia dell’umanità, se proprio si vuole usare un eufemismo. Venerato in vita come “padre dei popoli” e vari altri titoli, venne clamorosamente sconfessato dopo la morte dai suoi stessi collaboratori e in parte corresponsabili dei suoi molteplici crimini, che per il bene di un regime da rigenerare riuscirono a salvare solo i suoi meriti, indiscutibili nonostante certi errori militari, di “generalissimo” vittorioso.

In realtà, poi, la “destalinizzazione” rimase alquanto superficiale fino alla perestrojka gorbacioviana, che spingendosi più in profondità provocò tuttavia, involontariamente, il crollo del regime e la disintegrazione del “primo Stato socialista del mondo”. La superstite Federazione russa di Boris El’zin e poi di Putin, non più socialista e tanto meno comunista, ha sostanzialmente mantenuto riguardo alla figura di Stalin la posizione dei loro predecessori al Cremlino, dovendo fare però i conti con una crescente tendenza opposta, cioè riabilitativa, a livello popolare.

Mentre infatti i consensi per Putin, già stellari, sono in calo, l’apprezzamento dei russi per la figura e l’operato dell’autocrate georgiano aumentano sensibilmente e non soltanto, come risulta dai sondaggi, tra i più anziani. Quelli più longevi, memori del lavoro sicuro, dell’abitazione per tutti e dei prezzi modici (dimenticando magari le code anche per il pane e il salame), oltre che nostalgici della giovinezza, sono ormai pochi, a causa di una durata della vita parecchio inferiore alla media europea.

Ma anche i tra i più giovani c’è molto malcontento per le insoddisfacenti condizioni attuali, comprese la corruzione dilagante e la smodata ricchezza di non pochi privilegiati (i malfamati “oligarchi”, soprattutto, con il grosso dei loro patrimoni trasferito all’estero) che Putin tollera o persino protegge in cambio della fedeltà politica e che Stalin non avrebbe mai consentito che fosse anche solo accumulata. Il tutto a spese di un’economia nazionale relativamente esile e fragile, bisognosa di sviluppo dopo l’ampio smantellamento del massiccio apparato industriale sovietico, incompatibile con un’economia di mercato non meno però di un suo settore statale per lo più monopolistico e tuttora predominante.

L’attuale dirigenza rilutta, per motivi presumibilmente politici, a compiere una chiara scelta strategica che premi la piccola e media impresa privata e una più libera concorrenza. Scelta, peraltro, che non manca di alternative. Ambienti anche politicamente vicini al potere premono infatti per l’adozione di un modello di sviluppo opposto ossia non molto diverso da quello sovietico e sul quale, perciò, aleggia inevitabilmente l’ombra di Stalin come termine di riferimento obbligato benchè per lo più tacito.

A livello politico questa seconda opzione trova nel Partito comunista il suo più naturale sostenitore, già tale nei riguardi di una politica estera “forte” e che d’altronde, per risultare “sostenibile” in senso economico ha bisogno appunto, a lungo andare, di un rafforzamento dell’economia nazionale per evitare che ne facciano le spese la popolazione e soprattutto la sua porzione meno abbiente, che in Russia sta crescendo a causa della recente crisi.

Non a caso, invece, quanti propugnano la prima opzione raccomandano altresì una politica estera meno ambiziosa e militante e quindi meno costosa, in attesa di potersi permettere comportamenti da grande potenza tale non soltanto sotto il profilo militare. La partita tra i due schieramenti opposti rimane comunque aperta, per il momento, anche sullo sfondo delle indicazioni che emergono in occasione di appuntamenti come quello dell’ultimo 9 maggio.

Di Stalin si è inevitabilmente parlato non solo in sede commemorativa o per gli esiti dei sondaggi d’opinione ma anche per più concrete iniziative di parte e conseguenti reazioni. Come, ad esempio, l’inaugurazione di un monumento a Stalin nella città siberiana di Novosibirsk, che ha un sindaco comunista, nel quadro delle cerimonie per l’anniversario alle quali alcune centinaia di cittadini hanno partecipato innalzando ritratti del generalissimo e altri simboli del passato regime.

Lo stesso sindaco ha dichiarato che l’atto di omaggio era doveroso per “non permettere ai cosiddetti liberali di distorcere la nostra storia”, ma ha anche ritenuto necessario spiegare che il busto in questione è stato collocato nel cortile interno della sede cittadina del Partito comunista per tenerlo al riparo da attentati e oltraggi. Più esplicito ed ecumenico, il presidente degli artisti locali ha precisato che si è preferito non dare troppa visibilità all’opera per “non offendere i sentimenti di quanti considerano Stalin un tiranno”.

Le proteste, in effetti, sono puntualmente arrivate, da parte di attivisti dell’”opposizione extrasistema”, ma anche di persone e gruppi non necessariamente ostili a Putin come, presumibilmente, una parte degli 11.500 firmatari di una petizione online contro l’iniziativa di Novosibirsk, che non costituisce del resto un caso isolato in questi ultimi anni.

Quanto poi allo stesso ‘nuovo zar’, è altresì da presumere che non condivida, malgrado tutto, la visione di quanti non solo ammirano Stalin per avere salvato la patria dall’invasore nazista ma gli perdonano anche le sanguinose repressioni di massa, con innumerevoli vittime nelle file dello stesso partito comunista, perché giustificate dal fatto che la Russia ‘aveva allora molti nemici’.   

Ne ha parecchi anche adesso, ma per fronteggiarli adeguatamente, con le armi o con mezzi pacifici, non basteranno le commemorazioni dei fasti del passato né lo stesso ricorso, se proprio indispensabile, alla forza, non utilizzabile ad oltranza con gli strumenti bellici oggi in circolazione un po’ dovunque. Servirà soprattutto migliorare, in un modo o nell’altro, le condizioni di vita non solo materiali dei cittadini, oggi verosimilmente più esigenti di un tempo che pure vide, in Russia, più di una rivoluzione.

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